La cattiva accoglienza dei profughi ucraini

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Con l’arrivo di migliaia di profughi dall’Ucraina, si moltiplicano i casi in cui sono alloggiati in strutture fatiscenti. Molte persone si offrono di ospitare donne sole, ma in realtà cercano badanti a costo zero. E il piano del ministero degli Interni già mostra tutti i limiti

Squilla di continuo il telefono nelle sedi della Caritas. «Da quando sono cominciati ad arrivare i profughi ucraini le richieste di badanti non si contano più, ma noi queste persone mica possiamo mandarle a lavorare gratis» dice indignata una delle responsabili. Tutte le criticità del Piano per l’accoglienza degli ucraini stanno già emergendo. Con le Prefetture alla ricerca disperata di posti e pronte a raschiare il barile nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e nel Sai (il Sistema che ha sostituito lo Sprar), spesso affidati alle solite coop di scrocconi e approfittatori. E siccome si stima un flusso che potrebbe raggiungere le 700 mila persone, in gran parte donne con bambini, il collocamento nei Centri d’accoglienza non potrà che essere ridotto al tempo necessario per tampone e identificazione.

Il governo punta molto su quella che nel settore chiamano la «micro accoglienza diffusa». In pratica, dopo un passaggio nei Cas, le Prefetture dovrebbero individuare famiglie disposte ad accogliere. Ma, come denunciano dalla Caritas, c’è già chi spera di ottenere la badante gratis. E accanto alle strutture predisposte dalle istituzioni fioccano le offerte di accoglienza privata. Al momento non sembrano esserci linee guida che garantiscano una sistemazione dignitosa, con specifica attenzione ai bisogni di donne e bambini, né la necessaria trasparenza. Tutti elementi che potrebbero concorrere a creare il clima ideale per sfruttamento e speculazione.

Gruppi sui social WhatsApp e Telegram si sono riempiti di offerte per una camera libera in appartamenti occupati da anziani soli. L’identikit del rifugiato tipo è preciso: donne di 35 o al massimo 40 anni, senza figli. Un modo per assicurarsi l’assistenza domiciliare gratuita. «Dal monitoraggio di alcuni messaggi su Facebook o altri siti abbiamo già riscontrato annunci sospetti, come le offerte di accoglienza da parte di uomini soli rivolti a donne ucraine non accompagnate» spiega Grazia Moschetti, responsabile dei progetti di ActionAid in Puglia, Calabria e Basilicata.

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Ma quello dello sfruttamento non è l’unico tema ignorato. Da Rimini, la rete di albergatori che si è già accollata una bella fetta d’accoglienza e che fa capo all’associazione di categoria Riviera sicura ha lanciato un allarme caduto nel vuoto: «In un mese» ha detto a gran voce Giosuè Salomone a nome degli albergatori «abbiamo già speso 150 mila euro per l’ospitalità dei profughi ucraini». I rifugiati sistemati nei loro alberghi inizialmente erano oltre 700. Poi si è scesi a 400 grazie agli annunci pubblicati sul web dall’associazione per coinvolgere le famiglie. Mentre dalla Prefettura avrebbero fatto finta di nulla, convinti di mettere in atto il Piano varato dal ministero dell’Interno per trasferirne 400 fuori regione. Ma i profughi che hanno raggiunto Rimini l’hanno fatto per ricongiungersi con familiari e amici. E ovviamente non vogliono allontanarsi.

«Noi» ha spiegato Salomone «avevamo avvertito le istituzioni, perché immaginavamo le resistenze che avremmo trovato». Inoltre, «molte delle strutture individuate dal ministero», stando alle denunce del capo degli albergatori, «si sono rivelate inadeguate o non ancora pronte». Con filmati e foto di locali fatiscenti, sporchi o infestati da insetti che giravano sulle chat. Una cinquantina di profughi spostati nei Cas di Liguria e Molise sono già tornati a Rimini. E ci sarebbe stata la corsa di alcuni imprenditori a reperire hotel vuoti sulla Riviera, anche in condizioni precarie, da trasformare in centri di accoglienza, sperando di fare business sulle somme previste come rimborso.

La presidente di Aia-Federalberghi Rimini, Patrizia Rinaldis, ha denunciato che alcuni operatori del settore avrebbero organizzato addirittura i trasporti dall’Ucraina, appena scoppiata la guerra, per sistemare le persone in fuga nelle stanze dei loro alberghi. Qui la convenzione pubblicata il 9 marzo dalla Prefettura, che dava la possibilità ai 27 Comuni della provincia di Rimini di accreditarsi in vista dei collocamenti, dopo 20 giorni è caduta nel vuoto. Zero adesioni. Anche nelle Marche quella che è stata spacciata per «accoglienza» ha mostrato subito un volto diverso: letti e bagni sporchi, scarafaggi, resti di cibo nel frigorifero, muffa sui muri. A Fratte Rosa di Fano un Cas che in passato ha accolto i richiedenti asilo africani ora ci ha provato con gli ucraini. A gestirlo è una società di Cristina Cecchini, ex consigliere regionale di Rifondazione comunista, che «ormai», come ha ricostruito il quotidiano il Resto del Carlino, è «l’unica a partecipare ai bandi per l’accoglienza e già in passato era finita sotto accusa per le condizioni di alcuni Cas». In quello di Fratte Rosa si sarebbero presentati una decina di ucraini appena inseriti nel programma d’accoglienza. Ma avrebbero velocemente declinato l’invito. Tra loro c’era una mamma, si racconta, che, con la sua bimba di quattro anni, ha preferito dormire in auto. Ed è dovuta intervenire la Prefettura. Le segnalazioni cominciano a moltiplicarsi. Niente acqua calda, bagni inadeguati e stanze senza nemmeno un arredo a Chieri, in provincia di Torino: anche qua un ex albergo gestito da una coop rossa pronto a ospitare i profughi ucraini è finito sulla stampa locale. Il presidente di Anci Lazio, Riccardo Varone, ha messo le mani avanti: «Servono criteri chiari per gestire questa fase d’emergenza». Invece è stata prodotta «una bozza di convenzione della Prefettura che ipotizza delle cifre per l’accoglienza, anche quelle relative alle strutture Cas e Sai, con quote fisse. Alcuni sindaci hanno espresso perplessità sia per la quota giornaliera sia per il rimborso dei pasti» ha aggiunto Varone.

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Ma anche per l’inserimento a scuola il «Piano» voluto da Luciana Lamorgese è considerato da rivedere. E Varone ha manifestato «preoccupazione» sull’iter da seguire per permettere ai minorenni ospitati dalle famiglie italiane di frequentare le lezioni. Parole cui è subito seguito riscontro reale: a Vigevano, gli otto bimbi accolti sono stati immediatamente inseriti nelle scuole cittadine, ma l’amministrazione comunale leghista, in assenza di diverse indicazioni, intende applicare il regolamento sulle mense che prevede il pagamento della retta più alta se non si è in grado di dimostrare, con documentazione Isee, di avere diritto a una agevolazione. Ed è diventato un caso politico, cavalcato dall’opposizione. Uno dei tanti cortocircuiti creati dal programma d’accoglienza calato dall’alto.

E proprio partendo dall’inserimento a scuola, il procuratore del Tribunale per i minorenni del Piemonte, Emma Avezzù, ha ritenuto opportuno scrivere una lettera con cui ha fornito ai prefetti di Piemonte e Valle d’Aosta, alla Protezione civile, alla Regione e ai consolati «indicazioni più precise sulle procedure, per una efficace presa in carico dei minori non accompagnati». La prova che le indicazioni arrivate dal governo erano, come minimo, errate.

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