Cina davvero in crisi: qualcosa si è rotto nella Repubblica Popolare

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Sono ormai tanti gli analisti internazionali che si chiedono cosa stia davvero accadendo nella Repubblica Popolare Cinese. Eravamo tutti abituati a una crescita economica costante, a un Pil che – caso unico al mondo – batteva sempre nuovi record attestandosi su livelli impensabili per le nazioni occidentali. Sembrava insomma funzionare all’infinito il patto perverso con cui il Partito comunista è riuscito a legare a sé il popolo sin dalla fondazione della Repubblica comunista nel lontano 1949. Tale patto, peraltro mai vidimato da un libero voto popolare che in Cina non è previsto, promette ai cittadini la crescita economica continua e la stabilità politica in cambio della rinuncia alla libertà e ai diritti umani.

Il massimo trionfo il Partito lo ha celebrato a Hong Kong stroncando senza pietà proteste e manifestazioni con cui gli abitanti della ex colonia britannica chiedevano, per l’appunto, il pluripartitismo, il voto libero e non controllato dal governo e il rispetto dei diritti umani fondamentali. Indubbiamente il Partito a Hong Kong ha vinto, anche grazie alla sostanziale indifferenza del mondo occidentale, incapace di andare al di là delle mere proteste formali. Sembrava dunque aprirsi per Xi Jinping e il suo gruppo dirigente un periodo di “splendore totalitario” destinato a durare a lungo (o per sempre, come amano dire i dirigenti comunisti).

E invece qualcosa si è rotto in questo meccanismo che sembrava perfetto. La prima causa scatenante si è avuta con la pandemia di Covid-19, il virus originatasi a Wuhan, non si sa ancora con esattezza come. La risposta di governo e partito si è basata su un uso ossessionante e pervasivo dei lockdown totali, con milioni di persone sigillate in casa e punite severamente se cercavano di violare il divieto.

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Sembrava a un certo punto che tale strategia avesse funzionato. Ed ecco allora la propaganda esaltare Xi e gli altri dirigenti per aver sconfitto la pandemia che mieteva milioni di vittime nel mondo intero (mentre il numero dei morti cinesi restava ridicolmente basso). Poi si è capito che era tutto falso. I lockdown non funzionano affatto, tant’è vero che gli abitanti di Shanghai e di Pechino ora sono di nuovo sigillati in casa.

Tutto questo, però, ha avuto delle ripercussioni economiche pesantissime. Con i principali porti del Paese bloccati per lunghi periodi, la catena dell’import-export, di cui la Cina è il maggior centro mondiale, si è anch’essa interrotta. In questo caso, purtroppo, il danno non riguarda solo Pechino ma il mondo intero. Tutti si sono accorti che la catena degli approvvigionamenti procede a singhiozzo. E questo è l’effetto della globalizzazione cinese e della delocalizzazione selvaggia delle attività produttive occidentali, incluse quelle italiane.

A questo punto entra in scena la cervellotica invasione russa dell’Ucraina. Xi Jinping non ci ha pensato due volte a stringere un’alleanza di ferro con Vladimir Putin. Era l’occasione ideale per creare un fronte delle autocrazie in grado di configgere le democrazie occidentali e l’ordine mondiale da esse creato. Neppure a Pechino, tuttavia, avevano previsto la povera prestazione dell’esercito russo. Anche i cinesi, come tanti altri, erano convinti che le forze armate di Putin avrebbero divorato l’Ucraina in un solo boccone.

Non è andata così, e ora Xi deve affrontare critiche sgradite. L’alleanza con lo zar moscovita si è rivelata un fallimento. Tant’è vero che Pechino, pur con dichiarazioni ufficiali di appoggio, ha mantenuto sul conflitto un profilo basso e parlando addirittura in favore dell’integrità territoriale degli Stati sovrani. E l’Ucraina, giova rammentarlo, prima dell’aggressione russa, aveva rapporti commerciali fiorenti e intensi con Pechino. La famosa “Via della Seta”, di cui non si sente più parlare, passava anche dal Paese aggredito.

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Il problema di Xi è che tra sei mesi si terrà il ventesimo congresso del PCC, quello destinato a “incoronarlo” imperatore (o, meglio, presidente a vita) dopo aver fatto inserire il suo “pensiero” addirittura nella Costituzione della Repubblica Popolare. Da quanto risulta, tuttavia, il trionfo non è così scontato. Pesa la summenzionata risorgenza della pandemia con i suoi drammatici risvolti economici. E pesa, soprattutto, l’alleanza di ferro stretta con Putin. È noto che vi sono settori del partito favorevoli a un riavvicinamento all’Occidente. Anche perché l’entità degli scambi con la Federazione Russa è risibile se confrontata a quella con Usa e Ue.

Se vorrà vincere, quindi, Xi Jinping dovrà fare i conti con l’ala “moderata” del partito che gli rimprovera, tra l’altro, anche il neo-maoismo strisciante che il segretario ha promosso. Per non parlare della vera e propria “campagna” contro i tycoon come Jack Ma di Alibaba, campagna costata cara alle casse dello Stato e promossa al solo fine di esaltare la figura di Xi come “nuovo Mao Zedong”. Un congresso che sembrava sigillato rischia dunque di tornare aperto, cosa non certo gradita al leader che si sentiva al sicuro.

Resta sullo sfondo la questione di Taiwan, che per Pechino riveste un’importanza fondamentale. Joe Biden ha detto che difenderà l’isola anche dal punto militare, se necessario. Ma il presidente Usa è in nettissimo calo nei sondaggi e le sue promesse non vanno prese per oro colato. Dal canto suo, Putin aveva appoggiato con decisione le rivendicazioni cinesi sull’isola. Ma, vista la disastrosa condotta del suo esercito in Ucraina, non si vede bene cosa possa fare. È lui ad avere bisogno di Xi, non viceversa. Dunque giochi aperti e un futuro incerto, anche per l’autocrazia asiatica che sembrava invincibile.

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