Da maggio Mosca pretende il pagamento del gas in rubli, che però viola le sanzioni. Il trucco ideato da Mosca divide l’Europa, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità del blocco delle forniture, che sarebbe un disastro per entrambi

Se i paesi membri dell’Unione Europea vogliono continuare a ricevere il gas russo dovranno pagarlo in rubli da maggio. Lo prevede il decreto presidenziale 172 firmato da Vladimir Putin il 31 marzo scorso. Poiché gli accordi firmati con Gazprom prevedono invece il pagamento in dollari o euro, le capitali europee si rifiutano di cedere al ricatto del Cremlino, indispensabile alla Russia per sostenere il corso del rublo azzoppato dalle sanzioni. Mosca ha offerto una scappatoia all’Ue: aprire un doppio conto in Gazprombank ma nessuno ha ancora capito se adeguarsi violerebbe le sanzioni approvate da Bruxelles e anche la Commissione Europea sta cercando di capire che cosa fare.

Il trucco ideato dalla Russia

Come funziona il meccanismo proposto dalla Russia? Alle società energetiche europee è richiesto di aprire due conti in Gazprombank. Il pagamento delle forniture di gas viene versato in dollari o euro sul primo conto dai paesi occidentali. La somma viene poi convertita in rubli dalla Banca centrale russa, che la versa nel secondo conto dal quale viene prelevata da Gazprom. Secondo l’Ue, una volta che il pagamento viene fatto in euro il contratto è assolto. Secondo Mosca, invece, solo quando a Gazprom arriva la cifra in rubli il versamento può ritenersi valido.

Sembra un dettaglio perché la sostanza non cambia, un gioco delle tre carte, ma non lo è. La conversione in rubli infatti comporta una transazione con la Banca centrale russa, proibita dalle sanzioni Ue. Se Mosca non ritiene la fornitura pagata fino a quando non avviene questo passaggio, a un tasso di cambio tra l’altro che solo la Russia può stabilire, allora le sanzioni approvate dall’Ue vengono formalmente violate.

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L’Unione Europea si divide

Eric Mamer, portavoce della Commissione Europea, ha dichiarato in modo categorico che «se il pagamento avviene in rubli non stiamo parlando del contratto stipulato ma di un aggiramento delle sanzioni». Eppure la situazione non è così cristallina, dal momento che il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, lo ha contraddetto a stretto giro: «I pagamenti verranno fatti in euro e poi trasferiti da Gazprombank in un conto K. Questa è la via che prenderemo, questa è la strada che l’Europa ci ha mostrato e che è compatibile con le sanzioni».

Come riportato dal Financial Times, la tedesca Uniper e l’austriaca Omv sono convinte che la doppia transazione non violerebbe le sanzioni. Una fonte vicina a Gazprom citata da Bloomberg, ha parlato di «quattro acquirenti di gas europei che hanno pagato in rubli e di dieci che hanno già aperto i conti presso Gazprombank». Una possibilità che neanche l’Eni ha escluso finora. Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha affermato dal canto suo che «l’Ungheria non ha dubbi sul proprio obbligo di pagare il gas russo nel modo che garantisca la sua regolare fornitura».

Nessuno vuole cedere

Ognuno insomma va per la sua strada: se l’obiettivo di Putin era quello di dividere l’Europa e metterla sotto pressione, ha colpito nel segno. La trappola tesa dal Cremlino sta funzionando. Come scrive anche Federico Fubini sul Corriere, in questo labirinto,

«senza copertura legale delle istituzioni, le grandi compagnie europee per ora non fermano i flussi di gas siberiano. Qualora lo facessero, si esporrebbero a cause multi­miliardarie per violazione dei loro contratti con Gazprom e ad altre cause da parte dei clienti industriali per non aver onorato gli impegni sulle forniture. Intanto dalle autorità pubbliche arriva riservatamente l’invito ad aspettare ancora qualche giorno, prima aprire i due conti presso Gazprombank. Ciascuno spera che sia qualcun altro ad assumersi la responsabilità di decidere. Le aziende sperano che siano i governi a fare chiarezza una volta per tutte sulla legalità del decreto di Putin, i governi sperano che lo faccia qualcuno a Bruxelles, mentre a Bruxelles si conta sul fatto che ci pensino le aziende. Così si va avanti a fari spenti, sperando segretamente che nulla cambi e il dilemma del pagamento in rubli possa per ora essere eluso».

La partita a poker sul gas

Molti paesi in Europa sperano che Mosca conceda delle «deroghe», dichiarando concluso il pagamento non appena l’importatore spedisce gli euro. Ma questo, nota ancora Fubini, creerebbe un problema politico: «Le “deroghe” diventano un’arma in mano a Putin per punire i governi considerati ostili, negandole per esempio alla Polonia, e premiarne altri». Del resto, non va dimenticato che nonostante il Cremlino faccia la voce grossa, in realtà non può permettersi di interrompere i contratti, indispensabili all’economia russa.

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Quella che si sta giocando sul gas è a tutti gli effetti una partita di poker: Putin minaccia lo stop alle forniture, anche se sa che non può permetterselo. L’Europa minaccia di interrompere i pagamenti, anche se sa che non tutti i paesi lo farebbero, dando quindi l’immagine deleteria di un’Unione divisa e debole. Chi scoprirà prima le carte?