Covid: nella vicina Svizzera le restrizioni, già blande da tempo, sono già un ricordo

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Nella Confederazione dal 1° aprile cancellato pure l’isolamento e disattivata l’app di tracciamento perché «non più necessaria»

Mentre il ministro della Salute, Roberto Speranza, tiene sulla corda gli italiani rimandando a dopo Pasqua la decisione se togliere o no l’obbligo di mascherine al chiuso, la Svizzera ha eliminato ogni residua restrizione. Dal 1° aprile non è più imposto il dispositivo di protezione delle vie respiratorie sui trasporti pubblici, nelle strutture sanitarie, ed è anche cessato l’isolamento per le persone positive al Covid. Erano gli ultimi provvedimenti ancora in vigore, perché la Confederazione elvetica aveva allentato le misure già dallo scorso 17 febbraio. In quella data disse basta all’obbligo di mascherine e del certificato verde che attestasse l’avvenuta vaccinazione o guarigione, per entrare in negozi, ristoranti, cinema, teatri, strutture aperte al pubblico e manifestazioni. Due mesi fa il Consiglio federale abrogava quasi tutti i provvedimenti nazionali contro la pandemia e il commento del presidente della Confederazione, Ignazio Cassis era stato: «Oggi facciamo un passo decisivo verso la normalità».

In Italia, invece, il governo allontana continuamente l’atteso momento. Molte restrizioni sono rimaste. Tra queste, l’imposizione delle mascherine a scuola, allargando l’obbligo pure alla materna per i bimbi più grandicelli. Come evidenziato dalla Verità, il ministero della Salute ha stracciato la precedente circolare del 13 agosto 2021, che riteneva «non necessario l’utilizzo della mascherina nella scuola dell’infanzia anche per i piccoli che hanno compiuto 6 anni», e a fine emergenza con il decreto riaperture ha imbavagliato i piccoletti, colpevoli di compiere gli anni in anticipo. Nelle scuole svizzere, invece, l’obbligo era stato abrogato a febbraio. La decisione «segna l’avvio di una nuova fase di convivenza con il virus e decreta la fine di un sistema di provvedimenti che si è rivelato efficace ed equilibrato, evitando di limitare in maniera sproporzionata la libertà personale, sociale ed economica nella nostra società», dichiarò il governo cantonale del Ticino, revocando il provvedimento sulla scia di quanto deciso a Berna.

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A un passo dal Nord Italia, lo stato di emergenza si era già concluso a febbraio, con solo due misure ancora in vigore ovvero mascherine sui mezzi pubblici e negli ospedali, eliminate anche queste dal 1° aprile. Eppure non è che il Covid sia sparito dai Cantoni, i contagi ci sono, la copertura vaccinale è del 69% anche se il 77% delle persone oltre i 65 anni e il 48% della popolazione hanno ricevuto il cosiddetto booster. In Italia il bollettino del 7 marzo segnalava 22.083 nuovi casi, + 7 pazienti in terapia intensiva, + 161 quelli in reparti ordinari, i morti erano 130. In Svizzera i nuovi positivi erano 36.737 casi e lo stesso giorno si contavano 26 decessi e 182 ricoveri. Ma la decisione è stata presa dal governo dopo aver constatato che, «malgrado il numero sempre elevato di persone risultate positive alla Covid-19, i ricoveri nei reparti di cure intensive non sono aumentati significativamente nelle ultime settimane». Si deve tornare a vivere, senza paura della normalità ed è il Consiglio federale a dichiarare «poco probabile che nei prossimi mesi la salute pubblica corra gravi rischi».

Tutto il contrario di quello che annunciano Speranza e la sua stretta cerchia di sostenitori delle chiusure a oltranza. «Credo che il vantaggio che deriva dall’uso delle mascherine superi di gran lunga il disagio minimo che l’indossarle provoca. Io al chiuso continuo a portarla», ha affermato il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli, alla trasmissione Che tempo che fa.

Per fortuna che è professore ordinario di pediatria e dovrebbe avere a cuore la salute dei bambini, come fa a parlare di disagio minimo. Perlomeno dovrebbe battersi perché gli scolari siano esentati dall’indossare presidi cinesi di dubbia sicurezza, quanto a materiali di fabbricazione e conseguenze per la salute.

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La Verità ha riportato le preoccupazioni degli ispettori inglesi in una recente indagine nelle scuole oltre Manica, con bimbi che hanno ritardi linguistici ed emozionali perché abituati ad essere circondati da maestre e amichetti con mascherine che nascondono il volto. In Svizzera hanno detto basta due mesi fa e in classe, come all’aperto, si respira altra aria.

La conferma, che i tempi sono cambiati, arriva da un’altra importante decisione. Dal 1° aprile, il Consiglio federale ha deciso di disattivare l’app SwissCovid e la «misura è in linea con le basi giuridiche vigenti che prevedono la disattivazione del sistema qualora non sia più necessario per lottare contro la pandemia», fanno sapere le autorità elvetiche. Non vengono più scambiati dati tra i telefoni cellulari, l’interfaccia con Apple e Google è automaticamente disattivata. «I dati trasmessi dall’app SwissCovid memorizzati in questi sistemi saranno distrutti», informava l’ordinanza del 30 marzo scorso, che sospendeva il sistema di tracciamento. In particolare, la distruzione riguarda «le chiavi private dei partecipanti infetti» alle manifestazioni, e «i codici di attivazione». In Italia, dovremmo aspettare anni prima di sentir parlare di disattivazione dei canali sui quali circolano i dati di milioni di cittadini. Forse mai si deciderà di distruggerli.

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