Ciao don Roberto, prete di strada e maestro di gratuità

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Ieri è morto improvvisamente Don Roberto Guernieri, sacerdote che ha dedicato l’intera vita agli emarginati, in particolare ai detenuti del carcere di Rebibbia a Roma, dove risiedeva da oltre 30 anni. Malato da tempo è stato stroncato da un infarto mentre aiutava un carcerato.

L’Osservatore Romano gli aveva dedicato una lunga intervista nell’estate del 2020. Lì aveva raccontato come era diventato “prete di strada” con don Luigi Di Liegro, aprendo un centro di accoglienza alla stazione Termini. Finito il suo turno di giorno andava poi, di notte, al Gemelli per aiutare i ragazzi malati di Aids a morire bene. Tre anni dopo il cardinale Ruini lo aveva chiamato per nominarlo cappellano al carcere di Rebibbia. Lì aiutava tutti come volevano essere aiutati. Così per esempio quando Totò Riina, catturato di notte in pigiama, non aveva come coprirsi per presentarsi all’interrogatorio accadde a don Roberto di chiedere in prestito a un confratello un clergyman per vestirlo.

Una vita che si fa dono, come quella di don Roberto, ha senso per tutti a prescindere che si sia credenti o meno perché il dono è elemento indispensabile della vita umana. Non solo nel senso ovvio di insegnare a donare ma anche come motore delle relazioni, incluse le relazioni di scambio.

Il dono ha la qualità della gratuità, cioè per definizione mostra l’amore disinteressato, cioè l’amore tout cort. Significa che la gratuità qualifica l’amore: l’amore è tale solo se è possibile dire che è gratuito. Però quando la gratuità si incarna in un dono esprime un amore che, senza volere nulla in cambio, pensa che anche gli altri dovrebbero comportarsi così. Se io ospito a casa mia il figlio di un amico che viene nella mia città per un concorso mi aspetto che costui mi ringrazi. Il che significa non l’obbligo ad un qualche “contraccambio” (che è possibile avvenga ma non in termini di dovere, altrimenti siamo nello scenario del mero baratto, se non addirittura del rapporto “mafioso”) ma al riconoscimento che quel comportamento è stato umano e quindi, quando al mio amico sarà possibile, anche lui farà qualcosa del genere nella sua città.

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Donare è un po’ morire, è un dare che è solamente un perdere: per questo non è per nulla semplice farlo. Anche solo dire a se stessi la verità in proposito è difficilissimo. Il problema è che la gratuità è uno degli atti più incerti e rari della natura umana. Il più delle volte un’azione che viene dichiarata gratuita è in realtà possessiva, interessata, narcisistica. Nella cultura moderna la gratuità del donare è costituita dalla mera aspettativa di un tornaconto, anche indiretto.

Se compio un dono posso avere un’aspettativa di qualcosa che non sia un qualche “contraccambio”? La risposta è un paradosso: da una parte il dono è pura gratuità, dall’altra dà origine ad un’operazione di scambio come ho raccontato nell’esempio di prima. In questa intrinseca paradossalità è il dono che fonda lo scambio, e non viceversa. Ogni relazione sociale, inclusa quella di uno scambio fondato sull’utilità, deve essere umana e per esserlo deve nascere dal dono. Lo scambio non è un dono, ma è vero che uno scambio è umano se in qualche modo ha un aspetto donale perché il dono lega tra loro gli individui particolarizzando, cioè personalizzando, il rapporto con le persone.

Se da una parte è necessario evitare l’astratta utopia di una società fondata sul dono come unico operatore universale è invece doveroso pensare ad una società che dia al dono gratuito il posto che gli spetta, ovvero quello di motore della socialità e di tutti quei comportamenti che siamo soliti definire “umani”.

Dio non dice “come io mi dono a te, così tu donati a me” ma dice: “come io mi dono a te, così tu donati a un altro”. Chi stava accanto a don Roberto assimilava il senso della vita come dono non per le parole che diceva ma perché ci si sentiva iscritti dentro quella presenza più grande e misteriosa che costituisce l’essere come tale e della quale lui si nutriva.

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