Money transfer: i soldi della criminalità all’estero

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In Italia sono vietati gli invii di valuta sopra i mille euro in modo telematico. Ma sono tante le tecniche più o meno lecite per aggirare questo limite. E sfuggire le tasse o ripulire denaro sporco.

Dentro una valigetta i contanti, nell’altra pacchi di documenti d’identità comprati. In fila al money transfer non c’è soltanto il lavoratore straniero che manda una parte del suo guadagno alla famiglia rimasta nel Paese d’origine. Spesso ci sono i nuovi «spalloni», che non trasportano più i soldi in sacchi o borsoni, ma spediscono in tutto il mondo in modo telematico e in barba alle restrizioni che fissano a mille euro la soglia per le rimesse all’estero.

«Il trasferimento superiore a questo limite» è spiegato in più lingue nei foglietti illustrativi delle agenzie finanziarie «quale ne sia la causa o il titolo, è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti, inferiori alla soglia, che appaiono artificiosamente frazionati».

E allora, quando il funzionario non è compiacente, si fanno presentare allo sportello dei prestanome. Tutti con 999 euro da inviare su non controllabili conti in Bangladesh, dove, stando alle stime pubblicate ad aprile dall’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, finisce l’11,3% del totale delle rimesse all’estero. Al secondo posto c’è il Pakistan (7,7%), seguito dalle Filippine (7,6).
Ma ad avere un certo peso specifico nello studio dei flussi degli analisti di Claudio Clemente, che dell’Uif è il direttore, ci sono soprattutto quelli verso i Paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente (+29,1% nel 2021), dell’Asia (+19,8) e dell’America centrale e meridionale (+16,8).

Quasi la metà delle rimesse parte da Lombardia (22,7%), Lazio (14,6) ed Emilia Romagna (10,2). E ai dati ufficiali bisogna aggiungere i trasferimenti tramite i canali informali, il cui ammontare è stato quantificato tra il 10 e il 30% del totale. Sono le provviste sommerse, quelle che sfuggono a qualsiasi tracciamento. Come i passaggi tramite il «sistema hawala», basato su broker fiduciari che si scambiano la valuta nello stesso modo sin dal Medioevo ed è diffuso soprattutto nel mondo islamico. Dentro ci finisce di tutto: dai proventi delle frodi commerciali all’evasione fiscale, fino al finanziamento di cellule terroristiche.

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Lo scorso anno una rete di 1.600 persone è stata individuata dalla Guardia di finanza nel corso dell’indagine ribattezzata «Multiplo», un progetto investigativo coordinato dal generale Vito Giordano, comandante del Nucleo valutario, che ha prodotto 34.000 violazioni della normativa antiriciclaggio per 51 milioni di euro di trasferimenti illeciti.

Grazie a controlli incrociati con un metodo che in gergo tecnico viene definito «risk based approach», si è scoperto che operatori finanziari occulti riuscivano a far partire per conto di un unico soggetto più trasferimenti di denaro in un’unica giornata, attraverso vari money transfer. Apparentemente partivano migliaia di rimesse da 1.000 euro l’una. In realtà, si trattava di trasferimenti milionari riconducibili a un unico soggetto. Una tecnica che gli informatici chiamano «smurfing».

A Macerata, per esempio, la Guardia di finanza meno di un mese fa ha scoperto che nell’arco di 18 mesi un piccolo money transfer gestito da uno straniero aveva effettuato 33.000 operazioni di trasferimento di denaro, riconducibili a 77 clienti, per un volume complessivo di oltre 10 milioni di euro.

Ma aveva un bel giro di clienti anche un operatore finanziario del Bangladesh che inviava soldi da uno sgabuzzino del centro storico di Livorno. Le movimentazioni, hanno scoperto gli investigatori, tutte dirette in Marocco, Nigeria e Bangladesh, avevano superato 1,5 milioni di euro in un anno. Mentre a Monza uno straniero spericolato era riuscito a effettuare con il suo money transfer 11.000 operazioni per 5 milioni di euro. E si è visto che «quasi una volta su cinque il limite di legge veniva superato». Con trasferimenti che sarebbero arrivati a sfiorare gli 800.000 euro riconducibili a un solo cliente.

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A Ragusa dieci tunisini avevano organizzato una vera banca clandestina: sono riusciti a far arrivare nel loro Paese circa 8 milioni di euro. Ora sono accusati di associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo di intermediazione finanziaria, servizi di pagamento, rimessa di denaro e utilizzo fraudolento di carte di credito. «Gli indagati» spiegano gli investigatori, «avevano ideato e costituito un sistema finanziario e creditizio parallelo che non consentiva la tracciabilità». Reale natura dei fondi, origine e destinazione rimanevano occulte.

Ma non sempre si tratta solo di un modo per ripulire soldi sporchi. Dietro ad alcune di queste operazioni aleggia il sospetto di terrorismo. I dati parlano chiaro. E le Sos, le segnalazioni di operazioni sospette effettuate dai manager del rischio dell’Uif, hanno prodotto del materiale che sembra aver messo i magistrati antiterrorismo sulla pista giusta.

«L’incrocio dei dati contenuti nelle segnalazioni di terrorismo con le banche dati della Direzione nazionale antimafia» fanno sapere dall’Uif «ha dato esito positivo per circa il 25% delle segnalazioni. E considerando i Paesi di provenienza e destinazione dei fondi o di origine del cliente e della controparte, sono state individuate quattro aree geografiche prevalenti: Africa Settentrionale, Medio Oriente, Africa Centrale, Balcani».

L’ultima inchiesta giudiziaria ha svelato che da un money transfer di Andria, in Puglia, era partito un milione di euro, tramite mille versamenti, per finanziare la jihad. La regia era di un libanese, ma i bonifici venivano disposti da quattro disoccupati di Andria che pensavano di aver trovato una soluzione ai propri problemi economici.

E c’è un ultimo fenomeno, ancora poco esplorato: quello delle criptovalute. «Non si può non considerarlo», dice a Panorama Michele Zizza, docente di culture digitali all’Università di Viterbo. «Le criptovalute sono sottoposte alla normativa antiriciclaggio ormai dal 2017, ma gli obblighi possono essere facilmente elusi grazie ad alcune peculiarità, il loro anonimato e la loro decentralizzazione, per esempio, ne garantiscono l’utilizzo in assenza di un’autorità centrale di verifica e di controllo. Tutte caratteristiche che fanno di queste monete virtuali lo strumento ideale per il riciclaggio di denaro sporco. E proprio in relazione a questo tema ora è necessario interrogarsi sul loro possibile utilizzo nella dematerializzazione delle enormi ricchezze di origine russa sottoposte a sanzione da parte dell’Ue dopo la crisi in Ucraina».

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Al momento, però, sembra che le criptovalute vengano usate solo per piccoli pagamenti. «Per la loro elevata volatilità» aggiunge Zizza «risultano poco adatte a grandi flussi di denaro». Per i traffici a più alta redditività, infatti, si ricorre ancora al pagamento in contanti. «Ma, nel caso di organizzazioni criminali più strutturate», conclude il docente, «si riscontrano spesso contratti societari fittizi che vengono posti a giustificazione delle movimentazioni di denaro tra conti correnti aperti in Paesi differenti». Con una perfetta integrazione tra vecchie modalità e tecnologia digitale.

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