Tra le annose vicende giudiziarie che hanno colpito l’Eni sta emergendo l’incestuoso legame tra cronisti d’assalto e fonti interessate. Firme alla ricerca di scoop da Pulitzer pronte a flirtare con gole profonde che le indagini hanno dimostrato essere più che discutibili, se non addirittura deviate. Faccendieri come Piero Amara e Giuseppe Calafiore, che hanno patteggiato condanne per corruzione in atti giudiziari, o ex manager con il dente avvelenato come Vincenzo Armanna. Tutti pronti ad abbindolare con le loro panzane le migliori firme del giornalismo engagé, quello dell’impegno civile e delle battaglie perennemente dalla parte giusta della Storia. Tranne che in questa, rigorosamente con la «s» minuscola.

Una triste verità scolpita dal gip del Tribunale di Milano Anna Magelli in un decreto di convalida di intercettazioni telefoniche: «Come correttamente evidenziato dai pubblici ministeri, nel corso delle indagini sono stati pacificamente accertati i rapporti di Amara e Armanna con agenzie giornalistiche e importanti quotidiani nazionali ai quali vengono sapientemente veicolate notizie da utilizzare per estromettere persone ritenute scomode» ha scritto la magistrata. Dunque questi personaggi, oggi sotto inchiesta a Milano per calunnia, hanno inquinato i processi e l’informazione sfruttando l’ansia dei cronisti di raccogliere prove contro i vertici dell’Eni senza badare troppo alle verifiche.

C’è un contatto di Armanna che gli investigatori hanno annotato proprio nel periodo d’interesse investigativo. È una chat del 6 aprile 2019 con il giornalista Luca Chiancadella trasmissione Rai Report. Il titolo dell’inchiesta tv che in quel momento l’inviato sta preparando è L’Amara giustizia, un servizio che ruota intorno alle vicende giudiziarie dell’avvocato siracusano. Uno dei messaggi clou agli atti precede di qualche giorno la messa in onda.

Chianca invia un WhatsApp «nel quale», annotano i finanzieri, «esplicita le sue perplessità circa la genuinità dell’intervista di Piero Amara». Alle 12,43, infatti, Chianca, che deve aver mangiato la foglia, scrive: «Ma non è che tu e Amara vi siete messi d’accordo per fregare Granata (Claudio, potente manager dell’Eni, ndr)? Le vostre interviste sono fin troppo uguali». La risposta: «Scherzi! Non lo vedo, né sento, né ho contatti da più di un anno… quello che ti ho detto di Granata l’ho sempre pensato e detto…».

Il tema è il presunto patto della Rinascente (la sede romana di via Fiume) cui avrebbe partecipato nella primavera del 2016 anche Granata per far ritrattare le accuse di Armanna contro la sua vecchia azienda. Gli investigatori sottolineano: «Dal contenuto del messaggio si evince chiaramente che il giornalista sospetti un accordo tra Amara e Armanna per “fregare” Granata». Ma annotano anche che «nonostante le perplessità del giornalista, il servizio è ugualmente andato in onda il 15 aprile 2019».

Quindi i dubbi, fondati, come hanno dimostrato le indagini, non hanno convinto l’autore a fare ulteriori e doverose verifiche prima di trasmettere l’intervista sulla tv pubblica. E di un possibile accordo tra indagati non sospettava solo Report, ma anche i magistrati milanesi. Tanto che il 2 dicembre 2019 il procuratore aggiunto Laura Pedio e il collegaPaolo Storari chiedono ad Amara di spiegare l’improvviso affollarsi di testimonianze convergenti: «C’è stato un accordo tra di voi?» domandano gli inquirenti.

Amara nega e incolpa proprio Chianca: «Tra me e Armanna non c’è stato alcun accordo, né io ho avuto notizia del fatto che egli avrebbe reso dichiarazioni dibattimentali e che avrebbe raccontato degli accordi con l’Eni. È una coincidenza puramente temporale. È anche vero però che attraverso il giornalista di Report, Chianca, io sapevo quello che Armanna avrebbe dichiarato nella trasmissione e devo dedurre che Armanna sapeva quello che avrei dichiarato io».

