Il passaggio nelle acque dello Stretto ha fortemente irritato Pechino, che rivendica la sovranità su Taiwan e spinge per la “riunificazione” dell’isola con la Cina. Gli Stati Uniti ha dichiarato il portavoce del Comando Orientale dell’Esercito Popolare di Liberazione, Shi Yi, esprimendo la “ferma opposizione” di Pechino, “compiono spesso tali azioni provocatorie, inviando segnali sbagliati alle forze dell’indipendenza di Taiwan e minano deliberatamente la pace e la stabilita’ nello Stretto”, e l’Esercito Popolare di Liberazione, ha avvertito, manterrà “la massima allerta”.

Taiwan si riconferma il nodo più intricato da sciogliere nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. La Cina ha mostrato profonda irritazione per l’ultimo pacchetto di commesse militari statunitensi a Taipei – il terzo dall’inizio dell’amministrazione guidata da Joe Biden, pari a 95 milioni di dollari per rafforzare le difese aeree dell’isola – e per la visita di un gruppo di senatori a Taipei che hanno espresso il loro sostegno alla presidente Tsai Ing-wen.

Sul sostegno di Washington all’isola si è espresso nelle scorse ore anche il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, che alla Commissione Esteri del Senato Usa ha confermato l’impegno degli Usa ad aiutare Taiwan a “pensare a come rafforzare le capacità asimmetriche come deterrente”.

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Gli Stati Uniti, ha detto, “sono determinati a garantire che abbia tutti i mezzi necessari per difendersi contro ogni potenziale aggressione, inclusa un’azione unilaterale dalla Cina, per distruggere lo status quo che è in vigore da molti decenni”. Da Pechino, il portavoce del ministero degli Esteri, Wang Wenbin, ha respinto ogni tentativo di Washington di avvicinarsi a Taipei, e ha avvertito che la “riunificazione” di Taiwan con la Cina è una tendenza storica che “non si può fermare”.  Alzando i toni, ha poi minacciato che “il tradimento non solo spingerà Taiwan in una posizione pericolosa, ma porterà anche conseguenze insopportabili per gli Stati Uniti“.

Alle tensioni su Taiwan, si affiancano quelle sul Pacifico, innalzatesi dopo l’accordo sulla sicurezza stretto tra la Cina e Isole Salomone, di cui non sono noti i contenuti e visto da Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda come un apripista per una base navale cinese nel Pacifico, a meno di duemila chilometri dalle coste australiane.

L’assistente segretario di Stato Usa per l’Asia Orientale e il Pacifico, Daniel Kritenbrink, non esclude ripercussioni al patto siglato tra Pechino e Honiara, nel caso in cui la Cina intenda stabilire una base navale nello Stato insulare, come avvenuto nel 2016 a Gibuti, quando Pechino ha raggiunto un accordo con il Paese del Corno d’Africa per la prima e finora unica base navale cinese all’estero. “Abbiamo messo in chiaro che se ci saranno passi per stabilire una presenza militare permanente de facto”, ha detto il diplomatico di Washington, “avremo significative preoccupazioni e naturalmente risponderemo a queste preoccupazioni”.

Pechino, però, respinge le critiche di Australia e Stati Uniti per la mancanza di trasparenza nell’accordo e accusa Canberra e Washington di “doppi standard”, soprattutto in relazione al trattato trilaterale con la Gran Bretagna (Aukus) per la cooperazione sui sottomarini nucleari.

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Per Pechino l’accordo annunciato a settembre scorso, è un riflusso della “mentalità da Guerra Fredda” degli Stati Uniti e mira a creare “una Nato nel Pacifico”, e per quanto riguarda l’accordo stretto con le Isole Salomone, ha scandito oggi Wang Wenbin, Pechino “agirà in conformità con le pratiche internazionali”.