Halima ha 15 anni. È da settembre che attende di poter rientrare a scuola, ma nella provincia di Kabul, così come nella maggior parte dei distretti dell’Afghanistan, i talebani hanno imposto il divieto assoluto di frequenza per le ragazze. Il “nuovo” regime adduce motivazioni di logistica e “sicurezza”: le aule, a loro dire, devono essere preparate per essere più adatte all’insegnamento islamico. E non è chiaro a cosa si riferiscano, dato che la divisione tra maschi e femmine esisteva già.

La scuola segreta di Kabul

Con Halima ci sentiamo ogni tanto, dall’attentato che due anni fa distrusse la sua scuola (femminile) di Kabul lasciandola senza la sua migliore amica e con una lesione spinale difficilmente guaribile. Non sa che proprio nella capitale, da qualche settimana, un gruppo di coraggiose insegnanti e studentesse ha iniziato una scuola segreta dove viene insegnata principalmente matematica. «La mia materia preferita!», esclama. Stupisce che non ne sappia nulla, ma le informazioni da qualche mese a questa parte non circolano più come prima.

La scuola secondaria che sfida i talebani, racconta la BBC, si trova in un quartiere residenziale della capitale. Le secondarie (che equivalgono alle nostre medie e superiori) – dopo annunci e ripensamenti – avrebbero dovuto ripartire a marzo. Così non è stato. «Sono passati due mesi e le scuole non hanno ancora riaperto – spiega una giovane studentessa della classe improvvisata – Ciò mi rende così triste». Nell’aula si respira però anche un’aria di sfida. Un’altra ragazza, 15 anni, ha voluto mandare un messaggio alle sue coetanee in Afghanistan: «Siate coraggiose, se sarete forti nessuno potrà fermarvi».

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Così, per tre ore al giorno, questo sparuto gruppo di giovani donne studia fisica, chimica, matematica e biologia. La loro insegnante vorrebbe fare di più, sa che ci sono tantissime ragazze interessate, ma non bisogna dare nell’occhio e così la località viene tenuta nascosta e il numero di accessi limitato. «Ma non mi importa, se anche mi scoprissero e mi arrestassero, ne sarebbe comunque valsa la pena».

Le scuole parentali nei villaggi, senza libri e insegnanti

Halima è emozionata. «Non sapevo di questa scuola di Kabul, grazie di avermi informata. So che in alcuni villaggi le famiglie si sono organizzate per fare delle lezioni nelle case. Mio cugino vive nella Patkia e nel loro villaggio si sono organizzati così per i bambini più piccoli». Scuole parentali, dove chi sa qualcosa in più insegna ai più giovani. Mancano libri di testo (oggi introvabili), mancano insegnanti (molti sono fuggiti all’estero dopo il disastroso ritiro internazionale dell’agosto scorso), ma non manca ai giovani la voglia di studiare e riscattarsi.

C’è prudenza, tra le famiglie, anche perché si respira politicamente un’aria strana. I talebani sono molto divisi al loro interno e la questione della riapertura dell’insegnamento alle donne è solo uno dei temi su cui non c’è accordo. L’ala più intransigente del movimento vorrebbe tornare agli anni Novanta: velo imposto a tutte le donne (e su questo hanno vinto una prima battaglia) e divieto assoluto di istruzione pubblica. L’ala più moderata, invece, preme per una maggiore libertà di educazione.

L’imam a favore dell’istruzione femminile

È una partita delicata, fatta di pesi e contrappesi e di equilibri delicatissimi. Non è un mistero che la fazione più rigida sia molto vicina ad alcune organizzazioni terroristiche, responsabili dei peggiori attentati nel paese. Come quello che ha colpito Halima. Allo stesso tempo molte personalità influenti stanno mobilitandosi per una maggiore apertura. È il caso dell’imam Sheikh Rahimullah Haqqani, oggi residente in Pakistan, che lo scorso mese incontrando alcuni esponenti talebani a Kabul ha emesso una fatwa a partire dai decreti di studiosi e resoconti della vita del Profeta.  «Non c’è alcuna giustificazione nella sharia per dire che l’istruzione femminile non è consentita. Nessuna giustificazione affatto», ha detto leggendone il testo alla BBC.

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«Tutti i libri religiosi hanno affermato che l’educazione femminile è lecita e obbligatoria, perché, ad esempio, se una donna si ammala, in un ambiente islamico come l’Afghanistan o il Pakistan, e ha bisogno di cure, è molto meglio se viene curata da una dottoressa». Fatwa simili sono state emesse da altri influenti religiosi musulmani nelle Province afghane di Herat e della Patkia. Il mondo internazionale preme perché vengano offerte maggiori tutele e diritti alla popolazione femminile ma la situazione resta difficile.

La crisi umanitaria in Afghanistan

In tutto questo l’Afghanistan affronta una delle crisi umanitarie più gravi di sempre: è ormai difficile trovare cibo e medicine, quasi 24 milioni di persone sono sprofondate nella miseria più nera negli ultimi nove mesi. Dopo la presa di Kabul da parte dei talebani, gli Stati Uniti hanno congelato oltre sette miliardi di dollari di fondi afghani e il Fondo Monetario Internazionale ha bloccato 440 milioni di dollari di riserve della Banca Centrale Afghana, allo scopo di fare pressione sul regime perché creasse un governo più inclusivo e maggiormente rispettoso dei diritti delle donne.

Sanzioni che invece non hanno fatto che irrigidire la posizione dei talebani (che le hanno usate come propaganda anti-occidentale) e che hanno messo in luce tutte le carenze di un esecutivo bravo ad imbracciare le armi ma non adatto a governare un paese. Scuole chiuse, pance vuote, rabbia crescente, terrorismo islamico dilagante. Il Talebanistan è servito.