1. La prima ipocrisia consiste nel nascondere il fatto che la Resistenza non fu una “guerra di popolo” ma un movimento spontaneo di pochi ardimentosi che furono visti dalla più parte degli italiani prima con diffidenza e poi segnati, man che l’esito della guerra andava delineandosi e la tragica fine dell’Italia a cui ci aveva consegnato Mussolini a farsi sempre più chiara, da un’ampia adesione e plauso di una consistente fetta di popolazione. La quale lo stesso plauso lo aveva dato al Duce fino a soli pochi anni prima. Con la sua caustica verve, un Churchill sgomento e divertito insieme, commentava: “Bizzarro popolo gli italiani: un giorno 45 milioni di fascisti, il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure, questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti”. Detto fra parentesi, per onestà intellettuale, fu solo grazie a questo “inganno” che potemmo sederci al tavolo della pace senza subire troppe umiliazioni.

2. La seconda ipocrisia è dire, come sicuramente diranno i rappresentanti delle istituzioni nei discorsi ufficiali, che i resistenti combattevano per l’Italia democratica e liberale che poi, fra mille contraddizioni, negli anni del secondo dopoguerra costruimmo. La stragrande maggioranza dei partigiani, comunisti e socialisti ispirati dalla figura di Stalin (con il supporto “riflessivo” di certi intellettuali di area azionista), concepirono la guerra fra le montagne come il preludio di una più ampia rivoluzione che avrebbe dovuto mettere capo anche in Italia a uno Stato socialista, o di “democrazia progressiva” come, con formula togliattiana, si diceva. Questo spiega perché molti partigiani non deposero le armi a guerra finita e poi alimentarono quel mito della “rivoluzione tradita” e delle “promesse non mantenute” che fu all’origine anche di certe deviazioni terroristiche dei cosiddetti “anni di piombo” (tanto che Rossana Rossanda non esitava a parlare di una “aria di famiglia” che si leggeva nei farneticanti comunicati di Brigate rosse e similia).

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3. La terza ipocrisia è quella che ha fatto dell’antifascismo il “mito fondante” della Repubblica e che, da una parte, ha sempre negato gli elementi socialisti (e la stessa origine socialista) presenti nel fascismo, e, dall’altra, ha considerato l’anticomunismo non come la naturale integrazione dell’antifascismo in una “società libera” ma come una malattia dell’animo da sradicare ed estirpare (al massimo si poteva sopportare i “non comunisti”, che spesso erano visti come “utili idioti” nel viaggio verso la democrazia sostanziale, ma mai gli anticomunisti che erano sempre denigrati come “viscerali”).

4. La quarta ipocrisia è quella che ha fatto appunto dell’Assoociazione Nazionale Partigiani (e degli Istituti di storia del risorgimento) una sorta di lobby potentissima e iperfinanziata che è stata ancora una volta monopolizzata dai comunisti e la cui versione di comodo e dogmatica della Resistenza non può essere contraddetta, pena anatemi, sconfessione e delegittimazione morale, Una situazione, che per l’accondiscendenza della cultura mainstream, è diventata sempre più con gli anni una cappa oppressiva e soffocante: una mentalità illiberale che non era propria di intellettuali che la guerra di liberazione l’avevano vista coi loro occhi e anche combattuta come Beppe Fenoglio e Cesare Pavese e che ne avevano dato un’immagine piena di sfumature (come è giusto che sia per ogni evento storico). 

In definitiva, la difficoltà che il presidente dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo ha a riconoscere l’Ucraina come Paese aggredito non dipende altro dal fatto che quel popolo combatte per avere la prosaica democrazia e la “materialistica” società dei consumi e non il vago socialismo e il comunismo che è loro testa di questi sedicenti “partigiani” (i veri partigiani sono morti da tempo e questo è il paradossale di tutta la vicenda).

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