Governo e Partito comunista cinesi (che poi sono la stessa cosa) non si fermano, a dispetto di un crescente malcontento popolare. Continuano infatti i lockdown pressoché totali nelle principali metropoli del Paese. Dopo Shanghai, con 26 milioni di cittadini rinchiusi in casa, ora tocca alla capitale Pechino, con modalità identiche.

Nonostante l’evidente fallimento sperimentato in precedenza, Xi Jinping e i suoi fedelissimi insistono con la politica del “Covid zero”, pretendendo di sconfiggere il virus mediante isolamento stretto e mancanza totale di contatti fisici, pur sapendo che una simile strategia non si può realizzare in una nazione che conta un miliardo e 400 milioni di abitanti.

I pechinesi, memori dell’esempio di Shanghai, hanno fatto scorte di cibo, sapendo però che tale precauzione potrebbe non bastare ad evitare la crisi alimentare già manifestatasi in modo drammatico proprio a Shanghai. Gli abitanti sono stati costretti a lavorare da remoto e a non lasciare la città per la festività del Primo Maggio, che ovviamente ha un’importanza fondamentale in un Paese comunista come la Repubblica Popolare.

I provvedimenti hanno subito causato conseguenze economiche drammatiche. La celebre crescita continua del Pil cinese è ormai un ricordo. I mercati finanziari hanno sperimentato un ribasso che supera il 10 per cento, fatto del tutto inusuale nella Cina di oggi, mentre lo yuan è sceso a minimi storici. Nonostante il proposito di Xi di farne la nuova valuta per gli scambi internazionali al posto del dollaro Usa.

Al contempo sta diminuendo a ritmi sostenuti la fiducia delle imprese (e degli stessi cittadini) nella ripresa economica. Le esportazioni, grazie all’attuale debolezza della moneta, tutto sommato reggono, per quanto a ritmo minore rispetto al passato anche recente. In grave crisi, invece, il consumo interno. E questo è un segnale d’allarme per la dirigenza comunista, che ha sempre basato il proprio controllo sociale sulla crescita economica continua.

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Si tratta di un problema enorme, poiché il Partito si appresta a celebrare in ottobre il centesimo anniversario della sua fondazione e a “incoronare” Xi per la terza volta consecutiva, trasformandolo in pratica in un presidente a vita. Ammesso, però, che non sorgano seri ostacoli. Pare infatti che parecchi degli alti papaveri non approvino l’appoggio che il leader cinese ha fornito all’invasione putiniana dell’Ucraina. Vorrebbero un atteggiamento più pragmatico per non compromettere i rapporti economici e commerciali con Usa ed Europa, molto superiori a quelli con la Federazione Russa. Ma tutto dipenderà dall’esito della guerra, che finora non è certo stata un successo per lo zar moscovita

Gli osservatori, inoltre, continuano a rimarcare che i numeri dei contagi Covid non giustificano affatto lockdown completi come quelli di Shanghai e Pechino. Si tratta, come sempre accade nella Repubblica Popolare, di capire se i numeri forniti sono reali o meno. I comunisti cinesi, infatti, sono dei mentitori seriali, abilissimi nell’usare la propaganda di regime per nascondere la realtà dei fatti.

Da sottolineare ancora che i lockdown hanno causato proteste prima inimmaginabili nel Paese del Dragone. La maggior parte tramite i social network, ma si sono registrate pure proteste in piazza, proibitissime dal Partito. Esiste quindi la speranza che il modello di controllo sociale cinese inizi finalmente a sfaldarsi, producendo cambiamenti di cui è tuttora difficile comprendere la portata.

Non si deve inoltre trascurare la lotta senza quartiere che la dirigenza ha condotto contro i tanti tycoon che hanno accumulato grandi fortune dopo le riforme economiche promosse da Deng Xiaoping. Valga per tutti il caso di Jack Ma, fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba. Prima assai vicino a Xi, Jack Ma è in pratica sparito dalla scena pubblica, come altri multimiliardari. Tutti accusati di non occuparsi della “prosperità comune”.

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Con i maggiori porti cinesi quasi fermi a causa dei lockdown generalizzati, si assiste inoltre a un rallentamento significativo delle catene di approvvigionamento internazionali. Questo è il frutto perverso che l’Occidente raccoglie per aver appaltato la globalizzazione alla Repubblica Popolare, che l’ha sfruttata a suo esclusivo vantaggio. D’accordo, non si può prevedere il futuro. Tuttavia il mondo occidentale ha grandi colpe, ben conoscendo la tradizionale abilità commerciale dei cinesi. Colpe non molto dissimili da quelle che hanno indotto gli stessi occidentali ad affidarsi in toto alle forniture energetiche russe, senza intuire i pericoli di tale dipendenza.