Un’agonia durata circa 4 ore, accompagnata da un fitto dialogo tra la carabiniera Martina e la donna. Parole sospese nel vuoto, nell’incertezza tra la vita e la morte. Un dialogo che ha accolto il dolore di questa donna e che grazie alla grande sensibilità e intelligenza di Martina ha permesso di salvare la vita alla donna e, con la sua, anche quella dei suoi figli che ora possono finalmente riabbracciare la loro mamma.

L’esempio di Martina ci insegna che oltre l’egoismo esiste una mano tesa. Un egoismo che al giorno d’oggi viene spesso scardinato da quella cultura che cerca sempre la morte come soluzione alla vita. Quell’egoismo che mentre Martina è riuscita nella coraggiosa missione di riportare alla vita la donna che stava tentando il suicidio, sta invadendo il Parlamento, dove presto arriverà la discussione sul Testo Unico riguardante il Suicidio Assistito, ma che sta invadendo anche le strade al di fuori della politica, come sta accadendo con il Referendum sull’eutanasia e sull’omicidio del consenziente proposto dai Radicali.

Proposte che, se già legge, avrebbero già sancito la morte di una donna come quella invece salvata dalla Carabiniera.

Sarebbe molto interessante, infatti, sapere cosa ne pensa Cappato di questa eroica impresa. Ma è chiaro che, al contrario, è più semplice “sbarazzarsi” del prossimo, come sarebbe stato più semplice per la giovane carabiniera strattonare la donna suicida e lanciarla nel vuoto, anziché starle accanto per ore salvandole la vita.

Si dice che con l’eutanasia legalizzata sarebbe impossibile chiedere di porre fine alla propria vita per una “semplice” depressione. Eppure esistono Stati dove l’eutanasia legalizzata permette di porre fine alla propria vita anche in questi casi. Come riportato da Tempi, nel 2019, nel civilissimo Canada un uomo di 61 anni affetto unicamente da depressione è stato ucciso proprio con l’eutanasia legale. Basti pensare che, analogamente la legge 194 era stata progettata per evitare gli aborti clandestini, mentre nella realtà è possibile abortire e anche molto facilmente.

Ricordiamo inoltre Alfie Evans e Charlie Gard, ai quali fu staccata la spina in Inghilterra e furono costretti a morire contro la volontà dei genitori. Hanno dovuto pagare con la vita la propria disabilità, che li presentava come “rottami umani” agli occhi del mondo e dell’Alta Corte Inglese. Successivamente ha suscitato scalpore il caso di Tafida, che nel 2019 è stata strappata a quell’atroce destino e consegnata all’ospedale Gaslini di Genova, che vanta un’eccellenza a livello internazionale per la cura dei bambini. Fu un trionfo per il mondo pro-life e per la nostra nazione, che in quell’occasione ha dimostrato di sapersi distinguere dalla cultura della morte e che ora rischia di mettere nuovamente in pericolo la piccola Tafida nello stesso paese che l’aveva accolta e consegnata alla vita.

Eppure nessun Fedez, né nessun Cappato ha espresso la propria solidarietà in merito a nessuno di questi casi e sarebbe utile chiederci il perché.

Le persone che soffrono – contrariamente a quanto dicono – hanno bisogno di amore, non di essere uccise. Come la donna che nel tentativo di suicidarsi, dopo un dialogo infinito con la carabiniera, probabilmente si è sentita ascoltata per la prima volta e in un abbraccio è tornata alla vita. A quella vita che uno Stato in cui l’eutanasia è legale probabilmente non l’avrebbe mai restituita.