1962 – Enrico Mattei, presidente dell’ENI, muore in un incidente aereo: fu attentato?

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Enrico Mattei (Acqualagna29 aprile 1906 – Bascapè27 ottobre 1962) è stato un imprenditorepartigianopolitico e dirigente pubblico italiano.

Figlio del brigadiere dei carabinieri Antonio Mattei, di Civitella Roveto nella Marsica, fondò una piccola azienda chimica. Durante la seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza, divenendone una figura di primo piano e rappresentandone la componente “bianca” in seno al CLNAI. Nel 1945 fu nominato commissario liquidatore dell’Agip. Disattendendo il mandato, ne fece invece una multinazionale del petrolio, protagonista del miracolo economico postbellico. Mattei fece dell’Eni anche un centro d’influenza politica, attraverso la proprietà di media quali il quotidiano Il Giorno e finanziamenti ai partiti. Sempre vicino alla sinistra democristiana, in particolar modo a figure come Giorgio La Pira e Giovanni Gronchi, morì nel 1962 in un misterioso incidente occorso al suo aereo personale, nei pressi di Bascapè. Nel 2012 la sentenza di un processo collegato, quella sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che indagava sul fatto, ha riconosciuto ufficialmente che Mattei fu vittima di un attentato.

Nell’immediato dopoguerra fu incaricato dallo Stato di smantellare l’Agip, creata nel 1926 dal regime fascista; invece di seguire le istruzioni del Governo, riorganizzò l’azienda, fondando nel 1953 l’Eni, di cui l’Agip divenne la struttura portante. Mattei diede un nuovo impulso alle perforazioni petrolifere nella Pianura Padana, avviò la costruzione di una rete di gasdotti per lo sfruttamento del metano e aprì all’energia nucleare.

Sotto la sua presidenza l’Eni negoziò rilevanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l’Unione Sovietica (grazie all’intermediazione di Luigi Longo, suo amico durante la guerra partigiana e più tardi segretario del Partito Comunista Italiano). Queste iniziative contribuirono a rompere l’oligopolio delle Sette sorelle, che allora dominavano l’industria petrolifera mondiale. Mattei introdusse inoltre il principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti. Pur non essendo attivamente impegnato in politica, era vicino alla sinistra democristiana, e fu parlamentare dal 1948 al 1953.

Per la sua attività Mattei nel 1961 fu insignito della laurea in ingegneria ad honorem dalla Facoltà di Ingegneria (ora Politecnico) dell’Università degli Studi di Bari. Fu insignito anche di altre lauree honoris causa, della croce di cavaliere del lavoro e della Bronze Star Medal dell’Esercito statunitense (5 maggio 1945), nonché della cittadinanza onoraria del comune di Cortemaggiore e post mortem, l’11 aprile 2013, della cittadinanza onoraria del comune di Ferrandina (MT), dove nel 1958 l’Agip Mineraria fece alcuni studi e trovò il metano nella Valle del Basento.

