La truffa mondiale dell’Ecuador

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Da quando il denaro ha preso d’assalto, espugnandolo, il fortino dello sport, diverse cose (valori esistenziali e valori sacri) di quest’ultimo si sono annacquate o addirittura estinte. Fa una certa impressione, ad esempio, il caso del calciatore della nazionale ecuadoregna, Byron Castillo, accusato di essere più colombiano di quanto sia ecuadoriano, e di conseguenza non molto titolato ad essere stato selezionato per “La Tricolor”. La storia parrebbe essere quella già vista in altre occasioni, da quando il calcio è diventato una sorta di mercato del tempio globale: falso certificato di nascita di Castillo, complicità evidenti con le autorità statali, e altre amenità varie. Il problema nello sport è sempre lo stesso da anni: provare a vincere sempre e ad ogni costo. L’abilità sta nel saper camuffare bene i trucchi per arginare le regole, e lo si può evincere dalla funesta pratica del doping, sempre un passo avanti rispetto all’antidoping. Lo sforzo immane è tenere nell’ombra il più possibile il ricorso al trucco ricorrendo anche al sempiterno utilizzo della corruzione, confidando nell’antico adagio come ogni persona abbia un suo prezzo. Nella civiltà contemporanea guardare dall’altra parte è diventata una prassi più agevole che guardare nel posto giusto, e farla franca è l’opzione ormai molto in voga. Non succede solo nello sport, sia chiaro, perché la sensazione di vivere in un mondo addomesticato ad uso e consumo degli interessi dei potenti e di chi ha la capacità(nonché la cinica disinvoltura) di essere più furbo di te povero fesso, credo sia più di una sensazione. Nel nostro Paese risulta assai difficile  scamparla se non hai un buon circuito relazionale, ben disposto a garantire immunità e gloria a prescindere dai fatti.

In ogni recita ben riuscita e in ogni copione ben scritto deve esserci sempre il “cattivo” da punire in modo esemplare, e non per seguire il celebre aforisma maoista “colpirne uno per educarne cento”, ma semplicemente per rendere credibile la narrazione imposta ad una società sempre più disattenta, e non solo ai dettagli. Può gente che di nome fa Jorge Luiz Frello Filho, Joao Pedro dos Santos Galvao, Emerson Palmieri dos Santos avere la possibilità di vestire la maglia Azzurra, considerando che stanno all’Italia come  Giuliano Ferrara starebbe nel ruolo di “principal dancer” nel corpo di ballo della mitica “Royal Opera House”? I tre, potendo, di sicuro avrebbero preferito indossare la maglia verdeoro della “Selecao”. Questioni di cuore e di nascita, appunto. E’ tenero lo sforzo compiuto da questi nostri eroi di cantare l’ “Inno di Mameli”, ma temo difficilmente sarebbero “pronti alla morte” qualora l’Italia li chiamasse sul serio. German Mauro Camoranesi, uno dei campioni del mondo 2006, durante l’esecuzione del nostro Inno assumeva un’espressione facciale pietrificata rimanendo con le labbra chiuse a doppia mandata. Poco male, almeno aveva il pudore di rifiutarsi di partecipare ad una sceneggiata inutile. Non sorprende, quindi, come l’ex centrocampista argentino  in una intervista abbia ammesso candidamente di aver accettato di giocare per nazionale Azzurra perché non trovava spazio nella nazionale argentina. Occorre dire che la verità risiede nel fatto come sia tremendamente più facile, per Joao Pedro, provare a togliere il posto a Ciro Immobile piuttosto che a Neymar, in un’Italia dove il problema del gol si è evidenziato drammaticamente nella mancata qualificazione ai mondiali del Qatar.

