Vi prego, non cancellate pure Pinocchio, non buttatelo tra le fiamme, è di materiale infiammabile. Il furore iconoclasta di tutto quanto rappresenta la nostra letteratura, la nostra mitologia più elementare, i nostri eroi dell’infanzia, si sta accanendo ora col povero burattino e col suo inventore, Collodi. L’ultimo odiatore è Aurelio Picca che nel suo libro Contro Pinocchio (Einaudi), ne dice peste e corna. In verità il suo libro ha come pretesto l’attacco a Pinocchio perché parla d’altro, ma il giudizio su di lui, nel suo libro e nelle sue interviste, è impietoso. Pinocchio, a suo dire, “è furbino, è scemo, è egoista, è cattivo, è violento, è ingannatore”. Lo apparenta perfino ai compagni di merenda del Mostro di Firenze; giudica il mite Geppetto “un povero onanista, un non padre” oltre che un greve e volgare falegname, come Mastro Ciliegia. Nella sua lettura tardiva di Pinocchio fatta in età matura, Picca detesta pure la fata turchina, per concludere che l’opera – oltre che burlesca – è un libro-tomba, una bara carbonizzata, e non fa neanche ridere.

Ora, per prima cosa riportiamo Pinocchio agli occhi e alla mente dell’infanzia, a cui si rivolge. È un libro di avventure, una fiaba che incuriosisce, appassiona, conquista gli occhi favolosi del piccolo lettore. Pinocchio può essere letto a vari livelli. Nel primo livello, è una bellissima storia tra il bene e il male; mostra il male che produce male, il brutto che rende brutta la vita; etica ed estetica combaciano. E mostra a rovescio il legame tra la bellezza e il bene, la sua superiore utilità, proprio attraverso l’esempio discolo del burattino. Rientra a pieno titolo nella letteratura di formazione, quella che coltiva i fiori del bene, da Manzoni a De Amicis, in opposizione ai Fiori del male che poi hanno prevalso.
In secondo luogo è una magnifica parabola dal burattino all’umanità, che fa riscoprire l’importanza di essere uomini; la grazia di essere uomo.

A un livello più alto, Le avventure di Pinocchio è un cammino di salvezza, un viaggio di redenzione che ritrova figure, tappe, tentazioni e cadute che ricordano davvero l’escatologia cristiana. E proprio per la loro assenza, mostra l’importanza della paternità e della maternità. Reputo uno dei momenti più alti della dedizione paterna, quando Mastro Geppetto finge di non aver freddo e si vende la giacca rattoppata per comprare a Pinocchio l’abbecedario; una straordinaria tenerezza, come tante altre premure di un uomo che visse in solitudine del suo lavoro, falegname come san Giuseppe. E reputo la fata turchina, madre, madrina e Madonna, vista con gli occhi fatati del bambino. E quando Pinocchio si ritrova col padre nel ventre del pescecane, mansarda negli abissi marini, è allegoria dell’Oltretomba e si conclude con la Resurrezione.

Pinocchio è una metafora per indicare il cammino che ci rende migliori e il cammino opposto verso la perdizione. Oggi viviamo la parabola inversa, l’uomo perde la sua umanità e si fa marionetta, manovrata e legnosa; perde il libero arbitrio e la magnifica imperfezione dell’umano per diventare automa cioè burattino hi-tech, drone depensante e prolungamento arido della tecnologia. Sarò reazionario, ma oltre al burattino che si evolve in bambino c’è la possibilità inversa, che l’umano regredisca a burattino. Prima di diventare bambino, Pinocchio diventa asino; e questa metamorfosi mostra l’arco delle possibilità che abbiamo nella vita in base a come viviamo: redimerci o degradarci.

Insomma Pinocchio resta una bellissima lettura per bambini e per chi voglia tornare allo stupore infantile; anzi ho usato un verbo troppo riduttivo, restare; la lettura di Pinocchio è oggi più di ieri benefica. Pinocchio è necessario per ritrovare non solo l’incanto ma anche il cammino della vita vera, un viaggio per liberarsi della menzogna e del naso etico che si allunga a ogni bugia e ritrovare la verità o quantomeno l’amor di verità, la passione per il vero e il giusto.
Pinocchio non è un libro ma un compagno di giochi che gode lo strano privilegio di abitare due mondi, tra gli umani e i balocchi. La sua doppia cittadinanza nel regno onirico dei giocattoli e in quello reale dell’infanzia, fa di Pinocchio una creatura anfibia, una specie di eroe dei due mondi, quasi un piccolo Virgilio che guida nel transito tra la realtà e la fantasia, tramite inferni, purgatori e paradisi.

Quando lessi Pinocchio con la fantasia di un bambino, mitizzai luoghi e personaggi reali della mia infanzia ritenendoli i luoghi e i personaggi di Pinocchio. Di mangiafuoco e di lucignoli vedevo alcuni esemplari al mio paese, per non dire del Gatto e La Volpe che avevo identificato in due caporali furbi e inseparabili che di sera in piazza assumevano i braccianti. Di grilli parlanti ne conoscevo almeno un paio, bassini e saccenti, che frequentavano il locale circolo professionisti. Non c’era sito pinocchiesco che non fosse da me identificato in luoghi veri: la campagna e l’albero dei denari, le giostre e i teatrini, la bottega di Mastro Geppetto erano localizzati nel borgo antico del mio paese, nel suo agro, nel suo mare. Quando cominciai a immergermi con la maschera speravo in un incontro favoloso con l’accogliente ventre marino dove abitava Pinocchio con suo padre. Mi deluse invece la visita nel parco di Collodi; non mi parve affatto un luogo incantato, piuttosto un banale giardino pubblico in memoria di Pinocchio. Invece Pinocchio abitava nei luoghi mitici e reali della mia infanzia; non in un parco giochi con biglietto d’ingresso e rivendita di burattini ma nella vita, nella natura e nel genius loci. Carissimo Pinocchio.