L’attentato e la morte

Mattei perse tragicamente la vita la sera del 27 ottobre 1962, quando il Morane-Saulnier MS.760 Paris I-SNAP, con cui stava tornando a Milano da Catania, precipitò nelle campagne di Bascapè (un piccolo paese in provincia di Pavia) mentre era in fase di avvicinamento all’aeroporto di Linate. Assieme a lui morirono il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale della testata Time–Life, incaricato di scrivere un articolo su di lui. Enrico Mattei è sepolto a Matelica (MC), città in cui ha vissuto a lungo e dove tuttora risiede parte della sua famiglia. A prospettare l’eventualità di un evento doloso furono l’assenza di segni premonitori, le testimonianze di alcuni paesani che avevano notato una fiammata in cielo, l’annosa contrapposizione dell’Eni alle “Sette sorelle” del cartello petrolifero internazionale – per lo più americane – e alcune lettere minatorie firmate OAS (Organisation de l’Armée Secrète), che preannunciavano rappresaglie per l’asserito sostegno dato da Mattei alla causa dell’indipendenza algerina. Tali minacce avevano preoccupato il manager pubblico, che aveva chiesto ed ottenuto di affiancare alla scorta ufficiale di poliziotti, carabinieri e agenti del SIFAR (il servizio segreto militare italiano) un corpo di guardie private composto da ex partigiani e guidato da Rino Pachetti. L’8 gennaio 1962 aveva suscitato grande scalpore il ritrovamento di un cacciavite nel rotore dell’aereo di Mattei in partenza per il Marocco per l’inaugurazione di una raffineria. Da più parti si ipotizzò un tentativo di sabotaggio, ma in seguito l’episodio è stato ridimensionato a semplice dimenticanza di un motorista distratto. Più significativi gli inviti alla vigilanza fatti pervenire a Mattei da Leonid Kolosov, capo-centro del KGB sovietico per l’Italia settentrionale, e dallo stesso primo segretario del PCUS Nikita Sergeevič Chruščёv tramite esponenti del Pci italiano o corrispondenti de Il Giorno, il quotidiano finanziato dall’Eni. Stando alla testimonianza della consorte di origine austriaca Greta Paulas, un’ultima lettera minatoria venne recapitata a Enrico alla vigilia del suo penultimo viaggio in Sicilia (18 ottobre 1962), nel corso del quale si era impegnato con le autorità siciliane a costruire uno stabilimento con 400 posti di lavoro a Gagliano Castelferrato in cambio dell’utilizzo, da parte dell’Eni, del metano precedentemente scoperto nel sottosuolo del paese.

L’inchiesta del 1962-1966

L’inchiesta giudiziaria subito aperta sulla sciagura di Bascapé si concluse il 31 marzo 1966 con una sentenza del giudice pavese Antonio Borghese che dichiarava di «non doversi procedere in ordine ai reati rubricati ad opera di ignoti, perché i fatti relativi non sussistono». Il pronunciamento della magistratura non convinse una parte dell’opinione pubblica italiana, tant’è vero che sul “caso Mattei” si sviluppò per decenni un vivace dibattito mediatico, alimentato da molteplici pubblicazioni e dall’omonimo film del regista Francesco Rosi, uscito nelle sale cinematografiche nel corso del 1972.

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La natura dolosa dell’evento si sarebbe potuta dedurre, oltre che dalle numerose testimonianze oculari, anche dalla particolare disposizione sul terreno dei rottami dell’aereo e dei resti degli sfortunati passeggeri. Se il grosso degli stessi si era depositato a ventaglio dopo il punto di impatto del velivolo col suolo, secondo le leggi della fisica, la particolare ubicazione di alcuni frammenti metallici e di tessuti umani postulava una deflagrazione in cielo. Tale scenario fu chiaramente prospettato dalla signora Rita Maroni («Ho sentito un boato e una botta e ho visto il fuoco») e dall’agricoltore Mario Ronchi («il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno… Un aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano candendo sul prato, sotto l’acqua») nelle interviste rilasciate ai giornalisti la sera stessa dell’incidente e uscite il 28 ottobre sul tg del primo canale Rai e nella seconda pagina del Corriere della Sera. Questi ed altri dati furono platealmente ignorati dalla Commissione d’inchiesta dell’Aeronautica militare italiana, nominata dal ministro della difesa Giulio Andreotti la notte stessa dell’incidente su designazione del gen. Felice Santini, uomo di fiducia dei servizi segreti americani. Il suo presidente gen. Ercole Savi, uno dei progenitori di “Gladio“, si precipitò a Bascapé la mattina del 28 ottobre e condusse i lavori nella massima riservatezza e con scarso rispetto della normativa vigente in materia. Nella relazione finale, licenziata nel marzo del 1963, la Commissione ministeriale prospettò come probabili cause dell’incidente aviatorio un’avaria tecnica o un errore del pilota, spiegazioni recepite poi acriticamente dai due periti nominati dal Tribunale di Pavia. Nella sua requisitoria, licenziata il 7 febbraio 1966, il p.m. Edoardo Santachiara aggiunse anche l’ipotesi di un eccessivo affaticamento fisico del pilota o addirittura di un gesto insano indotto da delusioni amorose connesse a una relazione extra coniugale con una hostess dell’Alitalia. Appena ventilata e subito scartata l’ipotesi di un velivolo reso ingovernabile da un’esplosione di limitata potenza, perché avrebbe presentato Mattei vittima di un complotto politico sovranazionale per il quale il breve tempo trascorso poteva configurare altri due solidi moventi. Sotto la guida di Eugenio Cefis, infatti, l’Eni aveva rovesciato la propria politica energetica invisa alle Sette sorelle, divenendo sostanzialmente un raffinatore di petrolio altrui, mentre non furono mai perfezionati gli accordi per l’estrazione di idrocarburi dal deserto del Sahara, impostati dal defunto presidente con le nuove autorità dell’Algeria indipendente.

