Prima Giuseppe Conte, poi Matteo Salvini e ora Silvio Berlusconi. Tutti, incluso il Pd con la sua consuetudinaria dose di ambiguità, sui giornali e nelle tv non fanno altro che dire che è tempo di ripensare la politica di invio delle armi all’Ucraina.

Peccato che quando è il momento di passare dalle parole ai fatti, magari dando il via a un braccio di ferro con l’esecutivo del premier Mario Draghi, gli intenti battaglieri si vanno a far benedire e tutto rimane così com’è. Proprio per questo è lecito chiedersi il perché di simili atteggiamenti che, a questo punto, sembrano poco più che boutade buone per strizzare l’occhio all’elettorato.

Che le cose siano così appare piuttosto evidente soprattutto guardando alla Lega di Salvini che, funestata dal crollo di consensi, da mesi ha un atteggiamento schizofrenico per il quale è parte della maggioranza di governo ma si comporta come fosse all’opposizione. Una strategia acchiappa preferenze che non sembra pagare granché.

Questo perché può funzionare nel breve periodo, quando il Capitano si mostra come duro e puro minacciando crisi di governo e quant’altro, ma che poi naufraga inesorabilmente con il passare del tempo quando si vede che il Carroccio non ha la benché minima intenzione di rompere con l’esecutivo e quindi il bluff viene a galla.

È successo recentemente proprio in relazione all’invio di armi a Kiev quando Salvini, reinventatosi come pacifista di ferro, ha più volte criticato il governo salvo poi firmare ogni decreto oppure rinunciando a pretendere un chiarimento in Aula sulle tipologie di dotazioni militari che inviamo alla resistenza ucraina.

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Una dinamica che non sembrava riguardare Forza Italia fino a 24ore fa quando a cambiare le carte in tavola è stato Berlusconi che, dal palco azzurro allestito a Treviglio, ha tuonato contro Joe Biden, contro la Nato e dopo, pur ribadendo la condanna della Russia per la scellerata invasione in Ucraina, se l’è presa con l’esecutivo italiano.

“Siamo in guerra anche noi perché gli mandiamo le armi, adesso dopo quelle leggere mi hanno detto che gli mandiamo carri armati e cannoni pesanti” ha spiegato il leader di Fi. Ma Berlusconi non si è limitato a questo e ha strizzato l’occhio a Salvini: “Avremmo dei forti ritorni dalle sanzioni sulla nostra economia e ci saranno danni ancora più gravi in Africa” tanto che “è possibile che si formino delle ondate di profughi e questo è un pericolo”.

Ecco questa parte del discorso è quella che più di tutte fa sorgere il dubbio che il tema delle armi non sia altro che un pretesto per regolare i conti all’interno dei partiti o delle coalizioni. Già perché questa ritrovata sintonia di Salvini e Berlusconi non sembra altro che il modo per arginare Giorgia Meloni che, lasciata sola all’opposizione, sembra pronta a prendere le redini della coalizione e quindi a diventare il prossimo candidato premier.

Un rischio che i due alleati-rivali sembrano voler scongiurare magari rispolverando l’antico disegno del partito unico che, unendo i voti di Lega e Fi, permetterebbe di “resistere” a Fratelli d’Italia. Ma che le armi siano un alibi per fare altro lo lascia pensare anche il Centrosinistra. Nel caso dei 5 Stelle non si capisce come mai si continui a tuonare per l’invio delle dotazioni militari per poi sottolineare che “il governo non rischia”.

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Un controsenso perché se si volesse portare avanti il punto, anche solo per coerenza, si potrebbe passare all’opposizione e l’esecutivo nemmeno cadrebbe. Ancor più ingarbugliata la situazione nel Pd. Qui Enrico Letta dopo essersi messo l’elmetto, sbandierando posizioni più atlantiste perfino rispetto a quelle del segretario della Nato Jens Stoltenberg, nelle ultime ore ha bruscamente frenato aprendo alla discussione sui pacchetti di armi.

Un cambio di linea che, come accade per tutti gli altri partiti, difficilmente porterà a qualche iniziativa concreta ma che, evidentemente, significa che una larga fetta del Pd – come gran parte degli italiani – non vuole continuare a inviare armi.