1974 – A Milano viene arrestato la “Primula rossa” Luciano Liggio

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Luciano Leggio, meglio conosciuto come Luciano Liggio dall’errore di trascrizione di un brigadiere, detto Lucianeddu (Corleone6 gennaio 1925 – Nuoro15 novembre 1993), è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra e detto anche “La primula rossa di Corleone. Liggio fu uno dei maggiori imputati al maxiprocesso di Palermo del 19861987 e morì in carcere.

Biografia

Primi anni

Luciano Liggio nacque a Corleone da una famiglia contadina e, ancora giovanissimo, venne affiliato nella locale cosca mafiosa dallo zio paterno Luca Leggio, detto ‘u ziu Luca. Nel 1944 fu denunciato per porto d’armi abusivo; il 2 agosto 1944 fu arrestato, in flagranza di reato, per il furto di alcuni covoni di grano, da due guardie campestri, aiutate dalla guardia giurata Calogero Comajanni. Venne condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, ma la pena venne interamente condonata. Sempre in questo periodo, Liggio divenne campiere di Corrado Caruso, proprietario di una grossa azienda agricola, subentrando al precedente campiere Stanislao Punzo, ucciso il 29 aprile 1945.

Il 28 marzo 1945 fu ucciso Calogero Comajanni, la guardia giurata che aveva collaborato all’arresto di Liggio. Il 18 marzo 1948 Liggio fu denunciato come autore dell’omicidio di Leoluca Piraino, avvenuto il 7 febbraio 1948, ma ne fu prosciolto il 21 giugno 1950. Nel 1948 Liggio venne accusato di essere l’esecutore dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, eseguito su ordine del suo capo Michele Navarra, e, per queste ragioni, nel novembre 1948 fu proposto per l’assegnazione al confino, ma non si presentò all’udienza e quindi iniziò la sua lunga latitanza. Nel 1952 Liggio venne assolto per insufficienza di prove dall’omicidio Rizzotto ma rimase latitante perché ricercato per altri reati, rendendosi anche responsabile dell’omicidio di Claudio Splendido, un sorvegliante di un cantiere stradale che fu ucciso il 6 febbraio 1955 perché aveva visto Liggio e i suoi gregari riunirsi in prossimità del cantiere ed aveva denunciato il fatto alla polizia.

Negli anni ’50 Liggio costituì una società di autotrasporti e partecipò, anche se non in forma ufficiale, a una società armentizia costituita nel 1956 a Corleone in contrada “Piano di Scala” come copertura alla sua attività di furto e macellazione illegale di bestiame. Tra i suoi soci nella società figuravano numerosi suoi parenti e membri della sua banda: Francesco e Leoluca Liggio, Angelo Di Carlo e Francesco Placido Liggio, padre dello stesso Luciano. Inoltre Liggio avrebbe voluto partecipare alla costruzione di una diga e di un serbatoio idrico a “Piano di Scala”, volendo accaparrarsi il trasporto dei materiali per la costruzione. Ma la cosca dei Greco di CiaculliCroceverde, che si occupava delle forniture di acqua agli agrumeti della Conca d’Oro e ne stabiliva il prezzo, intervenne presso Michele Navarra perché contraria alla diga e gli chiese di adoperarsi per bloccarne la costruzione. Nonostante ciò, nel 1957 Liggio divenne socio di Gaetano Badalamenti, vicecapo della cosca di Cinisi, con il quale creò un servizio di autotrasporti per la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi di Palermo. Per la costruzione della diga, Liggio entrò in contrasto con Navarra e con la sua banda, in particolare con il mafioso Angelo Vintaloro, proprietario di un terreno confinante con un fondo di proprietà della società armentizia con il quale aveva in comune una masseria, il quale era contrario alla diga perché le acque avrebbero invaso il suo terreno; per queste ragioni, Liggio e la sua banda compirono atti di vandalismo contro la proprietà di Vintaloro, rubando i suoi covoni di grano e distruggendo le botti della sua cantina. A causa di questi contrasti, il 24 giugno 1958 Liggio fu vittima di un attentato mentre si trovava in una capanna insieme con altre persone. Furono sparati molti colpi, ma Liggio riportò soltanto una leggera ferita di striscio ad una mano, mentre gli altri rimasero incolumi.

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L’assassinio di Navarra e la presa del potere

In seguito all’attentato da lui subito, Liggio decise la soppressione di Navarra, che venne massacrato il 2 agosto 1958 mentre rientrava a casa in automobile. Dopo l’uccisione del boss, Liggio e la sua banda scatenarono l’offensiva contro i suoi luogotenenti: il 6 settembre 1958 vennero uccisi in un conflitto a fuoco a Corleone i mafiosi Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri e nel periodo successivo si verificarono altre uccisioni e numerosi casi di «lupara bianca». Mentre a Corleone continuava l’offensiva contro gli ex-uomini di Navarra, Liggio divenne proprietario a Palermo di un’officina meccanica e di un garage da dove avrebbe controllato l’afflusso della sua carne macellata illegalmente e si sarebbe associato ai mafiosi Angelo La BarberaRosario MancinoVincenzo Rimi e Salvatore Greco, con cui però non mantenne buoni rapporti.

