Accertamenti della Digos a Reggio Emilia, dove è indagato il presidente del circolo Arci che ha ospitato il concerto. Esposti in Procura a Pescara per apologia di reato e all’orizzonte una denuncia dalla primogenita di Aldo Moro. Al centro i componenti finora anonimi del gruppo musicale P38, band che rievoca le Brigate Rosse con riferimenti espliciti nei brani e negli allestimenti sul palco, dopo le esibizioni delle scorse settimane. Ultima quella del Primo maggio in un circolo Arci di Reggio Emilia, ma nei giorni precedenti anche a Bologna e il 25 aprile a Pescara. A Reggio il presidente del circolo, Marco Vicini, ha ricevuto un avviso per istigazione a delinquere e martedì sarà interrogato. Ancora da identificare i membri del gruppo, che si esibiscono a volto coperto e ne risponderebbero in concorso con lui.

La band è nata nel 2020 e si esibisce in anonimato: i componenti che indossano un passamontagna bianco e si autodefiniscono “trapper brigatisti”. Tra marzo e aprile ha suonato in diverse città italiane – Roma, Firenze, Bergamo, Padova, Bologna e Pescara. A sollevare le polemiche l’ultimo concerto, quello del primo maggio a Reggio Emilia, in un circolo Arci. Nella terra dove oltre mezzo secolo fa nacquero le Br con Renato Curcio, Margherita ‘Mara’ Cagol e Alberto Franceschini. L’episodio ha provocato anche lo sdegno di Lorenzo Biagi, figlio del giuslavorista Marco ucciso dalle Nuove Br a Bologna nel 2002. Tra i titoli delle canzoni spiccano ‘Renault’, che dice ‘Zitto Zitto pagami il riscatto, zitto zitto sei su una R4…’, rimandando all’immagine dell’auto rossanella quale venne trovato Moro. La polemica ha investito anche la città di Bologna, dove la band ha girato un video e dove si è esibita il 22 aprile alla Ex Centrale, uno spazio del Comune dato in gestione a un centro sociale. Comune che ha fatto sapere di reputare “tale episodio riprovevole e censurabile“. Fratelli d’Italia chiede la revoca degli spazi.

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A Pescara i componenti della band sono stati denunciati dalla Digos per apologia di reato, come riportato dall’edizione locale del Messaggero, in seguito all’esibizione del 25 aprile, sempre in un circolo Arci. Sulla vicenda erano arrivati due esposti in procura, uno a firma di Bruno D’Alfonso, uno dei tre figli di Giovanni, carabiniere abruzzese di 44 anni ucciso dalle Br nel ’74 in provincia di Alessandria nello scontro a fuoco per la liberazione dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia.

“Intendo agire per vie legali”, spiega Maria Fida Moro, figlia primogenita dello statista democristiano ucciso dalle Br. “Qui non si tratta di libertà di pensiero, ma è istigazione al terrorismo. Mio padre, Aldo Moro, era il contrario di tutto ciò che c’è in quei testi, altrimenti sarebbe stato comprato come altri. Invece è stato ucciso”. In un’intervista alla Gazzetta di Reggio, l’ex senatrice annuncia l’intenzione di affidarsi al suo legale per valutare gli estremi di una denuncia nei confronti dei P38. “Solo chi è passato per un dolore del genere può davvero capire cosa si prova e può capire che anche una canzone può avere esiti volgari e pericolosi“.