Autobiografia di un cinghiale esodato

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Troppo divertente per non riproporvelo. La penna del maestro Marcello Veneziani ha colpito ancora!

È una scena toccante l’esodo dei cinghiali dalla Capitale. Dopo la sconfitta di Virginia Raggi, loro protettrice, prima che venga proclamato col ballottaggio il nuovo sindaco, probabilmente a loro avverso, i cinghiali stanno abbandonando Roma con gli occhi mesti, le teste abbassate e la coda tra le zampe. Incolonnati tristemente sulle vie consolari tornano alla macchia, si spargono sui monti e nelle selve, fino alla Maremma. Lasciano le loro alcove romane, senza portarsi neanche gli effetti personali, ed è straziante vederli passare dai loro ritrovi abituali. I più baldanzosi ironizzano, ormai in romanesco: “fàtece lardo che passamo noi”. Qualcuno più languido intona sottovoce Arrivederci Roma, ma in cuor loro hanno il presentimento che non la rivedranno più e si sentono rosolare dentro. Avviliti e un po’ inferociti, si vedono espropriati di una cittadinanza che sentivano ormai come la loro. Confidavano che fosse loro applicato lo ius soli.

Solitamente restio a parlare e a relazionarsi con gli umani, un cinghiale esodato ci ha rilasciato durante il tragitto, on the road, una testimonianza in esclusiva, a condizione di mantenere l’anonimato e di rileggere il testo prima della pubblicazione. È stato uno sfogo: “Vivevamo bene a Roma ‒ ha esordito in tono accorato ‒ ci eravamo ormai ambientati, uscivamo la sera a cena come tutti i romani, sempre in famiglia, portavamo i cuccioli a spasso o a cassonetti, che sono come i McDonald per voi. Uscivamo più tardi degli altri perché amiamo il riserbo e siamo abituati a cenare tardi, come gli spagnoli e i meridionali. I romani, dopo un’iniziale diffidenza, cominciavano ad apprezzarci per la nostra compostezza, qualcuno ci salutava e scambiava con noi qualche battuta, non di caccia. Eravamo silenziosi, rispettosi del traffico urbano, camminavamo in fila indiana, mai una cicca per terra, niente rifiuti, anzi smaltivamo quelli altrui e non disturbavamo gli abitanti, se non quando loro erano invadenti con noi. Sa come sono questi romani…

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Grazie alla Raggi nessuno ci considerava più clandestini o irregolari, con la sua conferma al Campidoglio avremmo avuto il reddito di cittadinanza. Avevamo infatti siglato un capocollo d’intesa che avremmo reso pubblico dopo il voto. Tra gli impegni della Raggi c’era pure la sottoscrizione di una polizza sulla vita, detta Cinghialloyd, per noi e i nostri cari (i nostri avi romani usavano la formula latina sibi et suinis) che avrebbe coperto anche eventuali danni a terzi. Era allo studio una legge antistupro per vietare l’accoppiamento forzato con le fettuccine. Avevamo pure pattuito la concessione del permesso di circolazione in zona Ztl, richiamando il precedente storico di aver aperto un varco in centro riservato alle nostre gentili consorti, in via della Scrofa. La Raggi non voleva stabilire corsie preferenziali e privilegi per i ratti e i gabbiani; per lei uno vale uno, un cinghiale vale un topo, un gabbiano o un cittadino. Avevamo pure pensato a una lista civica in suo sostegno, Movimento 5 Zampe, ma lei temeva con l’apparentamento di giocarsi il voto dei cittadini moderati, così ha preferito che il nostro sostegno restasse aum aum, tipo lobbyng.

Poi è partita la campagna reazionaria e cinghialofoba della Meloni contro di noi. I soliti fascisti. Ma la cosa più vergognosa è il silenzio degli animalisti e la complicità della sinistra: dov’è finita la tutela degli animali, la parità dei diritti, l’antirazzismo, l’accoglienza? La Raggi era la nostra Carola Rackete; ora quei due che si contendono il Campidoglio, Guanciali per il Pd e Porchetti per il Cd, minacciano espulsioni. Come tutti i parvenu ce l’hanno coi loro cugini di campagna. E dire che il mese prossimo ci avrebbe ricevuti Papa Francesco: i nostri emissari che fungono da cinghiali di trasmissione col Vaticano lo avevano convinto ricordandogli il precedente del suo omonimo che parlava agli animali.

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Ora siamo divisi tra legalitari che auspicano il ricorso alle vie giudiziarie, appellandoci alla Corte di Castrazione; e partigiani che premono per la lotta di liberazione. Comunque non venderemo facilmente la cotica.

Ma io non capisco – ha poi proseguito grufolando in modo visibilmente alterato – ci negate pure il diritto a sfamarci, se andiamo fuori città ci accusate di mangiare l’uva e distruggere i vitigni, tra poco ci farete la prova palloncino per vedere il tasso di moscato ingerito e ritirarci la patente di circolazione. Ma insomma. Questa è strage di Stato col favore della stampa e il silenzio dei magistrati. Un’infame operazione di pulizia etnica, nessuna pietà per i nostri piccoli. Ma poi questa storia che siamo troppi e andiamo abbattuti… Perché lo stesso criterio non vale anche per gli altri? Pure i politici sono troppi e mangiano e danneggiano più di noi, perché non li abbattete? E i bidelli nelle scuole, in soprannumero ed esonerati pure dalle pulizie? E le guardie forestali, una ogni albero in Sicilia e Calabria, e il personale Alitalia in eccesso, perché non abbattete loro? In realtà non lo fate perché da loro non ricavereste nemmeno una goccia di ragù…”.

“Ma voi siete aggressivi – gli ho obiettato ‒ rovinate i raccolti e le vigne, non controllate le nascite…”. “Dateci la mensa e il libero accesso ai cassonetti e non lo faremo più. Dateci i profilattici e faremo meno figli. Noi chiediamo la parità con cani e porci e voi ci parificate alle pappardelle… e ci fate pure le sagre. Una vergogna, una barbarie. Il ministro delle pari opportunità che ci sta a fare? E la Protezione animali? I figli so’ piezz ‘e carne” ha urlato l’esule ingrugnito; poi ha taciuto. Qui il cinghiale ha tradito la sua commozione, mi è parso di vederlo in umido, visibilmente stufato…

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