Il 16 ottobre 1958 il popolare quotidiano palermitano L’Ora pubblicò la seconda puntata dell’inchiesta sul fenomeno mafioso in Sicilia, scritta dal giornalista Felice Chilanti, che narrava le “gesta” di Liggio con in prima pagina la sua fotografia e il titolo “Pericoloso!“: per tutta risposta, alle 4:52 del 19 ottobre la storica sede del quotidiano sita a Palermo venne devastata dall’esplosione di una carica di 5 kg di tritolo, che danneggiò parte delle rotative.

In risposta alla strage di Ciaculli, su disposizione del Capo della Polizia Angelo Vicari, il commissario Angelo Mangano fu inviato a Corleone con lo specifico incarico di trovare ed arrestare il latitante Liggio. La sera del 14 maggio 1964 grazie al Ten.Col. dei carabinieri Ignazio Milillo si arrivò al suo nascondiglio: la casa di Leoluchina Sorisi, la fidanzata di Placido Rizzotto, il sindacalista che lo stesso Liggio aveva ucciso sedici anni prima su mandato di Navarra. Milillo, con la partecipazione del Mangano ed uno sparuto numero di poliziotti (dieci), irruppe nella casa con i suoi carabinieri e dopo averlo disarmato, lo arrestò; Liggio fu trovato con un catetere e il latitante stesso confessò ai carabinieri di essere affetto dal morbo di Pott. Fu incarcerato all’Ucciardone, ma nel dicembre 1968 venne assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia e anche in quello svoltosi a Bari nel 1969, in cui era imputato per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958.

La fuga e la latitanza

Dopo l’assoluzione al processo di Bari, Liggio si trasferì a Bitonto, in provincia di Bari, accompagnato dal suo luogotenente Salvatore Riina, nonostante entrambi fossero stati raggiunti da un provvedimento di custodia precauzionale emesso dal Tribunale di Palermo su richiesta del Procuratore capo Pietro Scaglione. Poco tempo dopo, però, Liggio si spostò a Roma, ignorando l’obbligo di tornare a Corleone, e si fece quindi ricoverare nella clinica privata “Villa Margherita” per operarsi alla prostata; il 19 novembre 1969, dopo l’intervento chirurgico, riuscì a fuggire dalla clinica e si rese irreperibile, aiutato dal mafioso Giuseppe Corso, cognato del boss Frank Coppola. La fuga di Liggio causò dure polemiche nei confronti del Procuratore Scaglione e del Presidente del Tribunale di Palermo Nicola La Ferlita poiché l’ordinanza di custodia precauzionale emessa nei suoi confronti era rimasta inspiegabilmente inapplicata per alcuni mesi, consentendogli così di spostarsi liberamente, anche se il CSM e l’autorità giudiziaria di Firenze, sin dal 1971, esclusero qualsiasi responsabilità di Scaglione nella fuga poiché il Procuratore capo aveva assunto sempre «numerose e rigorose iniziative giudiziarie» a carico di Liggio e di altri boss.

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Nel periodo successivo, Liggio tornò a Palermo e partecipò all’organizzazione della cosiddetta «strage di viale Lazio» per punire il boss Michele Cavataio: infatti Liggio incaricò i suoi luogotenenti Salvatore RiinaBernardo Provenzano e Calogero Bagarella di far parte del commando di killer che uccise Cavataio.

Nel 1970 Liggio si recò a ZurigoMilano e Catania per partecipare ad alcuni incontri insieme agli altri boss per discutere sulla ricostruzione della “Commissione” e sull’implicazione dei mafiosi siciliani nel “golpe Borghese; durante gli incontri, Liggio costituì un “triumvirato” provvisorio insieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti per ricostruire la “Commissione“, benché Liggio si facesse spesso rappresentare dal suo vice Salvatore Riina perché si era trasferito a Milano.

Liggio inoltre fu sospettato di essere implicato nella sparizione del giornalista Mauro De Mauro perché strettamente legato al commercialista Antonino Buttafuoco, il quale ebbe un ruolo nella sparizione e visitò spesso Liggio durante la degenza nella clinica “Villa Margherita” nel 1969. Pochi mesi dopo, Liggio venne anche sospettato dell’omicidio del Procuratore capo Pietro Scaglione, che coordinava le indagini sulla sparizione del giornalista e che si era incontrato proprio con De Mauro pochi giorni prima che questi scomparisse; secondo la testimonianza di Tommaso Buscetta, il delitto Scaglione venne ispirato ed eseguito dallo stesso Liggio insieme al suo vice Riina nel territorio di Porta Nuova, dove operava la cosca del boss Giuseppe Calò, che già da allora era fiancheggiatore di Liggio e dei suoi uomini.

