Pensionati e tartassati

Tempo stimato di lettura: 5 minuti

Negli ultimi vent’anni per le mancate rivalutazioni i loro trattamenti previdenziali hanno perso il 30 per cento di potere d’acquisto. E lo Stato li ha usati come un comodo bancomat. Ora, nonostante i 200 euro di bonus promesso da Mario Draghi per luglio, gran parte dei 16 milioni di italiani che ricevono l’assegno mensile continueranno a essere penalizzati rispetto ai lavoratori.

E’ un gregge sottomesso, poco aggressivo e incapace di ribellarsi. Al massimo mugugna. Così i 16 milioni di pensionati italiani si lasciano tosare senza troppe proteste. Anche perché la tosatura viene effettuata con estrema delicatezza, anno dopo anno, quasi non se ne accorgono. Una tassazione un po’ meno favorevole, un’indicizzazione all’inflazione non completa e voilà, dalle tasche dei pensionati escono miliardi che tornano nelle casse dello Stato. Del resto, lo sostengono in tanti, si tratta di una categoria di fortunati, con un assegno assicurato tutti i mesi, è giusto usarli come un bancomat cui attingere in caso di bisogno. Non conta che abbiano versato fior di contributi, che a differenza dei lavoratori non possano contare su aumenti di stipendio o gratifiche di fine anno o nuove opportunità professionali, e che avrebbero diritto a vedere difeso il proprio potere di acquisto. «Negli ultimi 20 anni le pensioni degli italiani hanno perso il 30 per cento del potere di acquisto» sottolinea Patrizia Volponi, dirigente della Federazione nazionale pensionati Cisl, «e sono le più tassate d’Europa pur non essendo più ricche rispetto agli altri Paesi. Si continua a ripetere che l’Italia spende troppo in previdenza, ma in realtà se si considerano i trattamenti con una contribuzione alle spalle, le pensioni rappresentano solo l’11 per cento del Pil, sotto la media europea». Sono le spese sociali e assistenziali a pesare sui conti dell’Inps, presieduto da Pasquale Tridico, e dovrebbero invece gravare sulla fiscalità generale.

A dimostrare quanto sia discriminatoria la mano del fisco ci pensa uno studio condotto dallo Spi-Cgil, il sindacato dei pensionati italiani, da cui emerge che se nel 2022 fosse applicata la stessa Irpef dei dipendenti ai pensionati, questi ultimi potrebbero risparmiare ben 11,9 miliardi di euro di tasse. «Di fatto in Italia abbiamo tre Irpef diverse» spiega Antonio Pellegrino del dipartimento previdenza dello Spi-Cgil, «una per i dipendenti, una per i pensionati e una per i lavoratori autonomi. Il problema è che per chi non è più al lavoro il calcolo delle detrazioni è diverso e penalizzante, con il risultato che, a parità di reddito, paga di più rispetto a un dipendente. Una situazione che è peggiorata nel 2022: il bonus di 80 euro introdotto dal governo di Matteo Renzi, poi salito a 100 euro, è stato incorporato nell’Irpef dei dipendenti come reddito detassato creando un’ulteriore distorsione».

Leggi anche:   Draghi sempre più corteggiato, M5S sempre più nel caos: voto anticipato più vicino

Facciamo qualche esempio. Un pensionato che nel 2022 incasserà un assegno annuo lordo da 16.298 euro pagherà 2.323 euro di Irpef e sarà contento, perché grazie al taglio delle tasse deciso dal governo risparmierà più di 200 euro rispetto al 2021. Però non sa che un lavoratore dipendente con lo stesso identico reddito verserà molte meno tasse di lui, appena 795 euro. Altro caso: su una pensione di 35.488 euro l’Irpef peserà per 8.860 euro (con un miglioramento di quasi 200 euro sullo scorso anno) mentre sullo stipendio di un dipendente la tassazione ammonterà a 8.062 euro. E salendo di reddito la differenza si riduce. Effetto finale: moltiplicando queste differenze per il numero dei pensionati di ogni singola fascia di trattamento, e sommandole tra di loro, si arriva a una cifra monstre di 11,9 miliardi. In altre parole, «se il reddito dei pensionati fosse tassato con le stesse regole applicate a quello del lavoro dipendente, comprensivo di 14esima e bonus, il fisco incasserebbe circa 11,9 miliardi di euro in meno».

