Giornalista oggi: libertà di stampa ossidata da vari fattori, ma la deontologia deve restare

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Più volte ho detto e scritto che fare giornalismo significa esercitare una fra le più belle professioni al mondo e, anche ora, torno a ripeterlo. Lo spunto per la riflessione che sto per fare nasce da una dichiarazione di Giuseppe Giulietti, Presidente  della Federazione Nazionale della stampa Italiana, a cui pure io appartengo con orgoglio e tanta passione. Egli lamenta ormai da diversi anni,  ed io mi trovo perfettamente d’accordo con lui,  che la libertà di stampa è a rischio: i recenti fatti che non sto a ripetere in quanto già noti, ultimo il rifiuto di intervista da parte di un direttore ULS,  lo confermano.

Non voglio crearmi nemici fra i colleghi, anzi, ma mi par di poter dire che una necessaria autocritica debba essere fatta “inter nos”, anche per capire il perché dell’attuale status del giornalismo.

Da anni infatti la professione ha cambiato letteralmente fisionomia, e ciò non soltanto a causa del processo informatico che ha scombinato le vecchie realtà, ma soprattutto perché è venuta meno la stessa deontologia del giornalista, come più volte mi sono permesso di dire anche al mio stimatissimo Presidente del Veneto, Gianluca Amadori (ora passato ad altro incarico nazionale), trovandolo pure lui pienamente d’accordo  nel corso dei vari discorsi assembleari durante i quali  egli non si è mai risparmiato a questo riguardo, invitando tutti ad osservare dignità, decoro, serietà nello svolgimento della professione.

Dico subito, a parte le eccezioni che esistono in ogni contesto, che la colpa non è del giornalista, ma di una situazione che, purtroppo, non consente più di star “dentro” alla deontologia in quanto, è sgradevole anche a dirsi, se non provochi non mangi: per provocazione intendo il sistema per niente etico con il quale si fanno certe interviste, per “non mangi” intendo dire invece che non vieni retribuito a sufficienza se ti sottrai a certe performances allo scopo di apparire,  di scrivere, di  farti notare e quindi mangiare. E ciò succede anche ad opera dei giornalisti in odore di…santità professionale che inflazionano tutti i santi giorni le varie emittenti tv “battibeccandosi” peggio delle galline in un pollaio.  Un giorno un direttore del più importante quotidiano del nord-est, L. B., ebbe a dirmi  proprio che il pollaio fa audience…

Leggi anche:   Financial Times: Lego vincitore della pandemia

Io ho avuto la “sorte” fortunata di fare contestualmente due professioni: il funzionario di banca a livello nazionale ed il giornalista, professione quest’ultima che, dopo 87 primavere, continuo a svolgere quotidianamente con tre giornali on-line: Roma, Milano e Cremona. Non scrivo questo per una certa, se vuoi anche umana vanagloria, anzi !, ma semplicemente per dire a chi mi legge che se io, nel corso della mia professione bancaria, avessi adottato il metro del giornalista, sarei stato licenziato all’istante.  Eppure, non è che la deontologia professionale, debba essere diversa a seconda delle categorie…

Poi, e concludo dicendo che, anche questo post-progresso, sta facendo la sua parte, minando con la pandemia, in aggiunta ad una politica becera, ogni contesto socio-professionale, ma non per questo si devono trovare delle giustificazioni.   Insomma oggi,  la deontologia è costretta, cosa bruttissima a dirsi,  a privilegiare giocoforza il pane, (per chi non lo si può permettere diversamente per campare), e ciò  attraverso certi atteggiamenti di cui tutti faremmo volentieri a meno, disturbando tra l’altro anche il lettore che, in ultima analisi, come diceva Indro Montanelli, è il vero padrone dei giornali.

Ormai la società è su questa china ed il futuro non sembra presentarsi in altra veste, anzi…e mi fermo qui.

Lascio  pertanto a chi legge  sviluppare queste riflessioni personali.

Arnaldo De Porti  classe 1935

Belluno Feltre

Questo post ti è piaciuto? Condividilo:

Lascia un commento