Nei primi anni ’70 le indagini del Ten. Col. dei carabinieri Giuseppe Russo dimostrarono che Liggio era la mente dietro i sequestri a scopo di estorsione di Antonino Caruso, figlio dell’industriale Giacomo, ed anche quelli dei figli degli imprenditori Francesco Vassallo e Arturo Cassina avvenuti a Palermo; nel frattempo, Liggio si trasferì a Milano, dove organizzò anche i sequestri dell’industriale Pietro Torielli a Vigevano e quello del conte Luigi Rossi di Montelera a Torino, venendo anche coinvolto nel clamoroso rapimento di Paul Getty III, grazie ai suoi legami con Mico Tripodo, boss della ‘ndrangheta. Inoltre Liggio aveva stretti rapporti con i fratelli Nuvolettacamorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, i quali gestivano per suo conto una grande tenuta agricola in Campania ed avviarono con lui un contrabbando di sigarette estere.

L’arresto nel 1974

L’indagine sui sequestri Torielli e Rossi di Montelera, che portò alla cattura di Liggio, venne condotta dai giudici istruttori milanesi Giuliano Turone e Giovanni Caizzi: il 14 marzo 1974 gli agenti della Guardia di Finanza, mentre eseguivano indagini patrimoniali su alcune proprietà appartenenti a pregiudicati siciliani sospettati del sequestro di Pietro Torielli, riuscirono a rintracciare il nascondiglio dove Luigi Rossi di Montelera era tenuto prigioniero dai suoi sequestratori, una botola sotto un cascinale di Treviglio, in provincia di Bergamo, in cui furono ritrovate quattro bottiglie di Dom Perignon; si scoprì che tali bottiglie provenivano dall’enoteca gestita dal mafioso palermitano Giuseppe Pullarà (zio dei fratelli Ignazio e Giovanbattista Pullarà, fedelissimi di Liggio) e, intercettando le utenze telefoniche del negozio, si sentiva parlare un certo “zu’ Antonio“, cui gli altri indagati si rivolgevano in modo molto ossequioso. Per questi motivi, la sera del 16 maggio 1974 gli uomini della Guardia di Finanza guidati dal colonnello Giovanni Vissicchio andarono a bussare in un appartamento di via Ripamonti a Milano dove abitava il fantomatico “zu’ Antonio” per effettuare una perquisizione e trovarono a sorpresa Liggio mentre era insieme a una sua compagna, Lucia Parenzan, e al figlio nato dalla loro relazione. Liggio, che viveva sotto il falso nome di Antonio Farruggia, non oppose resistenza ed affermò che la sua compagna non conosceva la sua vera identità.

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I processi, il carcere e la morte

Nel 1975 Liggio venne processato dal giudice Cesare Terranova e condannato all’ergastolo per l’assassinio di Michele Navarra. Secondo le “confidenze” di Giuseppe Di Cristina raccolte dai Carabinieri, Liggio continuava a comandare anche dalla prigione ed infatti avrebbe commissionato gli omicidi del tenente colonnello Giuseppe Russo e del giudice Cesare Terranova ai suoi luogotenenti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, che stavano anche organizzando un piano per farlo evadere dal carcere di Fossombrone. A seguito di queste accuse, Liggio venne processato dalla Corte d’assise di Reggio Calabria per l’omicidio Terranova nel 1983 ma venne assolto per insufficienza di prove.

Nel 1986 Liggio fu tra gli imputati del Maxiprocesso di Palermo a seguito delle accuse di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno. Durante un’udienza, Liggio chiese la parola, affermando che le accuse nei suoi confronti provenivano dal fatto che si sarebbe opposto duramente alla partecipazione al Golpe Borghese del 1970, appoggiato invece dallo stesso Buscetta che poi avrebbe taciuto il fatto ai giudici; il Presidente della Corte, Alfonso Giordano, lo informò invece che tali circostanze erano già nei verbali di interrogatorio resi da Buscetta. Il 16 dicembre 1987, alla lettura della sentenza, Liggio fu assolto per insufficienza di prove.

Nel 1989 i difensori di Liggio presentarono un’istanza per la concessione della semilibertà poiché all’epoca aveva già scontato oltre vent’anni di reclusione e aveva mantenuto sempre buona condotta, dedicandosi tra l’altro alla pittura di diversi quadri ai quali fu dedicata addirittura una mostra (secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, Liggio, suo compagno di cella, si attribuì l’esecuzione di quadri in realtà dipinti da lui); l’istanza di semilibertà venne però rigettata dai giudici. Nel marzo dello stesso anno aveva causato polemiche l’intervista di Liggio concessa al giornalista Enzo Biagi e trasmessa da Raiuno, in cui il boss si protestava innocente e vittima di persecuzioni giudiziarie, ironizzando tra l’altro sul giudice Terranova (che a lungo aveva indagato su di lui).

Morì di infarto, nel carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro, nel 1993. Venne sepolto a Corleone dopo una cerimonia svolta senza coinvolgimento pubblico per divieto della questura.

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