La “battaglia del grano” tra mine e sanzioni

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Russi e turchi sembravano aver trovato un’intesa ad Ankara per garantire il flusso di grano verso i mercati internazionali dai porti dell’Ucraina (quelli controllati dai russi e quelli in mano alle forze ucraina) anche se Kiev non aveva dato segnali positivi.

Invece il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskovon ha dichiarato che non è stato raggiunto un accordo con la Turchia sulle esportazioni di grano ucraino attraverso il Mar Nero. La Turchia ha spinto per un accordo tra Russia e Ucraina per alleviare la crisi alimentare globale negoziando un passaggio sicuro per il grano bloccato nei porti del Mar Nero. Gli sforzi di Ankara hanno incontrato resistenza perchè l’Ucraina ha accusato la Russia di imporre condizioni irragionevoli e il Cremlino ha affermato che le forniture sono legate alla fine delle sanzioni.

Peskov ha aggiunto che la Russia non si aspetta che Gazprom tagli le forniture di gas ad altri clienti europei, aggiungendo che il suo schema per far pagare agli acquirenti il loro gas in rubli sta funzionando come da programma.

Sono quattro i porti ucraini interessati del Paese: Odessa (che l’anno scorso ha esportato dai suoi moli 3,5 milioni di tonnellate di grano), Chornomorsk (principale punto di partenza del grano con un traffico annuale di 4 milioni di tonnellate) Yuzhny e Mykolaiv.

A questi si aggiungono i porti occupati dalle truppe russe e dagli indipendentisti del Donbass , cioè Berdyansk e Mariupol recentemente bonificati dalle mine con l’intervento del Genio russo. Ieri è arrivato nel porto di Sebastopoli, in Crimea, il primo treno carico di grano da Melitopol, città nell’oblast di Zaporizhzhya occupata dai russi fin dalle prime fasi del conflitto.

L’intesa tra il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, con l’omonimo turco, Mevlut Cavusoglu non ha quindi incassato il via libera da Kiev.

L’ambasciatore ucraino in Turchia, Vasyl Bodnar, ha affermato infatti ieri che ad Ankara non è stato raggiunto nessun accordo concreto sullo sblocco delle esportazioni di grano. Bodnar ha aggiunto che l’Ucraina attende la comunicazione ufficiale per cercare un terreno comune come riporta la Ukrainska Pravda.

“Abbiamo spiegato che il grano può essere trasportato liberamente verso le previste destinazioni. Non ci sono ostacoli dalla Russia” aveva detto ieri Lavrov in conferenza stampa ad Ankara.

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L’incognita dello sminamento

Lavrov aveva aggiunto che la Russia è pronta a garantire la sicurezza delle navi che dovessero lasciare il porto di Odessa per tornare a esportare il grano ucraino ma chiede che l’Ucraina si occupi dello sminamento delle acque antistanti alla città. Mosca si impegna peraltro a non approfittarne per colpire o attaccare la città portuale..

Gli ucraini hanno pesantemente minato le acque antistanti Odessa per tenere a distanza la Flotta Russa del Mart Nero e scoraggiare uno sbarco della fanteria di marina russa.

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Kiev del resto non si fida delle assicurazioni russe e ha definito “vuote” le parole di Lavrov. “Sono necessari equipaggiamenti militari per proteggere la costa e una missione della Marina per pattugliare le rotte di esportazione nel Mar Nero”, spiegano gli ucraini avvertendo Mosca di non pensare di “utilizzare” i corridoi del grano per “attaccare l’Ucraina meridionale”.

La flotta  ucraina, già debole prima del conflitto, è stata quasi totalmente messa fuori combattimento durante oltre tre mesi di guerra e non sarebbe certo in grado di scortare navi mercantili fino allo Stretto del Bosforo.

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Compito che per ovvie ragioni di opportunità difficilmente potrà venire assegnato alla Flotta Russa del Mar Nero, così come è improbabile che la Turchia consenta alle forze navali dei partner/rivali della NATO di entrare nel Mar Nero con compiti di scorta o sminamento marittimo (per quest’ultimo l’Italia ha offerto i suoi cacciamine).

Specie ora che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha contestato la crescente presenza militare americana in Grecia mettendo in dubbio che le nuove basi siano finalizzate a contestare i russi per l’aggressione all’Ucraina.

”Ci sono nove basi statunitensi in questo momento. Sono state create in Grecia. Contro chi sono state stabilite? La risposta che danno è ‘contro la Russia ma non ne siamo sicuri”, ha detto Erdogan al termine di una conferenza stampa congiunta con il presidente venezuelano Nicolas Maduro in visita in Turchia.

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La nutrita presenza di navi dei paesi NATO nel Mar Nero è un’opzione che risulterebbe quindi sgradita a Mosca ma anche ad Ankara che ha tutto l’interesse a confermare il suo ruolo di potenza politico-diplomatica ma anche navale in quel bacino.

La Marina Turca valuta di poter bonificare gli spazi marittimi intorno ad Odessa in modo sufficiente a creare corridoi sicuri in cinque settimane mentre gli ucraini valutano che lo sminamento richiederebbe ben cinque mesi.

