Vaccini Covid: cade un altro tassello della narrazione

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Mentre il governo Draghi estende le restrizioni a fasce e categorie sempre più ampie di popolazione, i dati ufficiali a sostegno di queste misure evidenziano sempre più contraddizioni

E’ passato più di un anno dall’inizio della campagna di vaccinazione contro la Covid-19.
Ricordiamo ai più smemorati come, grazie ai farmaci autorizzati in via emergenziale dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), ci fosse stata promessa l’immunità di gregge: prima al 70%, poi all’80%, diventato 90%, in un continuo rincorrere una fine dell’emergenza sempre una dose più in là.

Con l’emergere di nuove varianti, e con i vaccini sottoposti alla prova nel mondo reale, ben presto il raggiungimento di questo obiettivo è risultato sempre più difficile da garantire. Non è certo una novità, ne avevamo parlato la scorsa estate.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità

In una prima fase al sempre crescente numero di casi positivi tra i soggetti vaccinati si opponeva come argomentazione quella del “paradosso di Simpson“.

Con il “Bollettino Epidemia COVID-19 Aggiornamento nazionale 5 gennaio 2022” dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), tale argomentazione ha perso ogni consistenza.
Osserviamo la tabella 5 di pagina 27:

Come possiamo notare i casi di positività tra i soggetti che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino anti Covid-19 rappresentano il 77,3% di tutti i casi positivi valutati nel periodo 03/12/2021 – 02/01/2022.
Essendo la percentuale di popolazione italiana che ha ricevuto almeno una dose di vaccino intorno all’81%, secondo i dati forniti dal sito Ourworldindata.orgsiamo prossimi al punto in cui la probabilità di infezione non sarà più influenzata dallo stato di vaccinazione.

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A conferma di ciò il repentino cambio di narrazione. Nonostante tutta la campagna di vaccinazione sia stata basata sul raggiungimento dell’immunità di gregge, e quindi sulla capacità dei vaccini di impedire in modo sostanziale la diffusione del virus Sars-Cov-2, improvvisamente si parla soltanto di occupazione degli ospedali e delle terapie intensive.

Sebbene questo abbia senso da un punto di vista scientifico (l’emergenza deve essere valutata in base a questi parametri, e non in base ai positivi ad un tampone rapido o molecolare), è necessario fare alcune osservazioni.

Sempre dalla tabella riportata nel documeto dell’ISS, si osserva come gli individui non vaccinati occupino il 49,4% dei reparti ordinari e il 65% delle terapie intensive. Questo sembra confermare la tesi di una buona efficacia nella riduzione della forma grave della malattia, tuttavia queste percentuali sono in contrasto con gli stessi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità relativi ai decessi: contrariamente a quanto avviene nelle terapie intensive quasi il 60% delle persone decedute aveva ricevuto almeno una dose di vaccino anti Covid-19.
Se facciamo riferimento ai dati inglesi relativi al periodo compreso tra le settimane 49 e 52 del 2021 la situazione risulta meno incoerente. Si ha infatti:

  • Diagnosi di positività al Sars-Cov-2 tra individui non vaccinati: 23,2% del totale;
  • Ricoveri per Covid-19 di individui non vaccinati: 41,19% del totale;
  • Decessi per Covid-19 di individui non vaccinati: 28,3% del totale;

Possibili interpretazioni del fenomeno

Una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno potrebbe trovarsi nelle parole pronunciate recentemente dal direttore dello Spallanzani Vaia, secondo il quale “si può considerare un paziente vaccinato solo se ha ricevuto anche la terza dose“. A conferma di ciò sui Social girerebbe (il condizionale è d’obbligo) un referto ospedaliero di un individuo con doppia dose presentatosi in pronto soccorso in data 1 gennaio e classificato come non vaccinato.

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Sebbene questa spiegazione possa essere considerata valida da un punto di vista della narrazione mediatica, estremamente utile per spingere alle terze dosi, nella tabella 5 l’ISS opera una netta distinzione tra individui con 0, 1, 2 o 3 dosi.

Questa spiegazione non appare quindi sufficientemente concreta.

Un altro possibile fattore potrebbe essere il ricorso, specialmente per le categorie fragili, alla cura precoce con anticorpi monoclonali.

Recentemente il direttore del reparto di malattie infettive dell’ospedale San Luca di Lucca, dottor Luchi, ha elogiato la capacità di mantenere vuoto l’ospedale cittadino intercettando sul territorio gli individui più a rischio di complicanze e curandoli con i monoclonali. Un altro esempio è quello della RSA di Masone (GE), i cui ospiti positivi e vaccinati con terza dose sono stati curati da una equipe guidati dal dottor Bassetti.

Essendo gli individui fragili molto probabilmente in larga parte vaccinati è lecito aspettarsi un contributo nella riduzione delle terapie intensive occupate dai vaccinati.

Sufficiente a spiegare i dati forniti dall’ISS? Molto difficile dirlo, visto le numerose variabili in gioco.

Una spiegazione più semplice la possiamo però trovare osservando i periodi presi in considerazione nel report ISS.

Sappiamo infatti che la curva delle ospedalizzazioni segue la curva dei contagi, per cui i rispettivi picchi sono traslati di circa 2/3 settimane. Ma come possiamo osservare mentre i dati delle diagnosi di Sars-Cov-2 sono riferite al periodo 03/12/2021 – 02/01/2022, quelli delle terapie intensive sono relativi ad un periodo antecedente: 19/11/2021 – 19/12/2021.

Conclusioni

Da queste considerazioni è possibile supporre un aumento nelle prossime settimane della percentuale di posti letto in terapie intensive occupati da individui che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino. A quel punto è possibile il raggiungimento di una situazione più coerente come quella inglese (che infatti fa riferimento alla stesso intervallo temporale per la valutazione dei casi positivi, delle ospedalizzazioni e dei decessi).

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Assisteremo tra poche settimane al crollo anche dell’ultimo tassello di questa narrazione? Oppure questo non avverrà, confermando in apparenza l’efficacia dei vaccini nel prevenire la malattia grave senza stranamente avere la stessa capacità di riduzione del rischio di morte?

Trarre conclusioni dai dati italiani, quando presenti, è impresa sempre più ardua.

Ma è anche tramite questi che l’esecutivo impone ogni giorno misure sempre più restrittive.

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