Il diritto in un paese buffonesco come l’Italia si presta ad essere interpretato nei modi più estrosi, purché, beninteso, sia raggiunto lo scopo dell’interpretazione: compiacere chi detiene il potere. La vittima sacrificale sull’altare di una simile amministrazione della giustizia è naturalmente il buon senso che, come diceva Manzoni, se pur talvolta c’è tende ormai a stare perennemente nascosto per paura del senso comune. L’occasione di queste brevi note è data da una recente pronuncia di uno tra i massimi organi giurisdizionali italiani, il Consiglio di Stato.

La terza sezione del supremo giudice amministrativo era chiamata a pronunciarsi sull’obbligo di vaccinazione per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2 imposto, tra gli altri, ai veterinari, e lo ha fatto con l’ordinanza 2501/2022. Il veterinario ricorrente aveva fatto presente che non ci sono né prove né studi in merito alla possibilità di trasmissione del virus tra uomini e animali e viceversa e che comunque, non rientrando tra le funzioni del veterinario il trattamento fisico degli esseri umani, vi sono ampie possibilità di svolgere la professione evitando il rischio di contagio, non diversamente da quanto già fanno avvocati, commercialisti, ingegneri, cassieri di supermercato e quant’altri lavorino avendo contatti con la clientela non caratterizzati da un soverchio contatto fisico, visto che la tradizionale stretta di mano è stata ormai sostituita dall’ammiccante quanto becero colpetto di gomito.

Per chi sia dotato di un minimo di discernimento non è difficile capire che il veterinario che si occuperà dei nostri amici a quattro zampe o degli animali da stalla o da cortile potrà farlo limitando al minimo o escludendo del tutto il contatto con i padroni dei suoi pazienti. Non così per il Consiglio di Stato al quale le modalità non interpersonali per svolgere la professione di veterinario non sono sembrate “chiare, realizzabili e in qualche modo determinate”. Dopo due anni di mascherine, schermi di plexiglas, guanti e distanze di sicurezza viene da chiedersi dove abbiano vissuto i giudici di Palazzo Spada e perché, a fronte del loro smarrimento, non abbiano pensato di farsi aiutare da un consulente tecnico che avrebbe potuto loro indicare con l’acume dello scienziato, come si possa curare un cane o un micetto senza mettere le mani addosso ai suoi clienti o lordarli di saliva e di altre deiezioni corporali.

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Il passaggio però più bello della ineffabile pronuncia dei magistrati amministrativilo si legge nel paragrafo quasi lirico dedicato all’obbligo di solidarietà consistente nel dovere di vaccinarsi imposto a qualunque operatore sanitario ma soprattutto ai veterinari.

Prescindiamo dal fatto che il termine solidarietà implica necessariamente la spontaneità e la volontarietà e che gli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale non sono proprio un bel capitolo dell’assemblea costituente che avrebbe fatto bene ad ascoltare le sagge parole di Orazio Condorelli che tentò invano di mettere in guardia i suoi colleghi che con quel principio il diritto avrebbe finito per soffocare i cittadini e che avrebbe trasformato lo stato in un convento, una caserma o, peggio, un carcere.

Non si può pretendere troppo dai Consiglieri di Stato: avvezzi a stare contenti al quia prenderanno atto della improvvida formulazione della carta costituzionale e concluderanno che tutti sono tenuti ai doveri in questione perché sta scritto così. Già: tutti. Invece secondo il Consiglio di Stato codesti doveri gravano sì su tutti i cittadini, ma in particolare sul personale sanitario che dovrebbe essere più solidale degli altri. E i più solidali di tutti devono essere i veterinari.

Molto più dei politici e dei magistrati che sono sfuggiti, chissà perché, alla furia inoculatrice del legislatore italiano. Speriamo che in futuro il severo monito che fa bella mostra di sé nelle aule di giustizia possa essere finalmente modificato con una nuova e più moderna formulazione: “la legge è uguale per tutti ma per i veterinari è più uguale”.