Ma chi lavora davvero per la pace?

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Ma chi vuole davvero la pace in Ucraina, oltre la popolazione colpita, chi si sta davvero adoperando per realizzarla? È più probabile che si arrivi a un cessate il fuoco tra le parti che a un vero negoziato di pace. Non ha cercato la pace Putin, che non ha mai ammesso di essere entrato in guerra. Non l’ha voluta finora nemmeno Zelenskij che deve tutta la sua fama e la sua gloria alla guerra e alla resistenza, prima delle quali era considerato solo un guitto assai discutibile, all’ombra degli Stati Uniti. Non la vuole sin dall’inizio Biden, né la Nato o il deep State americano, che nella guerra hanno visto la possibilità di logorare la Russia e ancora vedono la guerra come l’occasione per eliminare Putin; e tuttora incitano alle armi e indicano obbiettivi militari da colpire. Non la vuole la Cina che in questo conflitto vede coinvolti gli Usa, l’Europa e la Russia, e in questa lacerazione dei competitori vede crescere il suo ruolo e la sua potenza nel mondo. E non sono interessati alla pace in Ucraina molti paesi del mondo, a partire da quanti possono trarre vantaggi dal blocco delle relazioni commerciali con la Russia e dal crollo della produzione ucraina.

In teoria la pace dovrebbe essere l’obiettivo primario dell’Europa, anche per i danni che arreca la guerra e le relative sanzioni, ma a giudicare dal suo modo di comportarsi masochista in questi due mesi e mezzo, e dal suo ruolo subalterno rispetto alla Nato e alla potenza americana, anche l’Europa sembra più interessata al perdurare del conflitto e della resistenza ucraina, piuttosto che a una conclusione imminente. Non si vedono impresari delle pace, mediatori internazionali accreditati, leader mondiali che spingono per la pace, oltre l’inerme Papa Francesco.

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La pace presuppone uno spirito di compromesso che non sembra sfiorare i soggetti sulla scena internazionale; nessuno vuol cedere e concedere nulla, e l’idea stessa di processare per crimini contro l’umanità il presidente russo già preclude ogni possibile trattativa. Nessuno potrebbe mai intavolare un negoziato sapendo che la conclusione possa essere una nuova Norimberga.

Viviamo così il paradosso di una guerra negata da chi la fa, patita da chi la subisce ed estesa ad altri paesi che combattono per procura, fornendo armi o aiutando a colpire obbiettivi e comandi militari avversi. Grottesca la via della pace secondo Draghi che passa dai nostri condizionatori: si vis pacem para flabellum, se vuoi la pace prepara il ventaglio. Dal canto suo, il movimento pacifista risulta inadeguato a fronteggiare la guerra e a fermare i belligeranti, per la semplice ragione che nessun movimento di pace ha mai fermato o disarmato una guerra.

Questa situazione paradossale evoca un testo paradossale dedicato a La Pace. Paradossale perché l’autore è il massimo scrittore di guerra del Novecento, combattente sul fronte in entrambi i conflitti mondiali, che ricevette la più alta onorificenza per il suo ardimento militare. Ernst Junger, nel pieno della seconda guerra mondiale scrive un breve trattato sulla pace che sembra smentire tutta la sua vita e la sua opera, a partire da Tempeste d’acciaio, il suo capolavoro dedicato alla prima guerra mondiale. E’ il 1941 e le sorti del conflitto sembrano favorevoli alla Germania di Hitler; ma nel frangente bellico, mentre la guerra assumeva un’estensione mondiale, Junger cercava di vedere al di là delle rovine e di trovare una linea che potesse superare i fossati scavati dalla guerra e dagli odii incrociati. Il suo libro cominciò a circolare come un samizdat nel ’44 e solo nel 1945 fu pubblicato. La sua teoria è che la guerra può lasciare vittime sul campo ma alla fine “deve essere vinta da tutti”; il ricordo bruciante di Versailles del 1919, di una pace che armò il risentimento tedesco, era ancora vivo. E non c’era ancora stato il processo di Norimberga, in cui i vincitori, dopo averli sconfitti, processavano i vinti. Quasi presago Junger scrive che i partiti e le nazioni non dovranno ergersi a giudici contro i loro avversari. “L’accusatore non può essere in pari tempo giudice”; lo scriveva mentre stavano vincendo i tedeschi, ma il discorso valeva anche se avessero vinto americani e russi.

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Junger ritiene la guerra mondiale “la prima opera collettiva dell’umanità”; oggi diremmo la prima prova, tragica e cruenta, di globalizzazione. La guerra per lui non è solo magistra vitae, ma deve “portare frutti a ciascuno”. Junger colse il tratto ideologico-odiologico della seconda guerra: “più spietato è chi crede di lottare per idee e pure dottrine rispetto a chi si limita a proteggere i confini della patria”. Così, annota, ai vinti fu negata pure la misericordia. Con l’intuizione aggiuntiva che la guerra diventa una guerra civile, nella lotta fratricida in quanto figli della terra. Anche Cesare Pavese scriverà nella Casa in collina: “ogni guerra è una guerra civile; ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”.

Invece dalla guerra, auspicava Junger, “ogni patria dovrà risorgere più grande e potente”, mentre dovrà avviarsi il processo di unificazione europea. Lo scrittore tedesco riteneva che il nuovo ordine territoriale uscito dalla guerra avrebbe avuto il suo centro di gravità in Europa, col “tesoro dell’antica eredità”. Ma non finì così. Junger avvertiva che “non si potrà concedere ai meri tecnici di guidare l’uomo”; si tratta di superare il nichilismo dell’epoca, non tornando indietro agli stati liberali, che furono genitori del nichilismo, ma andando avanti, anche col “soccorso delle Chiese”. Il suo modello resta l’Impero di Carlo Magno, e la sua negazione sono invece “i sogni di sterminio di interi paesi e intere popolazioni”. Ma la lotta finale non sarà tra nazioni avverse, bensì tra le forze della distruzione e le forze della vita. I guerrieri di diversi eserciti “staranno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri”. Bella suggestione antica e cavalleresca, smentita poi dalla realtà. Junger anche nel dopoguerra perorerà questa causa, e lui scrittore nazionalista scriverà un libro utopico auspicando lo Stato mondiale; figurava un conflitto tra organismo e organizzazione, ossia tra libertà e dominazione, adottando una visione anarchica e conservatrice allo stesso tempo. Ma lo Stato Mondiale, come la Pace, risultano ancora oggi impraticabili utopie. Può cessare la guerra, ma è difficile che trionfi la pace.

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