Scandalo in Vaticano: il processo Becciu non s’ha da fare

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Chissà quando inizierà il processo” ecco come ironicamente il Presidente del Tribunale Vaticano ha espresso la sintesi perfetta di sei mesi di nulla. Nulla perché il processo iniziato il 27 luglio a nove imputati fra cui il Cardinale Angelo Becciu è ancora in fase di stallo.

Becciu è saltato agli onori della cronaca lo scorso ottobre, quando da un indagine interna del Vaticano iniziata nel 2019 divenne noto un investimento di ben 300 milioni nell’ormai celebre palazzo di Harrods in Sloane Avenue a Londra, rivelatosi poi un caso di appropriazione indebita. Questo evento fu solo la punta dell’iceberg dei poco celestiali investimenti papali. Infatti, la marea di sporco non ci mise molto ad emergere: un intreccio internazionale fra corruzione, camorra e conti svizzeri. Per questo la lista di reati da giudicare nel processo è più lunga delle torture dei gironi nell’inferno: peculato, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio, concussione, distrazione di fondi e falso.

Chi sono gli imputati?

Oltre al Cardinale Becciu, sono sotto processo tre noti imprenditori e finanziari quali Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi e Enrico Carasso, più diversi funzionari vaticani e del tesoro come Fabrizio Tirabassi, Cecilia Marogna, René Brülhart, il vescovo Mauro Carlino, Tommaso di Ruzza e Nicola Squillace. Grande assente il monsignore Perlasca, nominato da Papa Francesco promotore di Giustizia presso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, figura centrale della Segreteria di Stato del Vaticano sin dal 2009. Pur venendo sentito come testimone, l’illustre sembra più che estraneo alle vicende. Infatti, insieme a Tirabassi, capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato, Perlasca decide di penetrare nel Fondo Discrezionale UBS, creato nel 2015 come riserva per le spese discrezionali del Santo Padre. E senza chiederci il perché esista un fondo del genere, ci basti sapere che con l’aiuto di Torzi il duo ha finanziato: un albergo a Milano in zona San Siro, un palazzo in piazza Cavour, un grattacielo su La 5th Avenue di New York, un hotel per l’Expo di Dubai. Evidentemente Papa Francesco teneva più a Perlasca che a Becchi. Restando appunto sul santo Padre, è evidente come abbia lasciato una lunga ombra su tutta la questione. Come ha infatti dichiarato il vaticanista Aldo Maria Valli a Byoblu: “In vaticano non si fa mai nulla senza che il Papa non sia informato, specie sotto un regime come quello di Papa Francesco che è assolutamente accentratore”.

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Le indagini

L’inchiesta è stata svolta dalla Procura di Roma, in collaborazione con quella di Milano e di altri comuni italiani, unitamente ai rispettivi Dipartimenti di Polizia Giudiziaria e Guardia di Finanza. I procedimenti si sono svolti sia in Italia che all’estero, nello specifico si parla di Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Isola di Jersey (canale della manica), Lussemburgo, Slovenia e Svizzera. Secondo un comunicato della Santa Sede: “le indagini hanno messo in luce una vasta rete di rapporti con gli operatori dei mercati finanziari che hanno generato notevoli perdite per le finanze vaticane, avendo fatto ricorso anche a risorse destinate alle opere di carità personale del Santo Padre”. Un modo delicato per dire che i soldi che il Vaticano ha perso erano i nostri, quelli del 8×1000, quelli delle anziane signore in Chiesa, quelle di chi pensava di aiutare i poveri. Vista quindi la gravità della situazione sembra più che necessario punire i colpevoli. Eppure la giustizia divina tarda ad arrivare.

Il processo

Dal 27 luglio all’ultima udienza del 13 dicembre, tutto è stato fatto per impedire alle 20mila pagine di indagine di produrre un giusto processo. Al principio i diversi legali hanno evidenziato una serie di vizi procedurali, che incidono sugli interrogatori preliminari, per poter annullare la citazione in giudizio. Il Promotore di Giustizia ha di conseguenza richiesto che tutta la documentazione fosse rinviata al suo ufficio per essere riesaminata, così come le interrogazioni, che secondo lui dovevano essere rifatte, insomma tutto da capo. Dopo un primo rifiuto, il Tribunale vaticano ha approvato la richiesta e il processo è letteralmente ricominciato a novembre, senza però farsi mancare nuove accezioni e richieste di nullità del processo. Così il Tribunale ha dovuto nuovamente fermarsi per valutare le richieste. In pratica sembra che tutto si faccia tranne che giudicare gli imputati. La straordinaria capacità di far perdere tempo degli avvocati, unita ad una strana svogliatezza nel procedere del Tribunale sembra aver arenato uno dei più grandi scandali vaticani contemporanei.

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