Lo Spi-Cgil conclude che la legge di bilancio 2022 ha sì dato qualcosa ai pensionati, ma ha ulteriormente ampliato (di 250 milioni) la differenza di carico fiscale, colpendo soprattutto quei vitalizi compresi tra due e quattro volte il trattamento minimo, cioè da 13.618 a 27.236 euro annui lordi. Oltre a essere penalizzate sul fronte fiscale, le pensioni non possono tenere il passo con l’inflazione. È vero che quest’anno il sistema di calcolo è più favorevole per i pensionati e in più, a luglio, ci sarà il bonus di 200 euro per i redditi lordi sotto i 35 mila euro. Ma è altrettanto palese che con l’accelerazione del costo della vita, gli assegni più alti perderanno ancora potere d’acquisto. Come funziona il meccanismo di rivalutazione dei trattamenti lo spiega Michaela Camilleri del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali guidato da Alberto Brambilla: «L’indicizzazione non si applica allo stesso modo a tutti le pensioni: da circa 20 anni è in vigore un meccanismo che prevede l’indicizzazione piena per le pensioni più basse e la rivalutazione parziale per quelle d’importo superiore. Da quest’anno, con la scadenza del periodo transitorio, torneranno a essere indicizzate all’inflazione secondo la disciplina prevista dalla legge 388 del 2000 sia in termini sia di importo sia di meccanismo di calcolo. Significa che si avrà un adeguamento in misura piena, cioè al 100 per cento dell’inflazione, per la quota di pensione fino a 4 volte il trattamento minimo (che è di 524,34 euro lordi mensili, ndr); scende al 90 per cento per la quota compresa tra 4 e 5 volte il trattamento minimo e si riduce ulteriormente al 75 per cento per la quota superiore a 5 volte il minimo. Con il ritorno al passato verrà ripristinato anche il sistema che vede l’applicazione della rivalutazione su diversi scaglioni e non sull’intero importo della pensione, come attualmente previsto. Il che determina un ulteriore vantaggio in termini di valore dell’assegno».

Leggi anche:   Draghi e Speranza sempre più soli su Green pass e quarta dose

Fino al 2021 era in vigore infatti il sistema introdotto dal governo Conte bis in base al quale la rivalutazione delle pensioni avveniva così: al 100 per cento fino a 4 volte il minimo, al 77 per cento da 4 a 5 volte il minimo e poi a scendere per gradoni fino al 40 per cento di rivalutazione per gli assegni superiori a 9 volte il minimo. Il guaio era che queste percentuali si applicavano sull’intera pensione: se si percepiva un trattamento da 6 a 8 volte il minimo, per esempio, veniva riconosciuto solo il 45 per cento dell’inflazione su tutto l’assegno. Negli anni passati era anche peggio: ci sono stati periodi in cui la rivalutazione è stata bloccata completamente per gli importi superiori a 3 volte il minimo. La Uilp ha calcolato che una pensione di 1.900 euro lordi dal 2011 al 2019 avrebbe perso oltre 1.750 euro per sempre.

Da gennaio 2022 le cose sono cambiate e l’incremento della pensione avviene per scaglioni, cioè per la parte dell’assegno fino a 4 volte il minimo si incassa l’intero aumento dei prezzi, poi il 90 e poi il 75 sui vari «pezzi» più elevati della pensione. Il che è un grande vantaggio in una fase di forte ripresa dell’inflazione. Ma chi percepisce assegni relativamente elevati comunque subisce lo stesso una penalizzazione. Silvin Pashaj è presidente di Epheso, una società che offre servizi per la consulenza assicurativo, previdenziale e finanziaria. In un report realizzato per Panorama spiega che, se l’inflazione crescesse, come attualmente si ipotizza, al 5,7 per cento, una pensione di 4 mila euro al mese subirebbe una perdita di 22,66 euro al mese, pari allo 0,57 per cento. Sembra poca cosa, ma «se questi livelli rimanessero consolidati per 20 anni, il deprezzamento cumulato sarebbe del 11,9 per cento» avverte Pashaj.

Leggi anche:   Mario Draghi isolato, ora la crisi è più vicina

C’è un ulteriore elemento da considerare: «La rivalutazione avviene con cadenza annuale, a gennaio, sui valori dell’anno precedente» rileva Pashaj. «Nel breve termine la pensione mensile disponibile rimane costante, anche se i prezzi di mese in mese salgono. Se in un anno si ipotizza un incremento del 5,7 per cento, mediamente ogni mese si avrà un aumento dei prezzi dello 0,44 per cento». Pertanto il potere d’acquisto di gennaio dei pensionati sarà ridotto dello 0,44 per cento, quello di febbraio dello 0,88 per cento, di marzo dell’1,31 per cento e così via fino al gennaio dell’anno successivo quando l’assegno verrà aumentato dall’Inps. «Nel quadro di una fiammata improvvisa come quella in atto e in presenza di forti disparità dell’incremento dei prezzi da merce a merce, questo aspetto non andrebbe sottovalutato».

Insomma, i pensionati italiani avrebbero tutte le ragioni per battere i pugni sul tavolo e chiedere che venga loro mantenuto nel tempo il potere di acquisto. I sindacati dunque non fanno abbastanza il proprio dovere? La loro lotta si è rivelata un fallimento? «In realtà abbiamo ottenuto molto» rivendica Volponi. «La reintroduzione del vecchio sistema di rivalutazione, per esempio. O il bonus da 200 euro una tantum che era riservato ai lavoratori». La verità è che lo Stato cerca continuamente di ridurre la spesa previdenziale, anche se è drogata da uscite assistenziali, e colpire i pensionati è facile: sono moltissimi, non possono scioperare, i partiti non li difendono più di tanto. E la tosatura, silenziosamente, continua.

Fonte:
Questo post ti è piaciuto? Condividilo:

Lascia un commento