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Dunque Amara a Milano usa Chianca per giustificare le sue dichiarazioni contro Eni praticamente identiche a quelle di Armanna. E, giustamente, la compagnia petrolifera in un comunicato fa notare a Report: «Amara ha indicato nel vostro giornalista Luca Chianca il soggetto che ha consentito il coordinamento dichiarativo tra il pluripregiudicato Amara e l’indagato Armanna». Amara, Armanna e Calafiore si sono incontrati anche a ridosso delle loro dichiarazioni in Procura del 2019 e gli investigatori sospettano che lo abbiano fatto per concordare le loro versioni.

In una recente informativa le Fiamme gialle hanno ricostruito che Calafiore, l’8 ottobre 2019, «nove giorni prima della data in cui Armanna ha rilasciato le sue prime dichiarazioni» era in compagnia di Amara a Roma, in piazza Thorvaldsen. Nell’occasione i due vennero identificati dalla Polizia durante un controllo casuale. Ma ci sarebbero stati anche ulteriori incontri tra Amara e Armanna, desunti dai finanzieri grazie all’incrocio delle celle telefoniche. Per esempio, i loro telefoni hanno agganciato lo stesso ripetitore il 3 dicembre 2019 e il 23 gennaio 2020, nella stessa giornata in cui è stata eseguita una perquisizione nei confronti di Granata.

Ma certamente non si videro dove dissero di averlo fatto: ovvero alla Rinascente. Perlomeno non quando hanno dichiarato. Tra il 28 aprile 2016 e il 13 maggio 2016 «non sono state rilevate evidenze che possono confermare un incontro di più di un’ora tra Armanna, Amara, Calafiore e Granata nei pressi della Rinascente di piazza Fiume a Roma» scrivono gli investigatori. Il patto, insomma, era una fake news. Finita sul Fatto Quotidiano in un servizio spacciato come «esclusivo», col titolo «Eni, quel vertice alla Rinascente per far saltare il processo Nigeria».

Ma torniamo ai rapporti tra Chianca e Armanna. Agli atti sono finiti molti messaggi che dimostrano come il giornalista confidasse nelle soffiate della sua gola profonda. La trascrizione delle chat tra i due è lunga oltre 50 pagine e va da maggio 2018 a dicembre 2019, con messaggi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Le carte sembrano raccontare una relazione tra i due che va ben oltre l’intervista su Amara.

Quando Chianca gli comunica che sta chiudendo «l’ultimo servizio della stagione sui commercialisti della Lega», Armanna gli annuncia: «Allora oggi ti do un nome importantissimo, la vera chiave su Giorgetti». E invia nomi e pagine di giornale. I suoi target sono personaggi che ruoterebbero intorno agli ex ministri Angelino Alfano eMaurizio Lupi. La sua ossessione è, però, il Carroccio: «La chiave di tutto è Andrea Mascetti». In allegato invia articoli che Armanna deve aver conservato e archiviato con una certa cura. Il materiale a un certo punto è talmente copioso che Chianca risponde: «Non riuscirò mai. Sto finendo di montare […] saperlo prima». L’interlocutore è dispiaciuto: «Peccato… vedi, mi trascuri».

Tra il cronista e il suo informatore c’è una certa confidenza tale da permettere ad Armanna di svelare di aver dato una mano a Massari. Quando Chianca gli chiede: «Che sai della storia della Nigeria Oando Plc e la nave bloccata in Sicilia?», l’altro risponde: «Olio iraniano. Ho aiutato Antonio a verificarla. Lui informato da altri».

Su Eni, però, Armanna dà il meglio di sé, fornendo all’alba del 29 marzo 2019 (ore 7,14) al giornalista addirittura una scaletta con i suoi «desiderata»: «Buongiorno, gli argomenti che approfondirei (anche di mio interesse)». E invia un lungo elenco con nomi e fatti (come i processi Algeria, Nigeria e Basilicata, che coinvolgono la compagnia del Cane a sei zampe) sui quali vorrebbe far intervistare qualcuno.

