1976 – Torino, arrestato Edgardo Sogno, medaglia d’oro della Resistenza

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Il conte Don Edgardo Pietro Andrea Sogno Rata del Vallino di Ponzone (Torino29 dicembre 1915 – Torino5 agosto 2000) è stato un diplomaticopartigianopoliticoscrittoremilitare e agente segreto italiano.

Partecipò alla resistenza italiana (con il nome di battaglia Franco Franchi diresse l’Organizzazione Franchi, una formazione militare di partigiani badogliani), di fede politica monarchicaliberale e anticomunistaMedaglia d’oro al Valor Militare nonché membro dell’Assemblea Costituente, quella di Edgardo Sogno è una biografia singolare e controversa che tuttora suscita dibattito e valutazioni discordi. Descritto come uomo impulsivo e spericolato, avventuroso e coraggioso fino all’incoscienza, il suo viscerale anticomunismo e le sue iniziative politiche gli procurarono molti nemici e gli attirarono numerose accuse, mai giudizialmente accertate, di iniziative di cospirazione volte a sovvertire l’ordinamento democratico, come il cosiddetto golpe bianco (assieme al repubblicano Randolfo Pacciardi). Malgrado ciò, Sogno si descrisse sempre come democratico, liberale, prima monarchico e poi presidenzialista.

Origini e formazione

Discendente da una famiglia di antica nobiltà sabauda originaria di Camandona, Edgardo Sogno nasce da Adolfo Emanuele Sogno, aristocratico, filantropo e terziario francescano, e Laura Piatti. Sogno studia dai gesuiti, a cui riconobbe di avergli permesso di diventare un libero pensatore e “un liberale che non può non dirsi cristiano”, usando l’espressione di Benedetto Croce.

Dopo aver ottenuto la maturità classica, nel 1933 entrò nell’esercito e venne nominato sottotenente nel Reggimento “Nizza Cavalleria”Laureatosi in giurisprudenza e in scienze politiche, nel 1938, per anticomunismo, prese parte alla Guerra civile spagnola. Benché servisse tra le file dei filo-franchisti (Corpo Truppe Volontarie, inviate dall’Italia) non fu mai fascista, ma liberal-nazionale. Come disse parlando di lui il suo amico Gianni Agnelli, il compito di un militare, vincolato dal giuramento al Re d’Italia, era combattere con il Regio Esercito e non con gli anarchici e i comunisti.

L’opposizione al fascismo e la seconda guerra mondiale

Sempre nel 1938, a Torino, come gesto di protesta contro le leggi razziali fasciste, si appuntò una stella di David gialla sulla giacca (il segno distintivo imposto agli ebrei nella Germania nazista) e si mostrò così in pubblico. Quello fu l’anno del complotto antifascista sollecitato dalla futura regina Maria José del Belgio, che prevedeva (con l’aiuto di alcune personalità di ambienti militari del regime che non volevano l’alleanza con i nazisti, tra cui Galeazzo CianoRodolfo GrazianiPietro Badoglio e Dino Grandi) la deposizione e l’arresto di Mussolini, l’abdicazione forzata di Vittorio Emanuele III e la volontaria rinuncia del principe ereditario Umberto al trono in favore del piccolo Vittorio Emanuele, con Maria José stessa come reggente. Sogno partecipò a questo e altri falliti complotti, che prevedevano, nelle intenzioni di alcuni, anche l’eliminazione fisica del Duce, qualora non si riuscisse a deporlo pacificamente.

Nel 1940 entrò in diplomazia. A Roma frequentò alcuni circoli antifascisti, tra cui quelli di Benedetto Croce e Giaime Pintor. Contrario alla guerra al fianco dei tedeschi, dopo il discorso di Mussolini del 10 giugno 1940, mise in atto un’altra eclatante azione dimostrativa, aprendo le finestre della sua casa torinese per far ascoltare La Marsigliese, l’inno del Paese cui l’Italia fascista aveva appena dichiarato guerra.

Nel 1942 venne richiamato alle armi e trasferito in Francia, ma un anno più tardi, nel maggio 1943, fu arrestato a Nizza con l’accusa di alto tradimento, per aver auspicato pubblicamente la vittoria militare degli Stati Uniti d’America (in segno di protesta dopo aver visto partire un convoglio di ebrei deportati), ma venne poi rilasciato dopo il 25 luglio e congedato.

La partecipazione alla Resistenza

Monarchico, prese parte alla Resistenza, venendo insignito della Medaglia d’oro al valor militare. Vicino al Partito Liberale Italiano, all’epoca in clandestinità, lo rappresentò nel CLNAI.

Dopo l’8 settembre, il tenente Edgardo Sogno attraversò il fronte, prendendo contatti con il Regio Esercito che presidiava le regioni del Mezzogiorno e qui, stabilito un contatto con il governo di Vittorio Emanuele III, prese parte attiva nell’organizzare una rete spionistica al fine di liberare le regioni settentrionali in mano ai tedeschi. Fece dunque ritorno al Nord grazie all’appoggio dell’esercito britannico e gli inglesi furono i suoi referenti immediati, attraverso Radio Londra; la sua formazione armata venne aiutata con numerosi lanci di armi e materiali. Assieme a due compagni, Sogno inizialmente fu paracadutato con un’azione notturna nei pressi del lago di Viverone da un aereo inglese decollato dalla Tunisia, per creare e dirigere l’Organizzazione Franchi, la formazione partigiana più corposa dell’antifascismo liberale. Per un periodo si trovò presso la Tenuta La Mandria appoggiato dai proprietari i marchesi Medici del Vascello. Il 31 marzo 1944 fu arrestato la prima volta dai tedeschi, a Genova, assieme ad Aldo e Alberto Li Gobbi, ma – recluso nella Casa dello Studente – riuscì a fuggire.

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Nel medesimo periodo, il tenente Sogno, nel tessere la sua rete spionistica, prese contatti anche con la Brigata Osoppo e, quando le sorti delle forze tedesche parevano oramai segnate, dall’inizio del 1945 avrebbe tentato di avviare una trattativa con la Xª Flottiglia M.A.S. del principe Junio Valerio Borghese al fine di coordinare ed unire gli sforzi in un fronte comune per fermare l’avanzata delle milizie jugoslave guidate da Tito nei territori orientali dell’Istria e dell’area giuliana. Condusse le sue azioni fino al suo arresto rocambolesco e, secondo alcuni, siccome Sogno fu arrestato nel gennaio 1945, nel febbraio non tentò alcuna trattativa con il principe Borghese, che per altro non ha mai conosciuto.

Sogno fu tra coloro che, pur non essendo coinvolti nell’organizzazione, sostennero la opportunità dell’attacco di via Rasella, in cui vennero uccisi 33 soldati nazisti a fronte della rappresaglia delle fosse Ardeatine: Sogno affermò che «la notizia di Via Rasella fu per noi (i badogliani, ndr) un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perché ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più».

Tra le imprese più significative ci fu la tentata liberazione di Ferruccio Parri, allora detenuto nell’albergo Regina di via Santa Margherita, a Milano, dove le SS avevano stabilito il loro quartier generale. Sogno si presentò nell’albergo indossando un’uniforme della milizia tedesca, fingendosi latore di messaggi speciali, con il piano di sparare poi direttamente contro i tedeschi, liberare Parri e scappare con lui: ma fu riconosciuto, catturato e torturato dai nazisti; non nascose le sue intenzioni, ma non rivelò informazioni, e sarebbe forse stato fucilato immediatamente, se non fosse stato che ormai la guerra era quasi finita e, in qualità di militare italiano prigioniero di guerra (e non “bandito”, “traditore” o “sovversivo”, come venivano definiti i partigiani non militari) aveva lo status di Internato Militare Italiano e venne quindi mandato in un campo di prigionia in provincia di Bolzano, dove sopravvisse fino alla fine del conflitto. Assieme a lui finiscono nel campo di Bolzano altri partigiani “bianchi”, come Mario Luino e Alfredo Rigodanzo “Catone”, oltre a Teresa “Marisa” Scala e Margarethe de Colins de Tarsienne (moglie di Indro Montanelli).

La carriera politica nella Repubblica

Tra il 1945 ed il 1946 fondò e diresse le testate Corriere Lombardo e Costume. Fu deputato alla Consulta Nazionale in rappresentanza del Partito Liberale Italiano, dal settembre 1945 al giugno 1946.

Dopo il referendum del 2 giugno 1946 che aveva visto l’affermazione della Repubblica fece senza successo numerosi appelli alla Corte di cassazione, al fine di rovesciare il risultato delle urne, che, come molti monarchici, credeva fosse stato oggetto di brogli elettorali.

All’inizio degli anni cinquanta pubblicò un giornale anticomunista intitolato “Pace e libertà“, che nel 1953 si trasformò, con finanziamenti USA, nell’omonimo movimento, filiazione italiana del francese “Paix et liberté“, direttamente collegato alla CIA e sostenuto finanziariamente dalla NATO, e presieduto dal deputato francese per il Partito Repubblicano, Radicale e Radical-Socialista Jean Paul David. I membri di Pace e Libertà vennero soprannominati “pretoriani”, come quelli dell’Organizzazione Gladio erano i “gladiatori”. Al gruppo aderirono anche Luigi Cavallo, ex partigiano ed ex corrispondente de L’Unità da Parigi, il colonnello Ottorino Bonessa, ex partigiano monarchico, e altri. Del movimento faceva parte anche il commissario Dides, uomo dei servizi USA, responsabile della costruzione di una rete parallela alla polizia francese (Rete Dides), di cui facevano parte i commissari e gli ispettori epurati dopo la caduta del regime di Vichy e reintegrati appositamente, alla quale si ispirò Mario Scelba per la riorganizzazione della Polizia italiana. I gruppi come Pace e Libertà, spesso privati ma finanziati dalla NATO e dal Ministero degli Esteri, che dovevano dedicarsi alla guerra non ortodossa, specialmente alla guerra psicologica e alla propaganda anticomunista (fronteggiando anche, se necessario, le infiltrazioni del KGB in Occidente), nacquero e furono appoggiati dal governo italiano, con l’approvazione di Alcide De Gasperi, in quanto essi rientravano negli accordi per poter entrare nel Patto Atlantico (un altro di questi gruppi fu l’Organizzazione Gladio, che però non era privata, ma direttamente composta da dipendenti statali) e godere di aiuti economici e della protezione statunitense contro eventuali invasioni sovietiche.

Con la rivoluzione ungherese del 1956 a Budapest nell’autunno di quell’anno, Sogno mise in piedi un’associazione che operava da Vienna per accogliere i profughi in fuga dalla repressione sovietica, tra cui vi erano anche alcuni esponenti del deposto governo riformista di Imre Nagy.

«Tutta la parte attiva di Pace e Libertà era una specie di cellula in cui c’erano rappresentanti della Presidenza del Consiglio, della Difesa (il colonnello Rocca), degli Interni (il prefetto Marzano) e degli esteri (io), ma era tutto di fatto, non c’era niente di scritto, non un organico. Noi ci riunivamo e ci scambiavamo le informazioni di cui avevamo bisogno, e facevamo le pressioni necessarie, come in occasione della missione in Ungheria. Abbiamo (…) forzato il Governo italiano ad intervenire nel dramma ungherese, permettendo poi ad altri, come Cossiga, di vantarsene. (…) Volevamo essere gli oltranzisti atlantici, che pensavano al Patto Atlantico come lo pensavamo noi del NATO Defense College, il braccio secolare di difesa della civiltà europea attraverso il ponte atlantico fra gli Stati Uniti e l’Europa. In un’azione a cavallo tra il politico ed il militare»
(Edgardo Sogno)
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La carriera diplomatica

In dissenso con i liberali, lasciò la politica per dedicarsi alla diplomazia. Nel 1938 aveva vinto il concorso per la carriera diplomatica, ma il posto gli era stato tolto all’ultimo momento, a causa di un cambiamento di graduatoria. Ricorse al Consiglio di Stato, ed ebbe il posto di cui era stato privato.

Grazie al suo passato militare, fu nominato nel 1951 membro del Planning Coordination Group della NATO, cosa che comportò il suo trasferimento a Londra alla segreteria dell’Alleanza Atlantica. L’anno successivo frequentò i corsi al Defense College della NATO a Parigi, un organismo creato da Eisenhower per formare quadri destinati alla guerra psicologica contro il comunismo. Fu in questo periodo che venne insignito della Bronze Star americana, la più alta onorificenza a cui può ambire un non americano.

Prestò servizio a Buenos AiresParigiLondra e negli Stati Uniti, quindi fu nominato ambasciatore d’Italia in Birmania ma, non approvando il giudizio negativo del governo di centrosinistra sulla guerra del Vietnam, decise di dimettersi.

Nel frattempo cercò finanziamenti per la causa anticomunista sia dalla NATO sia dagli industriali italiani e tutti coloro che aderissero:

«Io ho sempre avuto molta facilità nel reperire risorse finanziarie. Ad esempio, nel dopoguerra fondai un giornale, il “Corriere Lombardo”, fondato con 5 milioni datimi da Invernizzi, il proprietario della Galbani (io ero il partigiano della Confindustria, andavo alle riunioni nella Torretta, ero l’unico di cui si fidavano); era un giornale di informazione all’americana, che spiccava in mezzo ai quotidiani di partito e a quelli tradizionali. Io ho usato queste amicizie confindustriali per finanziare il giornale, con soldi anche di altri imprenditori (e anche qualche cambiale pagata da me). La stessa facilità l’ho avuta nella battaglia anticomunista. Sono tornato da Valletta, ecc. Pensi che alla Torretta, sede della Confindustria, si erano addirittura divisi i compiti di finanziamento delle forze anticomuniste, fra i 3-4 grandi nomi della Torretta; Angelo Costa finanziava la DC, Faina i monarchici, Viscosa il MSI e Valletta Pace e Libertà; eravamo equiparati ad un partito politico e beccavamo 15-20 milioni al mese, a sostegno della nostra linea anticomunista»

Il presunto progetto di colpo di Stato

Nel maggio 1970 Sogno lasciò gli incarichi diplomatici e rientrò in Italia, dove diede vita ai Comitati di Resistenza Democratica, una serie di centri politici nati in funzione anticomunista, ai quali aderirono numerosi ex partigiani “bianchi” e “azzurri”, come Enrico Martini (comandante “Mauri”). Sul giornale Resistenza Democratica scriverà anche Enzo Tortora. In questo periodo è anche vicepresidente dell’associazione resistenziale Federazione Italiana Volontari della Libertà (FIVL).

Negli anni ’70 Sogno si convinse che l’Italia necessitava di una repubblica presidenziale e quindi di una riforma costituzionale simile a quella che il generale Charles de Gaulle aveva ottenuto in Francia con l’instaurazione della Quinta Repubblica. Strinse amicizia con Randolfo Pacciardi, ex partigiano e politico repubblicano, fautore della repubblica presidenziale, e si affiliò alla massoneria del Grande Oriente d’Italia, associandosi alla loggia massonica P2.

Prese contatti con diversi generali e preparò un progetto di governo. Nelle sue intenzioni, doveva svolgersi «un’operazione largamente rappresentativa sul piano politico e della massima efficienza sul piano militare», come scrive lo stesso Sogno e lo scopo era spingere il presidente della Repubblica Giovanni Leone a nominare un nuovo governo capace di modificare la costituzione in senso presidenzialista, con a capo Pacciardi, il quale avrebbe dovuto essere “il de Gaulle italiano”.

Al Ministro della difesa Giulio Andreotti si attribuisce il merito di aver fatto trasferire i vertici militari coinvolti, ostacolando il progetto golpista, che comunque non andò mai oltre la fase dell’ideazione. Paolo Emilio Taviani, all’epoca Ministro degli Interni, scrisse, dopo la morte di Sogno, di averne avuto informazione e di aver dato disposizioni al Capo della Polizia di indagare; Taviani suppone che in tal modo tali informazioni siano giunte in possesso della Procura della Repubblica di Torino.

Nel 1974 il magistrato Luciano Violante lo accusò di aver pianificato insieme a Randolfo Pacciardi e a Luigi Cavallo il cosiddetto Golpe bianco «al fine di mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale»: finì per un mese e mezzo in carcere a Regina Coeli insieme a Luigi Cavallo, ritenuto dal giudice Violante il vero ideatore del Golpe bianco.

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Randolfo Pacciardi e Luigi Cavallo smentirono in numerose rettifiche e in emissioni televisive qualsiasi tentativo di colpo di Stato. Contemporaneamente Violante prendeva atto del trasferimento a Roma delle istruttorie e si dichiarava territorialmente incompetente a proseguire l’indagine. Sogno denunciò Violante per falso ideologico, in un processo che lo assolse perché il fatto non costituisce reato.

Convinto di giovare alla causa anticomunista, testimoniò, con Licio Gelli (il maestro venerabile della P2) e Luigi Cavallo, in favore del faccendiere Michele Sindona (che riteneva un perseguitato politico dalla “magistratura filocomunista”) in un’inchiesta svizzera per truffa bancaria e bancarotta, per evitare che gli Stati Uniti lo estradassero in Italia; in seguito si scopriranno le connivenze di Sindona con Cosa nostra statunitense. Sogno, come Gelli, pensava che Sindona non avrebbe ricevuto un equo processo per il reato di bancarotta e rischiasse di venire ucciso in carcere (morirà per un caffè avvelenato nel supercarcere di Voghera). La causa della decisione di forzare la mano di Leone, fu l’avvicinamento di ampi settori della sinistra democristiana e del PCI all’area di governo, convinzione nutrita da settori chiave dell’esercito e da numerosi ex partigiani liberali, repubblicani, monarchici ed anche ex comunisti pentiti, dopo i fatti d’Ungheria.

Il progetto consisteva nel creare le basi per un governo di alternativa al rischio dell’arrivo dei comunisti al governo. Secondo le parole dello stesso Sogno bisognava “riportare il Paese alla visione risorgimentale”, per mezzo di un’alleanza fra laici occidentali, cattolici liberali e socialisti antimarxisti, contro i comunisti del PCI (ancora legati a doppio filo con il blocco sovietico) e quelli della sinistra extraparlamentare, oltre che contro i neofascisti.

Come l’avvocato Vittorino Chiusano dichiarò ai magistrati, inizialmente Edgardo Sogno, alle soglie della pensione, desiderava rientrare in politica presentandosi nelle liste del Partito Liberale Italiano con l’intenzione di recuperare i voti congelati a destra nel MSI-DN, per una possibile coalizione governativa di centro. Un legittimo quadro di discussione politica fu condotta da Luigi Cavallo sulle riforme del potere giudiziario, della difesa, delle forze armate e dei servizi segreti, contro la corruzione dilagante e gli sperperi e sugli illeciti finanziamenti ai partiti. Il processo contro Sogno, Cavallo e Pacciardi si concluse il 13 settembre 1978 un proscioglimento pieno “per non aver commesso il fatto”.

Gli ultimi anni e la morte

Uomo scomodo e ingombrante, era detestato da una larga parte della sinistra, ma poco amato anche dalla destra. Entrambi gli schieramenti non gli perdonavano l’avversione per entrambe le ideologie dei totalitarismi novecenteschi, comunismo e fascismo, i cui eredi italiani sedevano su entrambe le sponde parlamentari in gran numero, oltre che per il sospetto di golpe e la sua amicizia con la famiglia Agnelli (in particolare con l’avvocato Gianni Agnelli) e i vertici della FIAT.

Riottenne una certa notorietà negli ultimi anni della sua vita. Negli anni ’80 si avvicinò a Bettino Craxi e al nuovo corso di “terza via” attuato dal Partito Socialista Italiano dopo il distacco dal marxismo avvenuto nel 1976. Scriverà anche sull’Avanti! e su Mondoperaio.

Negli anni ’90, con Tangentopoli e il collasso del vecchio sistema politico, ebbe la sensazione che la sua speranza di un’Italia gollista avrebbe potuto finalmente avverarsi. Si rimise perciò a scrivere con grande entusiasmo, pubblicò alcuni libri e fece altre battaglie politiche; scrisse su Il Giornale e su L’Indipendente durante la direzione di Vittorio Feltri.

Tornò infine sulla scena politica nel 1996, candidandosi al Senato con Alleanza Nazionale (partito diverso dalla sua storia politica, nato dalla svolta dei postfascisti, che gli offrì tuttavia la candidatura come indipendente nel Polo delle Libertà) a Cuneo. Non eletto, si ritirò a vita privata, polemizzando con la presenza nelle istituzioni di ex appartenenti al PCI rimasti in politica, come Massimo D’Alema, mentre la Commissione Mitrokhin indagava sui documenti resi pubblici riguardanti la collaborazione tra agenti segreti sovietici e alcuni rappresentanti politici italiani durante la guerra fredda.

Cardiopatico da anni, morì nel 2000 dopo avere scritto una Lettera agli amici, che fu il suo testamento politico. Per decisione del governo di centrosinistra di Giuliano Amato, gli furono decretati funerali di Stato, che si svolsero a Torino, a cui parteciparono anche esponenti del governo, della cui maggioranza parlamentare era membro il Presidente della Camera Violante, il magistrato che lo aveva accusato di golpismo, e numerosi suoi vecchi nemici della sinistra postcomunista; al termine della cerimonia, la salma fu tumulata a Camandona.

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