A quasi un anno dalla presentazione del pacchetto “Fit for 55”, che impone di vendere solo auto elettriche dal 2035, la Commissione Europea ammette: «Saranno distrutti 600 mila posti di lavoro». E in più Bruxelles dipenderà dalla Cina. Non è un buon affare

Anche l’Unione Europea, ogni tanto, viene assalita dal realismo. E a poco meno di un anno dall’annuncio in pompa magna del pacchetto “Fit for 55”, l’insieme di misure per dare attuazione al Green Deal europeo, qualcuno comincia a introdurre doverosi e preoccupati distinguo. Soprattutto sulle auto elettriche, le uniche vetture che secondo il piano potranno essere vendute in Europa dal 2035.

«In fumo 600 mila posti di lavoro»

Thierry Breton, commissario al Mercato interno, ha ammesso con molti mesi di ritardo che «gli impatti distributivi sull’intero ecosistema saranno enormi. Il passaggio alle auto elettriche potrebbe significare centinaia di migliaia di posti di lavoro distrutti lungo la filiera: per l’Ue, circa 600 mila». E la stima è perfino ottimistica se si considera che da qui al 2035 una larga fetta del mercato europeo potrebbe essere già in mano alla Cina, molto più avanti delle case automobilistiche europee sulle vetture elettriche.

Davanti a una simile ecatombe occupazionale ed economica, gli ipotetici vantaggi per l’ambiente sembrano irrisori. Ma i danni collaterali della misura ideata dalla Commissione Europea di Ursula von der Leyen superano il discorso puramente economico e sfociano in quello geopolitico.

«Non possiamo dipendere dalla Cina»

Come riportato dalla Stampa, anche il ministro dello Sviluppo economico italiano, Giancarlo Giorgetti, ha molti dubbi. «Io non accetto che il futuro dell’automotive in Europa debba essere solo elettrico. Noi difendiamo il principio della neutralità tecnologica», ha dichiarato. Secondo Giorgetti, legarsi soltanto alle auto elettriche significherebbe «affidarsi a una tecnologia totalmente in mano ai cinesi che controllano l’80% delle materie prime necessarie per produrre batterie».

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Anche il ministro dei Traporti tedesco, Volker Wissing, è d’accordo: «Per il futuro, non possiamo puntare solo sulla mobilità elettrica o sull’idrogeno. Abbiamo bisogno di mantenere un approccio tecnologico neutrale». È la stessa posizione della Francia, che sottoscrive queste dichiarazioni, ovviamente interessate, di Oliver Zipse, l’ad del gruppo Bmw e presidente dell’associazione dei costruttori europei Acea: «Quando si parla dei veicoli elettrici dobbiamo stare attenti, perché si aumenta la dipendenza dei costruttori occidentali da pochissimi mercati».

L’Ue apre gli occhi sulle auto elettriche

Si tratterebbe, in sostanza, dello stesso errore compiuto dai paesi europei per quanto riguarda l’approvvigionamento di gas e petrolio eccessivamente sbilanciato sull’import dalla Russia. Non si farebbe infatti che sostituire la dipendenza da Mosca con quella da Pechino.

Come analizzato in una recente inchiesta su Tempi, «oggi il mercato delle auto elettriche, quello dei pannelli solari e delle batterie indispensabili alla rivoluzione green sono saldamente in mano alla Cina. E anche se la controffensiva americana ed europea è già iniziata, non è ancora tale da contrastare il predominio di Pechino». Passare dalla padella russa alla brace cinese, azzoppando la propria economia e la propria capacità industriale, è una strategia? Ora anche Bruxelles comincia a rispondersi.