Leonardo, D’Alema e la Colombia: che cosa sappiamo?

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Che ruolo ha avuto D’Alema nel tentativo di realizzare la vendita alla Colombia di due sommergibili prodotti da Fincantieri e alcuni aerei di Leonardo?  Alessandro Profumo: “All’ex premier non è stato pagato alcun compenso”. Lega, Iv e FdI però non ci stanno: “Risposte evasive e surreali”

Ha ormai assunto le proporzioni di un Colombiagate il caso che vede protagonista l’ex premier Massimo D’Alema in qualità di possibile mediatore per conto di uno studio legale di Miami nella vendita da 4 miliardi di euro di mezzi militari alla Colombia da parte di Fincantieri e Leonardo, con 80 milioni di euro di possibili provvigioni per i mediatori. Nello specifico due sommergibili prodotti da Fincantieri e alcuni aerei di Leonardo. “A un certo punto in questa negoziazione sarebbe entrato, nel ruolo di intermediario, l’ex premier Massimo D’Alema” aveva rivelato a inizio marzo l’Huffington Post Italia rilanciando indiscrezioni del quotidiano La Verità.

E come sassolini che diventano una valanga, la notizia, prima apparsa su sito dal nome evocativo e mai così calzante, Sassate, che si occupa di Difesa e poi sul quotidiano La Verità, che ha pubblicato in esclusiva anche l’audio dell’incontro tra D’Alema e gli emissari del governo colombiano, è divenuta un vero e proprio caso politico. O meglio, lo sarebbe stata se altri fatti e altre armi non si imponessero nella gerarchia delle notizie.

Cosa ha detto l’ad di Leonardo sul ruolo di D’Alema nell’affaire Colombia

“La procedura è stata avviata nel 2019, in tempi ampiamente antecedenti queste vicende, ed eravamo ancora nella fase in cui si cerca di capire come trasformare una potenziale opportunità in una realtà”, ha detto Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, durante la audizione al Senato sull’export dei materiali di difesa.

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Di fronte a “potenzialità” per contratti commerciali “il presidente D’Alema, anche in relazione alla sua storia istituzionale, ha prospettato a Leonardo che queste opportunità potessero essere maggiormente concrete – ha spiegato Profumo – ma fin da subito ha chiarito che sarebbe rimasto del tutto estraneo alle future eventuali attività di intermediazione nei nostri confronti”. Quindi l’Ad scarica l’ex presidente del Consiglio: “Lo voglio sottolineare in maniera forte: D’Alema non aveva nessun mandato, formale o informale, a trattare per conto di Leonardo”.

L’ad di Leonardo ha poi ammesso di aver “partecipato a una videocall con D’Alema, ma dal mio ufficio. Doveva essere di saluto al ministro della Difesa colombiano che non si è presentato e ha avuto tempi estremamente rapidi”. Quindi ha smentito che all’ex premier siano stati pagati 80 milioni di euro per l’intermediazione in quanto “non siamo arrivati alla sottoscrizione del contratto”.

Sulla questione, si attendono i risultati degli audit interni avviati dalle due aziende partecipate dal ministero dell’Economia. Come ha annunciato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, in Aula alla Camera rispondendo a un’interrogazione Fdi nel corso del question time il 23 marzo. “I risultati saranno oggetto di approfondimento e valutazione dagli organi societari e dalla istituzioni preposte” aveva fatto sapere il ministro.

Le zone d’ombra

“Se sul ruolo dello studio legale Robert Allen Law — lamentano i senatori della Lega in commissione Difesa a Palazzo Madama dopo l’audizione di Alessandro Profumo — e di Aviatec, sales promoters a vario titolo dell’affare, Profumo ha risposto in maniera scolastica, è sul ruolo di Massimo D’Alema, sul suo raggio di azione e sui relativi limiti, che nessuna risposta è stata fornita ai commissari. Perché si coinvolse l’ex premier nell’affare, avendo già due realtà incaricate di seguire la vicenda? Come fu individuato lo studio legale di Miami? Domande lecite, che la Lega non pone per una volontà persecutoria, ma perché convinta che il Parlamento sia l’unico luogo deputato a fornire risposte chiare ai cittadini”.

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“Sono dichiarazioni surreali se confrontate con ciò che dice lo stesso D’Alema: uno dei due mente. Spero solo che non mentano entrambi”, è la posizione della vice capogruppo di Italia viva al Senato, Laura Garavini.

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