Santi Paolo Miki, sacerdote, e compagni, martiri giapponesi

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Gesuita (1556-1597), primo religioso cattolico giapponese, annuncia con coraggio il Vangelo. Arrestato, viene crocifisso presso Nagasaki con altri 25 compagni. Prima di morire, ribadisce che solo in Gesù c’è salvezza, invitando tutti a seguire con gioia Cristo e a perdonare i nemici.

Ha tanti primati, San Paolo Miki: oltre a quello di essere il primo martire cristiano giapponese del Giappone ¬– e non un missionario venuto da fuori – ha anche quello di essere stato il primo religioso originario del Paese del Sol Levante, anche se non poté essere ordinato sacerdote a causa dell’assenza di un vescovo. Siamo nel 1556 quando Paolo nasce a Kyoto, la capitale culturale dell’arcipelago, probabilmente da una famiglia convertita da San Francesco Saverio, che intorno al 1550 aveva trascorso due anni nel Paese, portandovi per la prima volta la Compagnia di Gesù. Trent’anni dopo la comunità cristiana locale contava già 200mila fedeli.

Tra i primi cristiani del Giappone

A cinque anni Paolo riceve il battesimo e viene mandato a studiare dai gesuiti, dai quali non si separerà mai. Data la sua lingua e la sua cultura, incontra molta difficoltà nello studio del latino, ma in compenso diventa un esperto di religiosità locale che fa di lui un eccellente predicatore, in grado di sostenere le discussioni con le autorità buddiste. Il clima in quegli anni è di fermento e Paolo torna a casa, dopo una visita a Roma da Papa Gregorio XIII, ancora più carico dell’amore di Gesù: visita i quattro angoli del suo Paese portando la Parola e suscitando molte conversioni.

La persecuzione dello Shogun

All’improvviso, però, la situazione cambia: un po’ per il comportamento dei marinai cristiani spagnoli arrivati in Giappone, un po’ per i dissidi tra gli ordini missionari giunti fin laggiù, nel 1596 lo Shogun Hideyoshi avvia una violenta persecuzione anticristiana. Paolo viene arrestato e in carcere trova 6 francescani, 3 gesuiti e 17 laici convertiti, tra cui due ragazzi molto giovani.

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Il martirio: come Gesù sulla croce

Saranno 27, in tutto, i martiri che moriranno crocifissi sulla collina Tateyama di Nagasaki quel 5 febbraio del 1597. Dalla croce padre Paolo perdonerà i suoi carnefici e pronuncerà un’ultima, appassionata predica invitando tutti a seguire Cristo per trovare la salvezza. E proprio come Cristo, appena prima di spirare, invocherà Dio Padre nelle mani del quale rimetterà il suo spirito. Sarà proclamato Santo tre secoli dopo da Papa Pio IX e proprio in quegli anni il suo martirio, raccontato in un libro, ispirerà l’opera missionaria di un seminarista veneto, un certo Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”.

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