La contraddittoria politica di Biden con Maduro

A meno che i sondaggi non siano farlocchi, e in America Latina non sarebbe una novità, quest’anno sia Petro che Lula saranno eletti presidenti rispettivamente di Colombia e Brasile. A rafforzare Maduro non sono solo loro, ma anche la contraddittoria politica estera statunitense, con Biden che il giorno dopo aver imposto l’embargo al petrolio russo ha inviato una sua delegazione di alto livello a Caracas, per tentare di sostituirel’oro nero di Putin con quello della dittatura venezuelana.

Certo, viste le furiose reazioni di quasi tutto lo spettro politico statunitense, compresi i democratici (fatta salvo Alexandria Ocasio-Cortez), l’amministrazione Biden ha poi deciso di non invitare al nono Vertice delle Americhe, in programma a Los Angeles dal prossimo 6 giugno, Maduro, in quanto dittatore. Immediato è però arrivato l’appoggio al regime chavista dagli altri due stati più rilevanti dell’America latina, ovvero il Messico e l’Argentina.

Per la gioia di Maduro, fortissima è stata infatti la condanna dell’ostracismo di Biden nei confronti dei regimi di Venezuela, Nicaragua e Cuba (anche il sandinista Ortega e il castrista Díaz-Canel sono stati esclusi da Washington) da parte dei presidenti Andrés Manuel López Obrador, e Alberto Fernández. Come del resto, naturalmente, anche da Petro e da Lula.

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Il nuovo asse con l’Iran e quello con la Russia

I principali paesi dell’America latina, che ha attualmente il record di dittature socialiste, le già citate Cuba, Venezuela e Nicaragua cui per molti dovrebbe aggiungersi anche la Bolivia, non sembrano dunque affatto disposti a premere per un cambio di regime a Caracas, anzi. Maduro è poi particolarmente raggiante anche perché ha potuto approfittare dell’isolamento occidentale contro Putin per rafforzare i rapporti già molto forti proprio con la Russia. Non solo in ambito spaziale ma anche sui fronti militari, dell’intelligence ed economici.

Un altro filo diretto rafforzato da Maduro negli ultimi mesi è quello con l’Iran, culminato sabato scorso nella stipula di un patto energetico con Teheran. Il ministro del petrolio di Teheran, Javad Owyi, ha incontrato sia il presidente che il suo omologo chavista Tareck El Aissami per accordare «la costruzione di rotte e meccanismi petrolifere per superare le misure coercitive unilaterali imposte dal governo degli Stati Uniti e dai paesi alleati». Per la cronaca, El Aissami, soprannominato “il boss narcos” negli Stati Uniti, dove è nella lista dei latitanti più ricercati.

L’amicizia del Venezuela con la Cina

Ultimo tassello internazionale su cui Maduro fa leva è, naturalmente, la Cina, senza la quale la disastrata economia venezuelana non avrebbe mai retto in questi ultimi tre anni. 60 i miliardi di dollari concessi da Pechino a Caracas che oggi, dal punto di vista economico, dipende molto più dal Dragone che dall’Occidente.
Anche sul fronte interno, da tempo Maduro non era così forte, a tal punto da avere già promesso di volere fare il presidente, “almeno fino al 2030”.

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Con più introiti dall’estero grazie al maggiore prezzo del petrolio, il dittatore sta consolidando molto il suo potere a Caracas negli ultimi giorni. Prima il delfino di Chávez è stato infatti ratificato alla guida del Partito Socialista Unito del Venezuela, il che comporta la sua candidatura per le presidenziali del 2024. Poi, a stretto giro di posta, è riuscito ad imporre una Corte Suprema di Giustizia su misura per lui, guadagnandosi almeno altri 12 anni di impunità in patria, visto che il mandato del massimo organismo giuridico venezuelano scadrà solo nel 2034.