L’inchiesta del 1994-2004

A mantenere in vita i dubbi sulla verità confezionata dai giudici pavesi contribuirono, nei decenni successivi al 1962, le esternazioni di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni come il ministro Oronzo Reale, il capo del SISMI amm. Fulvio Martini e il leader democristiano Amintore Fanfani, presidente del Consiglio nell’ottobre del 1962. In un convegno di ex partigiani bianchi, tenuto a Salsomaggiore nel 1986, quest’ultimo parlò espressamente di «abbattimento dell’aereo» di Mattei, raffigurandolo come «il primo gesto terroristico del nostro Paese» e il «primo atto della piaga» della violenza politica, poi esplosa su larga scala negli anni successivi. A far riaprire le indagini sulla morte di Mattei furono però le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia. A partire dal 1993-1994 Gaetano JannìTommaso BuscettaItalia Amato ed altri soggetti sostennero che Mattei era stato ucciso dalla mafia siciliana desiderosa di rendere un favore alla consorella americana e alle Sette sorelle del cartello petrolifero. In Sicilia il compito di eliminare Mattei se l’era assunto Giuseppe Di Cristina, elemento di spicco della cosca mafiosa di Riesi (CL), legato al futuro senatore Graziano Verzotto, rappresentante dell’Eni nell’isola. Nel corso di un’inchiesta, aperta nel 1994 e chiusa nel 2003, il sostituto procuratore Vincenzo Calia ha incriminato per favoreggiamento personale aggravato il signor Mario Ronchi, che qualche giorno dopo il 27 ottobre 1962 aveva cambiato la sua versione dei fatti collocando l’incendio dell’aereo dopo l’impatto col suolo, venendone ripagato con l’incarico di custode del sacrario eretto in onore di Mattei e l’assunzione della figlia in una ditta legata ad Eugenio Cefis. Nella requisitoria licenziata il 20 marzo 2003 e basata, tra l’altro, sull’acquisizione di nuove testimonianze oculari, sulla perizia tecnica di due ingegneri aeronautici e sulla consulenza medico-legale di un luminare dell’università, il p.m. Vincenzo Calia ha dimostrato che ad abbattere l’aereo di Mattei era stata una piccola carica di esplosivo piazzata da ignoti dietro al cruscotto mentre il velivolo era parcheggiato nell’aeroporto catanese di Fontanarossa. L’innesco sarebbe stato azionato dal sistema di apertura dei carrelli attivato nel momento in cui il piccolo jet iniziò la fase di atterraggio verso la pista di Linate. L’esecuzione dell’attentato sarebbe stata «pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato». Anche se non condivisa dal giudice Fabio Lambertucci, che nella sentenza emessa il 17 marzo 2004 archiviò il procedimento aperto dieci anni prima per il «carattere ignoto degli autori del fatto» e perché «non era stato fornita una prova sufficiente che il fatto delittuoso» fosse «stato commesso», la ricostruzione del dr. Calia appare pienamente convincente sotto il profilo storiografico. Essa è stata condivisa dai giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Palermo, che nelle motivazioni della sentenza emessa il 10 giugno 2011, al termine della terza inchiesta condotta sul sequestro del redattore palermitano Mauro De Mauro, l’hanno considerata suffragata «da un compendio davvero imponente di prove testimoniali, documentali e tecnico-scientifiche». Costoro hanno indicato nella «causale Mattei», cioè nella necessità di tenere occultati determinati retroscena della morte del manager pubblico, il movente della soppressione del giornalista. Al complotto contro il presidente dell’Eni avrebbero partecipato, «su input di una parte del mondo politico», sia Cosa Nostra isolana che Graziano Verzotto, il politico di origini padovane sottratto a una probabile incriminazione dalla morte, avvenuta nel maggio del 2010. La sentenza 10 giugno 2011 è stata confermata nei due successivi gradi di giudizio e solo la ricostruzione storica che l’accompagnava è stata ridimensionata da certa a «verosimile» o «altamente probabile» dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo (27 gennaio 2014) e da certa a «verosimile» dalla Corte di Cassazione (4 giugno 2015). Nel 2017 il dr. Vincenzo Calia ha pubblicato i dati più significativi della propria inchiesta in un libro intitolato Il caso Mattei, di fondamentale importanza per la ricerca storica.

I possibili moventi politici

Ne Il delitto Mattei, uscito nel 2019, lo storico padovano Egidio Ceccato ha presentato il presidente dell’Eni come vittima delle asprezze politiche della Guerra Fredda prima ancora che dell’ostilità delle multinazionali del petrolio. Queste ultime non avevano certo perso occasione per mettere in cattiva luce il geniale manager italiano presso le diplomazie dei rispettivi paesi, ma a far precipitare la situazione era stata la decisione dell’Eni di riconoscere ai Paesi produttori di petrolio del Nord Africa e del Vicino Oriente il 75 % anziché il 50 % delle royalty. Oltre a intaccare i profitti delle Sette sorelle, l’iniziativa configurava una politica estera italiana conflittuale col Paese guida dell’Occidente e cogli stessi equilibri determinati dalla seconda guerra mondiale. Nei progetti dell’ingegnere di Matelica l’Italia, povera di materie prime e privata delle colonie, avrebbe dovuto ricostituire una propria zona d’influenza nel bacino del Mediterraneo, cioè in un’area che Usa, Gran Bretagna e Francia consideravano di loro esclusiva pertinenza. Di più, a partire dal 1958, Mattei aveva proceduto all’acquisto di ingenti quantitativi di petrolio sovietico, offrendo il fianco ad accuse di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo. Il Dipartimento di Stato USA aveva reagito bollando la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali. Una volta andate a vuoto le pressioni esercitate in ambito Nato o tramite esponenti del clero e dell’associazionismo partigiano cattolico – desumibili sia da una deposizione di Rino Pachetti (25 giugno 1963), che una recente pubblicazione di un nipote del leader democristiano Mariano Rumor – fu deciso il ricorso alla forza. Paradossalmente proprio il nuovo clima della “coesistenza pacifica”, indotto dall’impossibilità di una confrontation militare, che le armi atomiche avrebbero reso rovinosa per ambedue i blocchi che si contendevano l’egemonia mondiale, spinse ciascuna delle sue superpotenze ad acuire, all’interno della propria sfera d’influenza, l’intransigenza in materia di fedeltà ideologica e di appartenenze politiche. A far precipitare la situazione concorsero, da ultimo, l’appoggio accordato da Mattei a un progetto di loose federation (lega) fra alcuni paesi arabi del Nord Africa, un suo ipotizzato incontro con esponenti libici interessati a detronizzare re Idris e a concedere all’Eni i diritti di ricerca petrolifera detenuti da società americane e un meeting coi governanti algerini in calendario per i primi di novembre. Quest’ultimo era visto con particolare preoccupazione dalla Francia, che con gli Accordi di Évian (18 marzo 1962) riteneva di essersi assicurata l’esclusiva degli idrocarburi algerini. L’occasione propizia per sciogliere il nodo Mattei con modalità simili a quelle della Operation Mangusta pianificata contro il leader cubano Fidel Castro – una delle poche covert operation di cui la CIA ha riconosciuto la paternità – si presentò sul finire dell’ottobre 1962, quando l’acutizzarsi della crisi missilistica di Cuba polarizzò sui Caraibi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica mondiale. La prospettiva di una guerra nucleare rese in quel momento intollerabile qualsiasi forma di dissenso o anche di semplice distinguo da parte di un Paese della NATO, come l’Italia, che occupava una posizione strategica in mezzo al Mediterraneo. Anche se le autorità statunitensi non hanno mai ammesso proprie responsabilità, l’ipotesi di un’operazione segreta impostata dai servizi segreti americani tramite società ombra e appaltata alla mafia di ambedue le sponde dell’oceano appare estremamente plausibile. L’omertà di Cosa Nostra era già allora proverbiale e, in caso di contrattempi, l’indignazione universale si sarebbe indirizzata verso la malavita organizzata e le multinazionali del petrolio. Poiché nessun collaboratore di giustizia è stato in grado di rivelare autori e modalità del sabotaggio, a piazzare la bomba sull’aereo dovrebbe essere stato un agente segreto del Paese che aveva costruito il velivolo (la Francia), come nell’ipotesi configurata dall’ex 007 francese Thyraud de Vosjoli in un libro pubblicato nel 1970. Anch’essa si prestava ad attizzare i sospetti sull’OAS, in realtà del tutto fuori gioco, perché in avanzata fase di smobilitazione.

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Il ruolo delle autorità italiane

Come terreno d’azione fu prescelta la Sicilia perché nell’isola Mattei si era inimicato sia i collaboratori che avevano speculato sui terreni del petrolchimico di Gela, allora in fase di completamento, sia i mafiosi che avevano messo gli occhi sull’indotto dell’ANIC. Fra questi Giuseppe Di Cristina, amico di Stefano Bontate e di Giuseppe Calderone, il boss della città (Catania) prescelta per il sabotaggio. Sarebbe stato Di Cristina a chiedere a Graziano Verzotto, compare d’anello al suo matrimonio (settembre 1960), di attirare Mattei nella trappola isolana, per restituire il favore a una famiglia che l’aveva appoggiato in occasione delle elezioni politiche del 1958 e della nomina a segretario regionale della DC siciliana (primavera 1962). In barba alle innumerevoli «menzogne, reticenze e rimaneggiamenti delle dichiarazioni», elargite ai magistrati nel corso di quarant’anni (1971-2010), una mole considerevole di indizi e riscontri autorizza gli storici ad attribuire a Graziano Verzotto le seguenti operazioni: a) il richiamo di Mattei in Sicilia a soli otto giorni di distanza dal viaggio precedente con una motivazione – quella di rassicurare la popolazione di Gagliano Castelferrato in fermento – palesemente infondata; b) lo spostamento del jet dell’Eni dalla pista di Gela, sulla quale era atterrato il mattino del 26 ottobre, all’aeroporto Fontanarossa di Catania, dove era stato predisposto il sabotaggio, con la scusa di una maggiore sicurezza; c) il tallonamento del pilota Irnerio Bertuzzi per tutta la giornata del 27 ottobre per conoscere l’esatto orario di ripartenza dell’aereo per Milano onde evitare che la bomba scoppiasse durante un volo all’interno dell’isola, in assenza della vittima designata. Al corrente del sabotaggio, Verzotto chiese ed ottenne da Mattei di essere esonerato dall’accompagnarlo, il 27 ottobre, prima nella visita a Gagliano Castelferrato e poi durante il volo di rientro a Milano, privilegio per chiunque. All’ultimo momento dissuase dall’imbarcarsi anche il presidente della regione Sicilia Giuseppe D’Angelo, perché la sua scomparsa avrebbe riaperto i giochi politici nell’isola e rimesso in discussione la sua segretaria politica regionale. È probabile che al complotto abbiano dato un apporto anche alcuni dirigenti dell’Eni come Eugenio Cefis, già dimessosi da tutte le cariche ricoperte per dissensi di natura politica, e il suo proconsole in Sicilia Vito Guarrasi, da poco privato da Mattei di un incarico di consulenza.

