Kazakistan, arrestato l’ex capo della sicurezza per alto tradimento

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Comincia la resa dei conti in Kazakistan. Karim Masimov, ex primo ministro ad ex capo dell’ intelligence del paese, è stato arrestato con l’accusa di «alto tradimento»: avrebbe addestrato i protagonisti delle rivolte di questi giorni definiti dal potere kazako «terroristi». Lo ha reso noto la stessa agenzia per le sicurezza che lo ha cacciato in questi giorni mentre proteste e violenze senza precedenti mettevano a ferro e fuoco il paese. Masimov è stato alleato di lunga data dell’ex dittatore kazako Nursultan Nazarbayev. L’arresto risale a giovedì scorso, spiega il comitato nazionale per la sicurezza (Knb) e rappresenta la prima azione di questo tipo contro un alto funzionario dell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale. Anche oggi arrivano notizie di sparatorie fra forze dell’ordine e manifestanti ad Almaty.

Arresti e sparatorie

Nel frattempo il presidente russo Vladimir Putin ha avuto un «lungo colloquio» con il suo omologo kazako Kassym-Jomart Tokayev con l’obiettivo di «ristabilire l’ordine» nel paese dopo le proteste senza precedenti degli ultimi giorni. «I presidenti si sono scambiati opinioni sulle misure adottate per ristabilire l’ordine in Kazakistan», si legge in una nota del Cremlino. Tra i due l’accordo è di rimanere in contatto «costante». Sullo sfondo, uomini e mezzi militari russi continuano ad arrivare in Kazakistan e Tokayev – che nelle ultime ore ha dato l’ordine di uccidere i manifestanti – ha ringraziato «in modo particolare» Putin. Gli aerei russi che volano per tutto il giorno per portare le truppe e le attrezzature in Kazakistan sono 75 e sono parte del contingente di ‘peacekeeping’ della Csto, l’Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva, l’alleanza militare che raggruppa sei ex sovietici repubbliche (Armenia, Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan e lo stesso Kazakistan), a cui il leader kazako ha chiesto aiuto mercoledì. Mosca afferma che i militari russi «hanno immediatamente assunto il compito delle loro missioni» e assicurano la sicurezza del consolato generale russo nella città e di altre infrastrutture critiche. Il Dipartimento di Stato americano invece ha autorizzato i dipendenti non essenziali del consolato Usa ad Almaty a lasciare il Paese. «Il Dipartimento ha approvato la partenza volontaria dei dipendenti del governo statunitense non essenziali e dei familiari di tutti i dipendenti», si legge in una nota. E la Nato si dice «preoccupata e segue molto da vicino la crisi. Bisogna porre fine alla violenza e vanno rispettati i diritti, inclusi quello alle manifestazioni pacifiche», spiega il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg. Il presidente cinese Xi Jinping dal canto suo si complimenta col presidente kazako per le «misure forti» che hanno portato a spegnere quella che ha definito una «rivoluzione colorata» delle «forze straniere» e assicura tutto «il necessario sostegno».

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La situazione nel paese

«L’ordine è ristabilito», assicura in queste ore il presidente Kassym-Jomart Tokayev. In Kazakistan banche, ristoranti e supermercati sono ancora chiusi, mentre la polizia presidia i punti nevralgici e ai russi viene lasciato il controllo della sicurezza dell’aeroporto. La crisi che in queste ore sta mettendo in ginocchio il paese è legata a doppio filo al declino di Nursultan – il cui nome significa il “sultano di luce”. L’ex leader, oggi 81enne, tace. Si dice sia fuggito ma assicura dai social di essere ancora nella capitale, Nur-Sultan, nota un tempo come Astana. Per tre decenni è stato a capo di un potere che aveva costruito a sua volta su anche macerie: quelle del passato, quelle dell’Unione Sovietica. Le sue statue vengono buttate giù come venivano abbattute quelle di Lenin con il crollo dell’Urss. Oggi il regime fa i conti con la sua stessa sopravvivenza, mentre il suo successore Tokayev (scelto da lui stesso), che pure ha attivato qualche riforma, mantiene il pugno duro con i diritti umani e accusa «provocatori stranieri» per la crisi di questi giorni. Nel paese in alcune aree comincia a essere riattivato Internet e Tokayev assicura che lo stato d’emergenza verrà revocato lì dove è tornata la calma. Gli ultimi cinque giorni di violenze lasciano intanto al Kazakistan un bilancio di almeno 26 ribelli morti, definiti «criminali», e 18 uomini delle forze dell’ordine, di cui due sarebbero stati decapitati. Più di 3.800 gli arresti e almeno 400 i feriti ricoverati negli ospedali.

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