Lamorgese, una ministra sull’orlo del precipizio

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Criticare la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è come sparare sulla Croce Rossa. Con una differenza. La Croce Rossa sappiamo a cosa serve, mentre la funzione della Lamorgese resta, da oltre due anni, un singolare mistero.

Tanto per rinfrescarci la memoria, la ministra è quella che il 22 settembre 2019: “Da oggi possiamo dire che l’Italia non è più sola nella gestione dei flussi migratori”. Salvo poi dare il via libera all’accoglienza di oltre 91.000 tra irregolari e richiedenti asilo, riuscendo a ricollocarne appena un migliaio. Quella che – ciliegina sulla torta – alla Camera ha tentato di giustificare l’ingiustificabile dopo i fatti di Trieste: “L’agente in borghese? Verificava la forza ondulatoria del blindato” facendo ridere mezzo mondo a crepapelle. Caso mai ci fosse poi stato da ridere.

Ma dove l’ha pescata Conte (Draghi l’ha colpevolmente ereditata) una così? Dall’uovo di Pasqua? Un ben poco invidiabile mix tra la Fornero e l’Azzolina. Un concentrato di arrendevolezza e inadeguatezza da far impallidire i suoi senz’altro più illustri predecessori, capace di farci rimpiangere persino Mario Scelba, Francesco Cossiga, Antonio Brancaccio, Giovanni Rinaldo Coronas, Giorgio Napolitano, Rosa Russo Iervolino e Annamaria Cancellieri, solo per citare alcuni del peggiori inquilini che il Viminale abbia mai avuto dal dopoguerra in avanti.

Eppure può vantare un curriculum di tutto rispetto. Potentina, 68 anni a settembre, due figli, una laurea in Giurisprudenza a Napoli, Lamorgese è entrata in carriera al Viminale nel lontano 1979 e lì ha fatto tutta la trafila, passando per le prefetture di Venezia e Milano, fino ad occupare la poltrona più prestigiosa del ministero, ma ora sembra arrivato per lei il momento più difficile dal conferimento dell’incarico.

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Lamorgese e il rave party della discordia

Infatti, anche dalla sponda politica più vicina alle sue posizioni, la sinistra, arrivano costanti critiche per il suo operato. Ultimo avvenimento drammatico per l’immagine del ministro è stata la (non) gestione del Rave Party tenutosi in provincia di Viterbo. Situazione avulsa da ogni regola, svoltasi per giorni senza alcun intervento fermo quanto necessario da parte delle forze dell’ordine. Una nuova prova di debolezza delle istituzioni (o di inadeguatezza?), che si dimostrano “forti” con semplici lavoratori e totalmente assenti nelle situazioni veramente a rischio.

I precedenti fallimenti

Eppure, Lamorgese non è nuova a fallimenti politici: già sul tema dell’immigrazione clandestina ha dato prova della sua incapacità gestionale. A maggior ragione in un momento di crisi pandemica, dove controlli sugli approdati illegalmente sarebbero ancor più necessari ed auspicabili. Anche se, fatta salva l’inettitudine nell’espletamento delle sue funzioni, bisogna ammettere che le vere motivazioni di determinati approcci sono spesso figlie di “necessità” politiche, di cui la stessa Lamorgese è probabilmente vittima.

L’eredità di Salvini

In primis, è da considerare l’eredità scomoda trovata al Viminale, lasciata da Matteo Salvini. Eredità forgiata da modalità politiche assai divergenti da quelle del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, principali forze di maggioranza del Conte-bis. Anche in ragione di ciò, l’attuale ministra si è da subito dovuta accollare l’obbligo di rappresentare una discontinuità rispetto alle scelte del predecessore, quali che fossero. Impegno gravoso, che le ha comunque permesso di ritagliarsi, data anche l’ufficiale provenienza tecnica apartitica, un ruolo d’equilibrio tra i partiti dell’area liberal, sempre appetibile.

La riconferma di Lamorgese al dicastero nel governo Draghi, dunque, è da leggere non certo come premio alla competenza, piuttosto come frutto di interesse. Tuttavia, i suoi continui scivoloni ed errori rischiano di superare anche la volontà di chi ha provveduto a riconfermarla. Infatti, non è pensabile avallare un andamento così lento e “ondulatorio”, nonostante la necessità, da parte di alcuni, di esorcizzare dal “castello” del Viminale l’ingombrante “spettro” del suo predecessore.

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L’iniziativa di Fratelli d’Italia

La raccolta firme per chiedere lo sfratto della “nostra” è stata avviata da Fratelli d’Italia a settembre. Per aderire alla petizione, basta andare all’indirizzo web www.sfiduciamolamorgese.it. “Frontiere spalancate all’immigrazione clandestina, rave party illegale nel viterbese, hotspot stracolmi, agenti che operano in condizioni vergognose: Fratelli d’Italia ribadisce la totale sfiducia nei confronti della Lamorgese e continua a chiedere le sue dimissioni. Gli italiani non meritano un ministro così” è stato il messaggio del presidente di Fratelli d’Italia riportato nel comunicato.

Intervenuta all’evento organizzato sabato scorso da FdI a Milano con sindaci e amministratori locali della Lombardia, Giorgia Meloni ha riferito i primi risultati della raccolta firme: “Continuiamo a chiedere le dimissioni del ministro Lamorgese, per le quali abbiamo già raccolto 150.000 firme“.

La solidarietà di Marco Minniti

Non solo critiche. Dall’ex titolare del Viminale arrivano gli elogi per la buona gestione del G20: “Non possiamo non prendere atto che dopo quel sabato abbastanza tragico, noi abbiamo superato senza altri incidenti passaggi altrettanto delicati. Abbiamo fatto un G20 senza che venisse accennato uno scontro, quando è una vetrina mondiale che spesso accende gli animi dei manifestanti”. Minniti si è poi espressamente soffermato sul ministro Lamorgese: “Io conosco molto bene la ministra Lamorgese, la stimo molto, credo siano sbagliati gli attacchi individuali. La situazione è molto delicata e complessa. Le questioni vanno collocate nella responsabilità dell’intero governo. Per questo dico con grande sincerità che a questo momento sono al fianco della ministra Lamorgese, da ex ministro dell’Interno”.

Frase di circostanza, quest’ultima, che sa già tanto di funerale…

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