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Negli ultimi tempi il padre-padrone dell’Eni si era inimicato anche molti esponenti della destra politica ed economica italiana per le sue aperture commerciali all’URSS e perché di ostacolo a una transizione ordinata dalla formula politica centrista a un centro-sinistra con limitate velleità riformiste. Da ultimo fu abbandonato dagli stessi governanti italiani, oggetto delle pressioni diplomatiche statunitensi, che gli tolsero la copertura dei servizi segreti e allentarono i servizi di vigilanza pubblici e privati con la scusa della fine della guerra d’Algeria. Soprattutto dopo il 27 ottobre costoro garantirono le complicità istituzionali che permisero di archiviare la tragedia di Bascapé come incidente aviatorio. Funzionari dei servizi segreti civili si precipitarono sul luogo dell’incidente, mentre altri esponenti delle Istituzioni concorsero a depistare i curiosi, ad addomesticare le inchieste e ad assicurare un clima di omertà nascondendo o facendo sparire molti documenti ufficiali.

L’apposizione del segreto di Stato

In quanto segreto di Stato, dopo il 1962 i retroscena di Bascapè furono oggetto di una rigida tutela istituzionale. Tuttavia, in un libro pubblicato nel 1996, il politologo Giorgio Galli poteva anche affermare con cognizione di causa che, nei tre decenni precedenti, «mezza Italia» aveva ricattato «l’altra metà con ciò che sapeva della morte di Mattei». Chi non si atteneva alla consegna del silenzio divenne oggetto di intimidazioni, minacce e persino di violenze fisiche. Qualche osservatore ha ricondotto all’esigenza di precludere rivelazioni sul caso Mattei la morte violenta di personaggi come il col. Renzo Rocca, il pilota Marino Loretti, il magistrato Pietro Scaglione, il commissario di polizia Boris Giuliano, ecc. Secondo lo storico Ceccato questo fu sicuramente il movente della soppressione del giornalista palermitano Mauro De Mauro (16 settembre 1970) e del tentato sequestro di Graziano Verzotto, avvenuto a Siracusa il 1 febbraio 1975. Il primo fu eliminato dai boss mafiosi già coinvolti nel delitto Mattei e il secondo sfuggì fortunosamente all’agguato tesogli dal fascista romano Berardino Andreola, un confidente dell’Arma dei carabinieri già coinvolto nella morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli sotto il celebre traliccio di Segrate. Costretto a dimettersi dalla presidenza dell’Ente Minerario Siciliano dopo che l’avv. Giorgio Ambrosoli aveva scoperto gli interessi in nero da lui percepiti nelle banche ex Sindona, il politico padovano aveva rivelato ad un giornalista l’intenzione di stendere le sue memorie.

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2 thoughts on “1962 – Enrico Mattei, presidente dell’ENI, muore in un incidente aereo: fu attentato?

    Carissimi , quando ero (dal 1990 al 1992) vicepresidente di ENI , visitai tutti i posti sia a Matelica (dove si trova la tomba di Mattei) che ad Acqualagna (dove Mattei nacque). Parlai con tutti sui perchè e come Mattei fu ucciso : da Attentato o da una Disgrazia ?. Lascio a voi la Risposta a questo tema che tutti noi ci siamo sempre posti leggendo le numerose inchieste ed i loro motivi ed i libri di chi lo conobbe .Riconosco le grandi idee di Mattei che ribaltò la situazione di AGIP (che era in liquidazione) , portando tutto e tutti alla ENI e creando un modello nuovo (formula ENI) esteso a tutto il mondo di Uguaglianza e Compartecipazione , sia negli Uomini che nei Risultati Da timorato di Dio e da seguace di Giovanni Paolo Secondo Santo , vi saluto

    secondo me e stato ucciso dava fastidio agli americani perchè aveva una politica diversa
    di contrato per l’acquisto gli americani prendevano e come fanno ora in Siria rubano il petrolio
    basta questo per capire stessa cosa vale anche per il virus

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