Usa, Colin Powell morto di Covid

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

“Il generale Powell, ex segretario di Stato e capo degli Stati Maggiori Riuniti è morto questa mattina a causa di complicazioni legate al Covid – si legge nel post – abbiamo perso uno straordinario e affettuoso marito, padre, nonno ed un grande americano”. La famiglia Powell sottolinea che il generale aveva completato il ciclo vaccinale. Powell era stato nominato segretario di Stato da George Bush nel 2001, diventando il primo capo della diplomazia americana afroamericano. Aveva 84 anni.

“Questo fatto avrà un paragrafo consistente nel mio necrologio”. Così prevedeva Colin Powell parlando, nella sua autobiografia, della “macchia” del discorso all’Onu con la fialetta in mano sulle armi biologiche di Saddam Hussein. “Sono arrabbiato con me stesso per non aver intuito che c’era un problema, il mio istinto non ha funzionato”, scriveva nel 2012 Powell riferendosi al fatto che in seguito si appurò che le informazioni fornite dall’intelligence Usa sulle armi irachene erano completamente sbagliate.

“Non è stato sicuramente il mio primo errore, ma è stato sicuramente il più grande, quello con il più ampio impatto”, aggiungeva, concludendo poi con la previsione sul suo necrologio. Sarebbe comunque ingeneroso limitare a questo errore la storia di Powell, che è stato soprattutto, come ha ricordato oggi George Bush, “un grande servitore dello Stato, a cominciare dal servizio come soldato in Vietnam”.

“Mi piace la struttura e la disciplina dei militari, in uniforme sento che in qualche modo mi distinguo, non mi distinguo per molto altro”. Così, agli inizi degli anni 2000, si descriveva alla Cnn, il generale che, nato nel 1937 in una famiglia di immigrati giamaicani nel Bronx, aveva scalato tutti i gradi dell’Esercito arrivando, con George Bush padre presidente, a diventare il primo capo degli Stati Maggiori Riuniti afroamericano.

Leggi anche:   Superleague? Anche no!

Con la prima guerra del Golfo la popolarità del generale Powell, che già negli anni Ottanta aveva avuto il suo battesimo nella politica diventando consigliere per la sicurezza nazionale di Ronald Reagan, sempre il primo afroamericano, continuò a crescere, tanto da diventare una sorta di eroe nazionale. Pluridecorato, il nome di Powell circolò insistentemente come un possibile sfidante di Bill Clinton nel 1996. Ma il generale fece un passo indietro, denunciando la mancanza di passione per la politica: “questa vita richiede una vocazione che io non ho, e far finta del contrario non sarebbe onesto con gli americani”, disse ai giornalisti.

Dopo aver di nuovo rifiutato le offerte di una candidatura nel 2000, Powell invece sostenne l’allora governatore del Texas George Bush e la sua promessa di “aiutare a colmare la divisione razziale”. E così divenne il primo segretario di Stato afroamericano, approvato all’unanimità dal Senato, che da militare esprimeva tutta la riluttanza a proiettare la forza militare nel mondo.

Ma poi è venuto l’11 settembre, e tutto è cambiato: la guerra al terrorismo che ha portato prima alla guerra in Afghanistan e poi la continua tensione da parte dei falchi dell’amministrazione per allargare il conflitto, per completare la missione non finita in Iraq. Powell veniva descritto come schierato sempre tra le colombe, ma fu lui nel febbraio del 2003 a pronunciare l’ormai famoso discorso all’Onu durante il quale, brandendo in mano la famigerata fialetta, disse che “non ci sono dubbi sul fatto che Saddam Hussein possiede armi biologiche e la capacità di produrre rapidamente molte, molte di più”.

Come è noto, gli ispettori, entrati nell’Iraq invaso dagli americani e dalla loro coalizione, queste armi non le hanno mai trovate e dure anni dopo il discorso di Powell un rapporto stabilì che l’intelligence Usa si era “completamente sbagliata” sulle armi di Saddam. Per Powell, che subito dopo la rielezione di Bush segnalò l’intenzione di lasciare l’incarico, quel discorso rimase “una macchia” per sempre.

Leggi anche:   Belenenses decimato dal Covid,  in 9 contro il Benfica

Lasciata l’amministrazione Bush, Powell andò a lavorare con una società di venture capital, Kleiner Perkins. Pur avendo servito sempre in amministrazioni repubblicane, il generale negli ultimi anni ha duramente criticato la leadership del partito, sostenendo candidati democratici, a cominciare da Barack Obama per “la capacità di ispirare” e “la natura inclusiva della campagna” del primo presidente americano.

Anche nel 2016, Powell si è schierato con i democratici e con Hillary Clinton contro Donald Trump definito “una vergogna nazionale e un paria internazionale”. Ed anche nel 2020 il suo sostegno è andato a Joe Biden, partecipando anche alla convention democratica che l’ha incoronato candidato. Fino al durissimo strappo con il suo ormai ex partito dopo l’assalto al Congresso da parte dei sostenitori di Trump il 6 gennaio: “io non mi posso più definire repubblicano, ora guardo solo all’interesse del Paese e non mi preoccupo dei partiti”.

Questo post ti è piaciuto? Condividilo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *