E se puntassimo sul soprannome?

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C’è un modo pratico e antico per risolvere la guerra grottesca sui doppi cognomi, di cui non si avvertiva l’urgenza, che la Corte Costituzionale ha lanciato e che il Parlamento si accinge ora a riprendere per mutare la sentenza in legge. Ed è quella di lasciar cadere nomi e cognomi, generalità anagrafiche e rivalse sessiste; e di adottare un criterio alternativo e collaudato in uso nelle nostre società del sud, e più in generale della provincia. Già, come facevano gli antichi, per esempio da noi, in Puglia?

Identificavano le persone attraverso i soprannomi. Nella vita di ogni giorno il soprannome era molto più significativo del cognome; spesso di taluni non si conosceva il cognome ma solo il soprannome che più rispondeva ai suoi tratti somatici e caratteriali; il soprannome diceva del suo lavoro, delle sue virtù e delle sue debolezze, della sua abitazione, e magari era ereditario, così da indicare e individuare pure il ceppo di derivazione. Il soprannome era ciò che lo distingueva, e se era forestiero anche la sua provenienza, se insolita (u’ russiàn, u’ammericàn). Coglieva un tic, un’incontinenza, un eccesso, un suo intercalare e ne faceva il segno distintivo.

A Bisceglie, ad esempio, quando si parlava di una persona, cadeva quasi inosservato il nome, spesso troppo comune perché riferito ai santi più venerati nel paese (valanghe di maurino, sergino, peppino), e diceva poco o nulla il cognome, troppo generico, burocratico e magari facilmente scambiabile con altri omonimi. Ma le domande identificative d’obbligo erano due: Comm’u’ dicin? A ci apparteèn? Ovvero, come viene detto, cioè soprannominato, e a chi appartiene o, come diceva Dante, “Chi fuor li maggior tui”, ossia da quale famiglia o clan provieni? (maggior deriva da maiores, antenati).

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Quel riscontro incrociato era implacabile e preciso; portava sempre a identificare la persona, inchiodandolo alla sua identità. Il presupposto dell’investigazione è che i dialoganti conducessero una vita sociale comune, fossero cioè inseriti in una stessa comunità e dunque avessero davvero conoscenza del paese e frequentazioni comuni. Un soprannome era un concentrato icastico di storia e fenomenologia della persona e del nucleo di appartenenza, ma anche un esercizio creativo di chi assegnava i soprannomi; anche se difficilmente si risaliva alla fonte, non era mai personale. Come i “si dice” in uso del paese, attribuiti genericamente alla gente e ai suoi mormoriì. C’era una specie di Suggeritore Collettivo, di Anonima Soprannomi che faceva il paio con l’Anonima Pettegolezzi. Nelle società antiche difficilmente si risaliva agli autori, era un mondo impersonale, fatto di proverbi, regole tramandate, consueti modi di dire e di indicare che venivano osservati senza discutere e senza domandarsi della fonte. Erano come le tavole di Mosé, dettate direttamente da Nostro Signore. Un dio scherzoso ma inflessibile aveva dettato alla comunità quei soprannomi. E la gente imparava con fatalismo ad affibbiarli e a indossarli.

Certo, i soprannomi erano impietosi, richiamavano i difetti fisici più spiccati, i vizi peggiori o le occupazioni più umili, rappresentate in modo diretto e brutale. Perché quel mondo era grezzo e greve, remoto da ogni gergo politically correct; ma aveva uno spiccato senso della realtà e della sua accettazione, senza perifrasi, ipocrisie lessicali e pietosi raggiri. I soprannomi erano accettati anche dagli stessi interessati; difficilmente erano usati all’insaputa dell’interessato. Solo quando subentrò il perbenismo delle società agiate, il pudore borghese, si relegò il soprannome al rango della maldicenza. E così, da essere un sottopancia, vistoso anche a chi lo porta, diventò una specie di perfida didascalia alle spalle del malcapitato, come una lieve pugnalata.

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Rispetto ai cognomi, i soprannomi avevano un vantaggio: erano più calzanti, rispondevano realmente alla persona, lo identificavano di più o facevano più risaltare i suoi legami e le sue attitudini. Anche se erano prevalentemente maschili.

Mi guardo bene dal suggerire a Giuliano Amato, alla Corte Costituzionale o al Parlamento che poi dovrà legiferare, di prendere in considerazione l’ipotesi del soprannome, anche perché in una società iper-suscettibile come la nostra sarebbero quasi tutti rigettati. Ma è una terza via, un pensiero “laterale” che supera la diatriba fra conservatori e progressisti. E un modo, una parabola, per capire che nella vita e soprattutto nella storia, non c’è mai solo un punto di vista, e nemmeno due.

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