Qui d’altronde Kiev non poteva puntare sulla resistenza delle popolazioni locali, perché dall’occupazione russa del 2014 molti ucraini hanno lasciato queste terre e quelli rimasti si sono rassegnati da tempo al nuovo status. Anche sul fronte dei negoziati non appaiono segnali incoraggianti, perché le posizioni sono sempre più radicalizzate e anche l’ultima iniziativa italiana di promuovere una road map di avvicinamento non ha sortito effetti.

Questioni aperte, per reciproci interessi, forse potrebbero evolvere sullo scambio dei prigionieri e sui “corridoi del grano”. Quest’ultimo aspetto è legato alla crisi alimentare mondiale, sui cui lo stesso Putin può avere delle preoccupazioni dirette. Da un lato la Russia ha interesse a esportare il suo grano, dall’altro mira anche a non compromettere i rapporti con quella parte dell’Africa che non ha aderito alle sanzioni e si è astenuta sulla Risoluzione di condanna delle Nazioni Unite, proprio per gli scambi commerciali, oltre che militari, che la lega a Mosca.

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Per queste ragioni si guarda a qualche prospettiva per favorire la ripresa dei flussi di esportazione del grano dall’Ucraina, anche se la Russia sembrerebbe orientata piuttosto a valutare solo la via terrestre. La via marittima sarebbe certamente quella veramente strategica per ristabilire un volume adeguato delle esportazioni, ma ciò significherebbe interdire la pressione russa su Odessa.

Zelensky stesso ha proposto un coinvolgimento internazionale – e l’invito è stato rivolto a iniziare dall’Italia, nel corso di un colloquio con Draghi – per avviare un programma di sminamento nel Mar Nero per consentire il transito delle marine mercantili. È evidente che si tratta di uno scenario che comporterebbe uno schieramento di forze che sarebbe difficile per la Russia accettare, almeno secondo la sua attuale visione del conflitto. Mosca in ogni caso ha già anticipato di “voler controllare le rotte” e di “sapere in anticipo i porti di destinazione”, ma probabilmente le condizioni non saranno solo queste.

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Nella sostanza, la situazione appare quella di uno stallo generale, dove sembra confermata l’ipotesi di una guerra di logoramento avviata sulla lunga durata, a meno di un qualche capovolgimento, allo stato non prevedibile, sul campo di battaglia e sul percorso dei negoziati.

Per valutare lo scenario va fatto riferimento anche a quanto sta accadendo sul “fronte interno” alla Russia. La prima notizia non è incoraggiante, ed è indicativa del peso che possono avere sulle scelte di Putin alcuni ambienti di ispirazione nazionalista. Secondo l’ISW, l’Institute Study Of War, un importante think-thank statunitense in cui figurano l’accademica Kimberly Kagan e il generale David Petraeus, l’Assemblea degli ufficiali panrussi, un’associazione di veterani che cerca di incidere sulla strategia militare russa, ha riconosciuto i “fallimenti della operazione militare speciale” e ha chiesto un’ulteriore mobilitazione.

Il Cremlino sarebbe però alquanto riluttante, probabilmente perché invece ha motivi di ritenere che un coinvolgimento generale delle famiglie russe, costrette a inviare i propri figli in guerra, potrebbe alimentare il dissenso. L’Associazione di veterani ha comunque manifestato il suo sconcerto quando in particolare l’11 maggio scorso un intero Gruppo tattico di battaglione (BTG) non è riuscito ad attraversare il fiume Siverskyi Donetsk.

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L’Assemblea degli ufficiali riservisti ha quindi invitato Putin a riconoscere che le forze russe non devono limitarsi a “denazificare” l’Ucraina, ma devono combattere una guerra “per i territori storici della Russia e per l’ordine mondiale”. Gli ufficiali hanno quindi chiesto al Cremlino di mobilitare tutte le regioni confinanti con i paesi della NATO e l’Ucraina, di formare “squadre di difesa territoriale”, estendere il servizio militare da uno a due anni, e istituire “amministrazioni di guerra” in Russia, nelle Repubbliche popolari di Donetsk, Luhansk, e negli altri insediamenti ucraini appena occupati, in cui si preveda la pena di morte per i disertori.

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Di contro, sempre l’Institute Study Of War riferisce un’altra notizia di tenore opposto. Alcuni “milblogger” filo-russi su Telegram hanno criticato il Cremlino per il trattamento subito dai militari delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk che sono stati mobilitati d’autorità, con forze impreparate e insufficienti. Si è fatto riferimento anche alla mancata corresponsione delle paghe ad un intero battaglione per tre mesi.

Un altro segnale di criticità all’interno dalla compagine militare russa è venuto dal sito web del Tribunale di Nalchik, nella regione del Kabardino-Balkaria, nel Caucaso. Qui si è data notizia del ricorso respinto a 115 soldati della Guardia nazionale russa (Rosgvardia) che si erano appellati al giudice perché licenziati per aver rifiutato di partecipare all’ operazione militare speciale in Ucraina.

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La sentenza sancisce che i soldati sono stati licenziati per giusta causa dopo “aver rifiutato di eseguire un incarico ufficiale”, quello di combattere in Ucraina, ed essere invece tornati alla base di Nalchik.
Infine un’ultima notizia divulgata dal giornale russo Kommersant: un gruppo di deputati comunisti del parlamento regionale di Primorye, in Russia, ha contestato l’intervento russo in Ucraina. Leonid Vasyukevich, a nome di quattro parlamentari del partito, ha rivolto un appello a Putin: “Siamo consci che se il nostro Paese non ferma l’operazione militare ci saranno ancora più orfani nel nostro Paese”, e ha aggiunto: “Durante l’operazione militare, muoiono e diventano disabili giovani che potrebbero dare molto al nostro Paese”.

Altre fonti hanno poi indicato che negli ambienti accademici russi si comincia a ragionare che sarà difficile per la Russia ottenere qualsiasi forma di riconoscimento internazionale per i territori occupati, atteso che anche dopo l’invasione di Crimea e Donbass del 2014 la comunità internazionale ha sempre considerato questi territori solo come “occupazione de facto” e sempre sotto sovranità dell’Ucraina.
Anche se le reazioni dei vertici della nomenclatura su queste posizioni non si faranno attendere, i segnali sono comunque indicativi di una opinione interna non completamente omologata sulla guerra.

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Se dunque si deve parlare di guerra di logoramento, è evidente che questo sta colpendo tutti, non escluso il consenso della popolazione russa, che comincia ad apparire sempre meno come un monolite che non si scalfisce. In ogni caso, la prospettiva di una guerra di lunga durata non deve ridurre la soglia dell’attenzione.

Non si dispongono di cifre ufficiali rese da organi indipendenti, ma le fonti internazionali stimano complessivamente più di 40.000 morti tra russi e ucraini in soli tre mesi di guerra, almeno 4.000 vittime civili riscontrate dalle agenzie delle Nazioni Unite, di cui 240 bambini, e 1,4 milioni di ucraini trasferiti dai russi in altre regioni. Sono dati che insieme alle 10.000 denunce di crimini di guerra dovrebbero convincere soprattutto la Russia che anche una sua vittoria sarà difficile che sia riconosciuta dal diritto internazionale.