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Del resto la flotta ucraina schierava prima della guerra un unico vecchio dragamine, l’Henichesk del tipo sovietico Project 1258E Korund-E (Yevgenya per la NATO) mentre la Marina Turca schiera 11 cacciamine classe Aydin (progetto turco-tedesco) e Engin (ex francesi classe Circe).

L’impressione è che, come accaduto negli ultimi anni in Siria, Libia e Nagorno-Karabakh, russi e turchi puntino a concludere intese bilanciate ma in grado di tagliare fuori le altre potenze.

Negoziato sulle sanzioni

Sul piano politico Cavusoglu ha definito “legittime e giustificate” le richieste russe di rimuovere alcune delle sanzioni imposte dall’Occidente che impediscono le esportazioni in cambio della consegna di prodotti cerealicoli ucraini.

Per il ministro turco è “ragionevole e fattibile” la proposta delle Nazioni Unite di istituire un “corridoio del grano” per farlo uscire dai porti ucraini dove potrebbero affluirne circa 20 milioni di tonnellate ma è chiaro che sulla “battaglia del grano” pesano valutazioni politiche e strategiche.

Russia e Ucraina sui accusano a vicenda di “voler affamare il mondo” ma mentre Mosca pretende di incassare un successo economico e politico con l’allentamento delle sanzioni in cambio del via libera ai mercantili carichi di grano e cereali, il governo ucraino e diversi governi occidentali non sembrano disposti ad assicurare alla Russia un simile vantaggio. Nè forse a consentire alla Turchia, che insiste a negare il suo via libera all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO, il grande successo di aver mediato la soluzione di una crisi che ha riflessi sul mondo intero.

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“E’ necessario che vengano revocato le sanzioni internazionali perché il grano russo possa essere consegnato sui mercati internazionali e alleviare così la crisi alimentare” ha detto a Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov che ha peraltro minimizzato il peso delle operazioni militari in Ucraina sull’aumento dei prezzi del grano, invitando a non “esagerare” ‘importanza della produzione Ucraina nell’ambito della produzione mondiale.

“Non dovremmo esagerare l’importanza dell’influenza sui mercati internazionali delle riserve di grano ucraine”, ha detto il portavoce del Cremlino. “E’ una percentuale troppo piccola per avere un impatto significativo sulla crisi alimentare globale”.

Anche Lavrov (a questo link l testo della conferenza stampa ad Ankara con domande e risposte – dal sito del Ministero degli Esteri Russo) ha affermato che l’offensiva russa in Ucraina “non è la causa della crisi alimentare. Abbiamo prestato molta attenzione al problema dell’esportazione di cereali ucraini, che i colleghi occidentali e gli ucraini cercano di presentare come una crisi universale, mentre la quota di questi cereali rappresenta meno dell’1% della produzione mondiale di grano e altri cereali”.

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Il peso del grano ucraino

Secondo la FAO nel 2020 sono stati prodotti 760 milioni di tonnellate di grano di cui tre principali produttori (Cina, India e Russia) insieme rappresentano circa il 41% del totale.

L’Ucraina risultava essere l’ottavo produttore mondiale di grano con quasi 25 milioni di tonnellate, dietro a Cina (134 milioni) India (108 milioni), Russia (86 milioni), USA (50 milioni), Canada (35 milioni) Francia (30 milioni), Pakistan (25 milioni) e davanti a Germania (22 milioni) e Turchia (20,5 milioni).
Se consideriamo tutti gli stati membri come un unico produttore, l’Unione Europea occuperebbe il secondo posto con circa 127 milioni di tonnellate (l’Italia ne ha prodotte quasi 7 milioni).

La Russia è il primo esportatore mondiale di grano e l’Ucraina il quinto, anche se il grano ucraino rappresenta appena il 3,2 per cento della produzione mondiale.

Al di là delle speculazioni e delle dinamiche di prezzi al rialzo da ben prima del conflitto, anche un eventuale blocco parziale dell’accesso ai mercati del grano ucraino non dovrebbe quindi costituire un problema globale insanabile né sul piano economico né sul fronte alimentare.

Occorre tener conto che già nel 2021 erano ben 44 i paesi del mondo a soffrire un deficit alimentare (33 in Africa e 11 in Asia) dovuto a mancata autosufficienza e difficoltà economiche aggravate dal rincaro di energia, carburanti e prezzo dei cereali. Secondo il rapporto Coldiretti sono invece 53 i Paesi dove la popolazione spende almeno il 60% del proprio reddito per l’alimentazione e che risentono quindi in maniera devastante dall’aumento dei prezzi.

Quest’anno la FAO prevede che la produzione mondiale di grano aumenti raggiunga i 790 milioni di tonnellate con rendimenti elevati previsti e piantagioni estensive in Nord America e Asia, che andranno a compensare un probabile lieve calo nell’Unione Europea e l’impatto negativo delle condizioni di siccità sulle colture in alcuni paesi del Nord Africa.

Questa previsione, stilata a inizio marzo (a guerra iniziata) non prevedeva infatti potenziali impatti negativi dal conflitto in Ucraina.

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