La mela avvelenata è servita, ma la gente comincia a preferire di no

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C’era il porto di Durazzo, nel polverio della farina, c’erano uomini, molti uomini, la testa  china, con i sacchi sulle spalle pieni di fior di grano, c’era un treno, mi pare, ad attendere la merce che scendeva da una nave dalla pancia rotonda. E c’era David Sassoli, biondo, occhi azzurri, molto carino, allora cronista a Il Giorno e c’ero anche io, bionda, di ventisei anni, nel mio primo viaggio da inviata del Gazzettino. In Albania. Accompagnavamo allora un sottosegretario agli Esteri, Claudio Vitalone, che portava gli aiuti italiani nel Paese delle Aquile. Al ritorno, seduti vicini in aereo,  David mi fece leggere il suo pezzo, uno splendido pezzo, e cominciava, lo ricordo ancora oggi, con una citazione di Cesare Pavese “Lavorare stanca”. Durante il volo, poi, mi aiutò a scrivere il mio articolo perché io, di penna buona ma di esperienza poca, non sapevo da dove cominciare. Poi, all’arrivo ciao ciao e invece addio perché non ci siamo visti mai più. Sassoli, salendo gradino dopo gradino sempre più in alto verso poltrone e poltronissime, io, nell’umiltà di una bambina, nel Signore già, pur non sapendolo ancora, e tutta Sua. Ecco come in questo martedì dorato e ventoso ricordo un collega, appena volato in cielo, che era tanto diverso da me e che, pure, per poche ore, ebbi vicino e amico.

E ora, lasciato il filo albanese che mi ha portato fino a Bruxelles per salutare un amico, torno al nostro oggi dolente dove però mi par di vedere dei lumini nelle tenebre. Oh aspettate, aspettate, sento un vocio lontano, degli schiamazzi, gente che si dispera. Lasciatemi andare in bilocazione a vedere che cosa sta accadendo in quel bel Palazzo romano, dove un tempo abitava la mia adorata Anna Maria Taigi, con il marito, che era stalliere della famiglia Chigi. Ok, vado, butto un orecchio e torno presto a riferire. Puntini di attesa. Nel frattempo metto su una musica che amo e che canticchio quando sono da sola e mi devo dar coraggio: “E’ un tetto la mano di Dio…”. Bene, uno due e tre, eccomi tornata. Oh, vedeste, c’era un gruppo di gran governanti, tutti imbronciati e di ritorno da una missione dal loro grande capo incoronato di mosche. E raccontavan ciò che era accaduto. Io, con le orecchie tese, fatte doppie, da coniglio… Erano andati per chieder lumi sul futuro perché, vista la cronaca ferale in Belgio, tremavan loro polsi e ginocchia. Per darsi coraggio erano andati in gruppetto.  Se la sarebbe vista con loro, orpo di Bacco, non era stato ai patti, eh  no! Sì, una parola… Avendoli visti di lontano, con gli occhi che ha dietro la testa, quel brutto aveva fatto soltanto una grande risata. E poi: “Buahaha, pensavate che io fossi amico vostro? Buahaha! Io non sono amico di nessuno!”. Poi, inghiottito un poco di vento e lo aveva soffiato fuori tra gli sputi, tanto da farli precipitar rotoloni come serpi a pancia sotto. Ed ecco che cosa era quel gran parlottare disperato di cui sopra…

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Sono avvertiti. Noi, invece, che viviamo, ai piedi della Croce, protetti dalla mano di Dio, sappiamo che Egli ci guida, pur nelle tribolazioni fino anche alla morte, ma alla morte per Lui, e se, in nudità di cuore, abbandonandoci alla Sua volontà, lasciamo che sia Lui, nel ponentino fresco, a far girar la nostra vita, allora sempre sarà pura, rotonda, nel cosmo radioso della carità. Bene, e ora le lucine che vedo nelle tenebre. Dunque, fino a qualche poco tempo fa, anche io, in quanto convinta non vaccinata (mai e poi mai mi farò inoculare un siero genico fatto o testato con cellule fetali di bambini morti), ho subito le mie belle vessazioni. Perché, per me, indossar la mascherina per andare a trovare mia madre oppure Anna è una vessazione. Perché penso che faccia male al cuore (e al contagio) vedere una persona che, in buona sostanza, ti considera un nemico. E non statemi a dire che la mascherina serve a proteggere il prossimo! Suvvia, quando ci si barda da astronauti (come gli infermieri e i medici nei reparti che devono far tanta paura ai poveri malati, altroché storie!), si indossa la mascherina, ci si vaccina lo si fa solo ed esclusivamente per salvarsi la pellaccia. E diciamolo una buona volta! Altroché dovere morale! Quanta ipocrisia, quanta menzogna anche da Oltretevere!

Vabbè, ma e le lucine? Ed eccone una. La telefonata di un conoscente che, tri-vaccinato, mi ha chiesto un certo tale intervento mio professionale (da insegnante, diciamo) e, pur sapendo che non sono vaccinata, ha aggiunto: “Ma in dad no, eh!”. E mi ha detto chiaro e tondo che si è arcistufato di veder quei brutti musi lunghi in televisione, di ascoltare i bollettini, di veder quei senza Dio che scartocciano l’esistenza degli italiani, mettendo in ginocchio l’economia. Insomma tutta una vulgata no vax e complottista da un cittadino politicamente corretto che, per quanto ne so, ha sempre e ripeto sempre, votato a sinistra e che, della mia fede, se ne è sempre impipato. Però, adesso, per chi so io, chiama la sottoscritta perché – dice – “empatica”. O forse perché, dico io, è il Signore che guida ogni mio passo? Accontentiamoci. Un’altra lucina. Al bar dove al mattino mi reco, ogni tanto, con una devota al par mio all’uscita della Santa Messa, mi han fatto accomodare al tavolino, borbottando e chissenefrega del grimpass…  E persino chi mi è molto caro al cuore (ma non condivide punto le mie scelte) dopo aver ascoltato da cima a fondo la conferenza stampa del Drago e dei suoi, di lunedì sera, mi ha guardato negli occhi e ha dichiarato: “Ma perché mai hanno fatto questa conferenza stampa se non c’era un bel nulla da aggiungere a quanto sapevamo già?” Poi, mumble mumble, grattandosi il capo, lui con due dosi e quasi tre, ha aggiunto: “A meno che non si volesse aggiunger fiele e veleno all’odio contro i no vax”. La mela avvelenata è servita, ma gli italiani cominciano a preferire le frittelle di mele con zucchero a velo e cannella che cucino io al martedì per la gioia di figlio e marito!

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