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Il 18 luglio i due si risentono. Chianca invia ad Armanna la notizia della decisione dell’Eni di querelare chi accusa l’azienda di aver cercato di far ritrattare il teste chiave. Armanna risponde: «È pazzesco, hanno un controllo assoluto dei giornali. Solo Il Fattoe un po’ Repubblica. E poi, voi!!». Gli impavidi giornalisti di Report. La chat si riempie di messaggi. Alcuni anche tra le 23 e le 1 di notte. A settembre Armanna è deciso a tornare in tv. E annuncia: «Ho trovato un testimone che si farebbe intervistare su Eni Congo… e ti do scoop su complotto con testimonianza mia diretta».

Oltre agli scoop Armanna sembra pronto a calzare l’elmetto per la Rai anche nei processi. Chianca scrive: «Mi chiede avvocato Rai se puoi testimoniare nella denuncia contro Ottonello (un imprenditore italiano accusato da Armanna durante Report, ndr)». La risposta è secca: «Certo».

E anche quando ha bisogno di puntellare la propria credibilità chiede a Chianca se possa far sapere di aver ricevuto da lui un documento delicato. «Non è il massimo» replica il giornalista, che però non può abbandonare la sua fonte di tante battaglie e per questo, di fronte alla sua insistenza, replica con un laconico «ok».

Ma c’è un altro legame che gli inquirenti hanno ritenuto di approfondire: quello tra l’inviato del Fatto Quotidiano Antonio Massari e Armanna. Una questione considerata particolarmente rilevante, tanto da spingere i magistrati a disporre l’acquisizione del telefono cellulare dell’ex manager Eni. Dagli approfondimenti informatici è saltato fuori che la chat tra i due è cominciata il 17 giugno 2016 e si è fermata il 2 novembre 2020. Quattro anni di fitta messaggistica, con un argomento «quasi esclusivo»: «Le vicende giudiziarie che hanno interessato Armanna negli ultimi anni, con particolare riferimento al processo Eni-Nigeria».

Grazie al suo stretto rapporto con Armanna, Massari riesce a ottenere le presunte conversazioni elettroniche tra la discutibile fonte e l’a.d. di Eni Claudio Descalzi e il suo braccio destro Granata. Il giornalista, per avere una prova «genuina» della reale esistenza delle conversazioni, si fa inviare un video che mostra Armanna mentre apre le chat con i presunti mega dirigenti. «Questa per me è un’ottima prova» afferma Massari. Peccato che in realtà valga pochissimo, visto che le conversazioni che la gola profonda visualizza sono con contatti che non corrispondono ai nomi registrati sul cellulare. Le utenze che Armanna attribuisce a Descalzi e Granata, hanno accertato gli inquirenti, «all’epoca della presunta conversazione non erano in uso a loro» e neppure all’Eni, ma a privati cittadini.

Gli investigatori notano qualche altra stranezza che è sfuggita al cronista, forse troppo preoccupato di portare a casa lo scoop: «Una volta trovata e visualizzata la chat, la stessa sembra non rispettare l’ordine cronologico decrescente delle altre». Insomma, i messaggi di Descalzi e di Granata vengono ripresi mentre si trovano in una posizione cronologica illogica: ovvero tra altre due chat che risalgono a periodi successivi. Nel capo d’imputazione messo a punto dalla Procura di Brescia le conversazioni WhatsApp, «aventi a oggetto la promessa di riassunzione in Eni se Armanna avesse ritrattato le accuse», vengono bollate come «contraffatte».

Massari e la sua fonte affrontano anche altri argomenti. Tra questi l’arrivo di una nave, la «White moon», davanti alla costa siciliana con un carico di petrolio iraniano, un Paese sotto embargo. L’Eni lo ha acquistato, pensando fosse iracheno, da una società riconducibile ad Amara, con la complicità di qualche dirigente infedele.

La prima imbeccata sull’affare sembra arrivare a Massari. Il quale, il 13 giugno 2019, scrive un articolo intitolato: «La nave col petrolio “sbagliato” bloccata dall’Eni a Milazzo». Armanna, in una chiamata dell’11 giugno 2019, parla con un uomo non identificato e gli chiede di verificare la fondatezza di un’informazione ricevuta da «un giornalista del Fatto» circa la presenza di una petroliera di fronte alla costa siciliana.

