Guardiamole, queste immagini. Osserviamo, su tutte, quella che ritrae il premier Draghi, qualche giorno fa in visita nella provincia veronese dove ha incontrato gli studenti di una scuola secondaria inferiore. Lo si vede in prima fila, una mano che pare nemmeno toccare la spalla di una ragazzina sulla quale è o sembra posata, un sorriso che non è un sorriso ma un ghigno, il ghigno delle conferenze stampa a Palazzo Chigi. Il linguaggio del corpo ha espresso qui un significato così esaustivo che potremmo anche esimerci dal proseguire la nostra analisi della foto in questione. Standocene in apnea mentre siamo già immersi nell’acqua torbida dell’angoscia e dell’incredulità, decidiamo di continuare.

La foto evidenzia come tutti i bambini siano rigorosamente provvisti di mascherina, utilizzata anche dal personale adulto della scuola, dirigenti, insegnanti e bidelli, come viene mostrato nella carrellata fotografica rintracciabile sul sito ufficiale del governo. Il volto del premier è il solo a rimanere scoperto. Addirittura in alcune foto la distanza “di sicurezza”, misura di prevenzione ritenuta minima da tutti i decreti governativi emanati in materia, tra lo stesso Draghi e gli studenti o le insegnanti è di fatto scomparsa. Ve ne è una in cui addirittura la potenzialmente omicida “stretta di mano” sembra esser tornata in auge (ricordiamo sommessamente che proprio questo particolare modo di salutarsi ha contribuito in modo determinante a far collassare le terapie intensive negli ospedali). Ignoriamo, pur avendole lette, le parole rivolte per l’occasione a quella platea di “senza volto” e di occhi che appena vedono e nulla guardano (ci riferiscono abbia parlato, il premier, di “futuro come opportunità e non come rischio”. Ora potete anche rituffarvi con la faccia dentro la tazza e terminare i vostri sfoghi gastrici prima interrotti).

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La tragicità di quanto avvertiamo osservando questa foto procede di pari passo con la consapevolezza ormai raggiunta di come i veli siano definitivamente caduti. Il linguaggio si è fatto lineare, il messaggio chiaro e netto, l’obiettivo inequivoco. La linea di separazione tra èlite e popolo non poteva trovare miglior rappresentazione plastica di un premier-banchiere circondato da bambini e adolescenti privati di un volto che ride e che parla, di fatto degli automi; niente più mascherine negli stadi, nei supermercati, negli uffici, ma nelle scuole l’obbligo rimane fino a fine stagione, con temperature equatoriali e bisogno crescente di aria e liquidi; disegnare l’umanità del futuro significa superarla, non in nome di Nietzsche ma di Elon Musk e dell’incubo transumanista, cominciando da quelli che per il mondo del capitalismo resettato costituiranno le truppe di complemento.

E mentre ci dicono che un bambino su quattro non è in grado di riconoscere le emozioni e il linguaggio facciale in un volto mascherato, vivente dentro un ambiente che percepisce come emotivamente vuoto. Mentre ci dicono che la depressione dilaga tra gli adolescenti anche per colpa delle misure antisociali che hanno segnato il momento del loro affacciarsi fuori dall’infanzia; tra le quali ovviamente – soprattutto per loro, assetati di verità e di mondo nei volti dei propri coetanei – va inclusa la mascherina. Mentre siamo rimasti l’unico Paese in Europa, forse al mondo, a negare all’infanzia il volto, proprio e altrui, con il complesso sistema di valori simbolici che da esso promana, su cui si appoggia la possibilità di un sano, completo sviluppo cognitivo ed emotivo. Si resta insomma senza parole dinanzi all’infinito oltraggio perpetrato ai danni dell’infanzia, divenuto, pare, l’aspetto più rivelatorio, l’unico coerente e incrollabile, delle politiche nazionali.

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“Sono tanto semplici gli uomini e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”, scriveva Macchiavelli.

Quanto è ancora profondo l’abisso?