Veicoli in fiamme a Malmö, Svezia, durante le violente proteste contro Rasmus Paludan, 16 marzo 2022 (foto Ansa)

Fa impressione il bilancio dei quattro giorni di rivolte che hanno messo a ferro e fuoco diverse città della Svezia a cavallo della Pasqua, dopo che Rasmus Paludan, politico danese con cittadinanza svedese fondatore del partito islamofobo Stram Kurs (Linea dura), ha annunciato uno dei suoi “tour” elettorali con annesso rogo del Corano. Almeno 40 feriti, di cui 26 agenti di polizia, e una cinquantina di arresti tra le città di Norrköping, Linköping, Landskrona, Örebro, Malmö e Stoccolma. Inoltre, come riportano le cronache, una scuola è stata data alle fiamme e 20 veicoli sono stati vandalizzati o distrutti.

Eufemismi e omissioni

Con una guerra in corso in mezzo all’Europa, è comprensibile tuttavia che la notizia, per quanto impressionante, sia passata un po’ in secondo piano. Meno comprensibile il modo in cui è stata data. “Scontri in Svezia: l’ultradestra xenofoba manda al rogo il Corano”, ha titolato Repubblica. Stessa linea per il Corriere della Sera: “Svezia, disordini in piazza: estremista di destra Paludan vuole bruciare il Corano”. Un po’ ovunque, insomma le sommosse sono state raccontate così. Per esempio Open l’ha presentata come “la rivolta dell’estrema destra contro l’islam” e l’ha raccontata così: «Sono state più di 40 le persone arrestate dalla polizia svedese per le violenze durante le manifestazioni nel fine settimana, che si sono caratterizzate dal tono islamofobo».

Tuttavia a fare l’impressionante elenco di feriti e danni di cui sopra non è stata l’insulsa manifestazione razzista di Paludan (per altro in parte cancellata proprio per via dei disordini). No, il bollettino di simil guerra va addebitato a quelle che quasi tutti i media hanno deciso di chiamare eufemisticamente “controproteste”. Ancora Open: «Parte della popolazione svedese, soprattutto emigrati islamici, hanno reagito con altre proteste».

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Tolleranza e libertà di espressione

Bisogna naturalmente evitare di appiattire troppo le cose. Ci sono sullo sfondo, come ricorda France24, il grande tema della tolleranza e quello della libertà di espressione e dei suoi limiti, oggettivamente “stressati” in maniera irresponsabile e inutile da un agitatore da quattro soldi, che dopo aver fallito per mancanza di voti l’ingresso in Parlamento in Danimarca ora vuole riciclarsi in Svezia con le sue proposte letteralmente islamofobe (il suo obiettivo è la messa al bando dell’islam senza mezzi termini).

Rivolta a Örebro, Svezia
Mezzo della polizia in fiamme durante la rivolta a Örebro, Svezia, 15 marzo 2022 (foto Ansa)

L’idiozia delle idee di Paludan è comprovata dalle espulsioni che ha collezionato da Belgio e Francia quando in passato annunciò di voler importare a Bruxelles e Parigi il suo spettacolino a base di Corano in fiamme. L’importanza dei temi da lui strapazzati, invece, è confermata dalle proteste ufficiali di paesi come Arabia Saudita, Turchia, Iran, che sono arrivati a imputare alla Svezia la responsabilità di simili «provocazioni contro i musulmani».

Un modello da incubo

Detto questo, non si può chiudere gli occhi nemmeno sull’incubo in cui si sta trasformando, e non da ieri, il modello delle “porte aperte” in Svezia, con decine di veri e propri ghetti ormai off limits per le forze dell’ordine, le cosiddette «aree vulnerabili» pronte a esplodere per qualunque pretesto. Come ricorda la Bbc, già nel 2020 a Malmö ci furono scontri, auto bruciate e negozi danneggiati per le sparate del partito Stram Kurs.

Ma è da ciechi trattare quattro giorni di rivolte violente come une reazione “normale” a un atto di blasfemia. È la Svezia, non il Pakistan. E non c’è bisogno di sminuire la gravità della provocazione di Paludan per vedere come la storia della minoranza vittima di un’offesa non regga alla prova dei fatti. «Dei criminali hanno approfittato della situazione per scatenare la loro violenza contro la società, senza alcun legame con le dimostrazioni», ha detto ai giornalisti il capo della polizia svedese Anders Thornberg.

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L’ufficiale ha confessato di non aver «mai visto rivolte così violente», con manifestanti che oltre a lanciare pietre e appiccare incendi «hanno tentato di uccidere dei poliziotti», costringendoli a rispondere con la forza per legittima difesa. Poi la considerazione allarmante e forse sconsolata: «Siamo troppo pochi. Siamo aumentati, ma non alla stessa velocità dei problemi che stanno al cuore della società».