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Il faccendiere precisa all’uomo che sta facendo il «fact checker» per il cronista: «Vuole verificare un’informazione per evitare che sia una polpetta avvelenata». E ripete all’interlocutore quello che gli avrebbe riferito Massari. Armanna è sulla sua Mini Cooper, su cui gli investigatori hanno piazzato una microspia, quando arriva la risposta dettagliata. L’indagato chiede un ulteriore aiuto: «Ma mi scrivi una velina?». E l’uomo senza volto risponde: «Scriviamo insieme domani così ci vediamo». Subito dopo arriva la telefonata di Massari. «Hey Antonio, eccomi qua. Senti, allora la White moon non è quella che ha caricato il petrolio, ora mi stanno per mandare tutto il percorso».

Nella ricostruzione di Armanna la nave avrebbe preso a bordo i barili fuorilegge davanti alla Nigeria. Ad Antonio interessa la compagnia petrolifera italiana: «Ma l’Eni se n’è accorta però?». Armanna gli chiede di temporeggiare: «Domani mi danno tutto lo schema e te lo mando a mo’ di velina […] quindi poi tu devi andarti a verificare tutte le informazioni che ti daremo». Antonio ringrazia e Armanna gli manda un abbraccio.

Tuttavia al Fatto Quotidiano non si sono affidati solo gli indagati, ma anche i magistrati per difendersi dalle accuse dell’Eni e dei pm di Brescia. Come quando Amara ha raccontato in carcere che un video favorevole alle difese e depositato fuori tempo massimo dagli inquirenti nel Processo Opl 245 (il giacimento nigeriano per cui la Procura di Milano ha avviato il maxi procedimento per presunte mazzette che ha visto coinvolti i vertici dell’Eni, alla fine tutti assolti, ndr) era in realtà a disposizione delle parti da tempo immemore.

Per farsi rilasciare quelle dichiarazioni, il 13 ottobre 2021, si era scomodato l’allora procuratore Francesco Greco che si era recato personalmente presso il carcere di Terni, dove era recluso Amara, a poco più di due mesi dalla pensione. Il 22 ottobre Il Fatto offre ampi stralci dell’interrogatorio ai lettori, riportando anche la vicenda del video e immediatamente dopo De Pasquale, per difendersi davanti al Tribunale di Brescia, dove è accusato di rifiuto di atti d’ufficio, può fare ufficiale richiesta di quell’atto realizzato in altro procedimento e di cui è venuto legittimamente a conoscenza grazie alla stampa.

A leggere gli atti giudiziari sembra che Armanna fosse particolarmente compulsato dai giornalisti. Nei suoi verbali in Procura a Milano ha svelato di aver rilasciato un’intervista sulla Repubblica «a Carlo Bonini» per replicare all’a.d. di Eni, Descalzi, intervistato da Gad Lerner. Le parole di Armanna vennero così riassunte nel titolo: «Eni, tangenti per i politici italiani». Mazzette che non vennero mai trovate.

L’ex manager sostiene di avere intrattenuto rapporti anche con Claudio Gatti, inviato del Sole 24 Ore, autore di un libro contro l’Eni, pubblicato dalla casa editrice del Fatto Quotidiano con prefazione dell’ex conduttrice di Report Milena Gabanelli: «Amara mi disse che nel primo esposto (inviato alla Procura di Trani, ndr) io ero stato indicato in ragione dello stretto rapporto che avevo con Gatti, che a sua volta era legato a Zingales (consigliere d’amministrazione Eni, ndr)». Il nome di Gatti torna nel racconto di Armanna durante il processo, quando i magistrati gli chiedono di spiegare un passaggio di un’intercettazione nella quale usa questa espressione: «Valanga di merda». Armanna replica: «Stavo parlando delle informazioni che avevo girato a Gattiper predisporre completamente tutti i documenti su Opl 245, e poterli mettere sul blog e su vari articoli. Ne uscirono infatti ai primi di settembre due sul Sole 24 Ore». Così funzionava la macchina del fango messa in piedi da Amara e dai suoi compagni di merende.