L’Europa, è chiaro, ha qualche difficoltà a rispondere all’invasione russa in Ucraina. Si capisce. La Nato non può mandare truppe di terra, caccia o mezzi propri sul territorio per proteggere Kiev. Significherebbe dichiarare guerra a Putin e scatenare la “Terza Guerra Mondiale” evocata da Joe Biden. Dunque Bruxelles si deve arrabattare con sanzioni di contorno: in pochi giorni ha congelato i fondi degli oligarchi, bloccato il North Stream 2, attaccato l’interscambio economico, deciso di sospendere i pagamenti Swift ad alcune banche russe, chiuso lo spazio aereo ai voli moscoviti, congelato i beni della Banca centrale russa. Tutto lecito, e pure comprensibile. Così come la decisione “mai assunta prima” di acquistare con fondi europei armi letali e di inviarle a Kiev. Non è ben chiaro, però, per quale motivo sia necessario anche accanirsi sui media russi.

Ufficialmente non siamo in guerra con la Russia, per quanto la contrapposizione sia resa evidente dai movimenti di truppe Nato: il contingente è aumentato per proteggere il fianco Est dell’Alleanza. Eppure Ursula von der Leyen e soci hanno scelto di fare “un altro passo senza precedenti” bandendo dall’Unione europea quella che Bruxelles chiama “la macchina mediatica del Cremlino”. “Russia Today e Sputnik di proprietà statale russa – dice Ursula – non saranno più grado di diffondere le loro bugie per giustificare la guerra di Putin e cercare di dividere la nostra Unione”. Il bando dovrebbe essere allargato anche a tutti i siti internet.

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Si può discutere quanto si vuole sulla presunta “disinformazione tossica e dannosa” portata avanti dalle due emittenti russe. Però si tratta di un’accusa unilaterale, tutta da verificare e che rischia di provocare l’espulsione degli inviati occidentali dalla Russia. Una ritorsione a quel punto legittimata da Putin con lo scopo di evitare “la disinformazione occidentale” sulla guerra in Ucraina.

Che poi qualche ragione, a ben vedere, lo Zar ce l’avrebbe pure. Ve lo abbiamo raccontato ieri: i media occidentali, che spesso e volentieri basano le loro informazioni su fonti militari o governative ucraine, hanno spacciato non poche bufale su questa guerra. Aerei abbattuti, che in realtà si riferivano ad innocui show del passato. Immagini di bombardamenti russi su Kiev prese da un videogioco. Video sulle rivolte ad Odessa in verità riferite al 2014. Direte: errori umani. Forse, probabile. Ma che allo stesso tempo hanno contribuito a diffondere la “propaganda” ucraina della guerra di resistenza. Pensate ai video diffusi dalle tv occidentali: è tutto un brulicare di immagini trionfalistiche sulle manovre ucraine, poco o nulla invece viene rilanciato sull’avanzata russa. Eppure i social media sono pieni anche di questi video.

Oppure pensate a quella notizia che ha fatto il giro del mondo e delle emittenti più importanti del globo: i 23 marinai ucraini che mandano a quel Paese i nemici russi prima di essere uccisi sull’isola dei serpenti, elogiati dal mondo, pronti a ricevere la medaglia postuma, e in realtà probabilmente ancora vivi e vegeti. Lo stesso dicasi per il “vendicatore dell’aria”, un inesistente pilota di caccia ucraino spacciato per abbattitore seriale di aerei nemici e in realtà mai esistito. Che facciamo, chiudiamo anche i network occidentali che sono caduti in questa “propaganda tossica”?

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I media russi hanno subito risposto al bando europeo. “Proponiamo all’Unione europea di non fermarsi alle mezze misure, ma di vietare immediatamente Internet”, scrive in una nota il servizio stampa di Sputnik e RT. Mentre la direttrice Simonyan assicura che i suoi giornalisti sapranno “fare il loro lavoro nonostante i divieti”. Il bando di due emittenti giornalistiche in Europa è tanto stupida quanto la richiesta di Beppe Sala al direttore dell’orchestra della Scala, Valery Gergiev, di prendere le distanze da Putin o di dimettersi. Tifano lo zar? Può darsi. Ma sono russi: possiamo biasimarli?