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Eppure nessuno si è mai sognato di accusare l’Italia di aver barato; figuriamoci se vengono a fare le pulci ad una nazionale con quattro mondiali  vinti nel suo palmares  e che movimenta a tutta manetta il mercato nel tempio. Abbiamo un miglior circuito relazionale rispetto all’Ecuador, ammettiamolo, e non serve mobilitare quel che resta del nostro spirito patriottico per difendere l’indifendibile. Gli antichi Greci sostenevano l’impossibilità di conoscere il responso degli dei senza conoscere veramente se stessi. E senza la conoscenza di tale responso non è proprio possibile fare scelte giuste(o quasi), e quindi determinare qualcosa intorno alla nostra felicità o disperazione, alla guerra o alla pace, alla prosperità o al fallimento. Si diventa delle anime soggiogate dal trucco, impossibilitati di mettersi in competizione per trovare la verità: sono in grado di rappresentare l’Italia? Ho dei motivi validi per sacrificare, se occorre, un legamento crociato per la gloria eterna dell’Ecuador? G. W. Leibniz, che definire filosofo e matematico potrebbe essere tremendamente riduttivo, nell’elaborazione del suo concetto “del migliore dei mondi possibili” prefigura Dio come necessario fondamento del reale, essendo persino le leggi della meccanica soggette al presupposto della metafisica. Dal ragionamento del grande scienziato tedesco ne discende, nel caso di specie, come il mondo del calcio, e dello sport in generale, non possa essere sempre analizzato con la sola meccanica della vittoria, del profitto, della fama. Ci sono cose  a trascendere tutto ciò, e qualcuna di queste sono sicuramente il posto dove si è nati e l’appartenenza fisica e spirituale di chi ha contribuito a metterci al mondo(un padre e una madre, per intenderci. O genitore 1 o genitore 2, se preferite).

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Sospetto come le labbra di Camoranesi sarebbero rimase chiuse anche se il verso “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”, fosse stato sostituito con “Fratelli del Globo, il Globo s’è desta”. Questione di sangue e identità, si potrebbe sostenere, sfidando il rischio di essere confusi per irriducibili “sovranisti”(stiamo vivendo nella pericolosa Era dei neologismi “a consumo”. Li paghiamo un tanto al chilo rispetto al dissennato uso che se ne fa), ed è  impossibile una equivalenza con il valore della “maglia” di un club, naturalmente soggetto al frutto di una scelta consapevole e possibile da parte di un tifoso. E mentre tutta la stampa mondiale  sta bastonando il povero Byron Castillo e la FIFA ha aperto un’indagine su tutta la vicenda che potrebbe portare l’Ecuador all’esclusione dei prossimi mondiali, il mondo dei formalismi giuridici e dei sofismi ad abbellire ogni smania di vittoria sta tranquillamente soprassedendo alla nazionale del Qatar, dove si fatica a trovare qualche suo giocatore realmente autoctono del piccolo emirato. Il regolamento della FIFA sembra studiato proprio per questo Paese e permette l’eleggibilità di giocare in una qualsiasi rappresentativa nazionale a patto di aver giocato cinque anni consecutivi nel Paese interessato all’eleggibilità del giocatore. Ecco allora, a perfetto corollario, la nascita di “Aspire Academy” a Doha con il compito, dal 2004, di reclutare, senza badare a spese, giovani calciatori in Africa, Asia e America Latina con l’obiettivo di allestire, prima o poi, una rappresentativa nazionale credibile. Non risulta nessuna inchiesta FIFA sull’uruguaiano Sebastian Soria, miglior realizzatore della storia calcistica qatarina, perché, fatta la regola, alcuni soggetti, grazie alla politica relazionale di cui sopra, riescono a trovare ogni volta la gabola perfetta. Il teatrino messo in piedi negli ultimi trent’anni dai gestori del calcio mondiale è la perfetta sintesi di un mondo ormai affidato alla natura meccanica dei soldi e degli interessi perseguiti in ogni tipo di variante. La parte buffa della storia di Byron Castillo risiede nell’ipotesi di una Italia ripescata per i prossimi mondiali qatarini a sostituzione dell’Ecuador squalificato.

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Poco importa se con la Macedonia del Nord l’Italia abbia schierato tre brasiliani, poiché nel mondo rutilante del calcio contemporaneo è solo la forma a contare. Sbaglierò, ma prevedo un Ecuador  regolarmente presente nella prima partita con il Qatar il 21 novembre prossimo; quel giorno probabilmente l’incredibile vicenda di Byron Castillo sarà finita nel dimenticatoio e tutti ci faremo coinvolgere dalle vicende del mondiale di calcio più strano e discutibile della storia. A guardare bene quello che sta accadendo nel mondo del calcio, si  può avere facilmente l’idea dell’inutilità di ogni tipo di affanno mentre la verità  sfugge continuamente. Per come stanno andando le cose, non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si inventassero un mercato calciatori per le nazionali. Potrebbe succedere visto come tutto stia diventando eccessivamente relativo. Se Erling Haaland è un colpo che sta costando al Manchester City 250 milioni di euro,  quanto si sarebbe disposti a pagare pur di vincere una Coppa del Mondo? E’ troppo inquietante provare a rispondere a questa domanda, quindi sarà meglio finirla qui.

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