Eco-ansiosi contro eco-mostri

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Siete pronti a salire sulla terza giostra della paura globale? Dopo la pandemia, dopo la guerra in Europa, adesso lo spavento si colora di verde, come l’ambiente. Mentre i media e i giornaloni italiani ci infliggevano nuove massicce dosi di terrore climatico, sull’onda di eventi come il festival di green & blue a Milano, si è scoperta una nuova pandemia che colpisce soprattutto i giovani: la chiamano eco-ansia, versione locale della globale eco-anxiety.

Di che si tratta? E’ “la sensazione generalizzata che le basi ecologiche dell’esistenza siano in procinto di crollare” (G. Albrecht). Quando l’eco-ansia è forte risulta necessario un supporto per la salute mentale (scrivono nei loro testi i proff. Doherty, Manning e Clayton, Pihkala). Come per la pandemia, ospedalizziamo la società, forza con farmaci e vaccini!

All’eco-ansia si accompagna un disturbo psichico chiamato solastalgia, derivato dai danni mentali che genera il cambiamento eco-climatico nei tuoi paraggi. A dirlo è un filosofo australiano, Glenn Albert; è noto il contributo alla filosofia degli australiani: le loro correnti filosofiche si dividono in koala dotati della capacità di arrampicarsi nella logica o canguri se procedono per salti logici ma serbano novità nei marsupi della mente.

La Hogg Eco-Anxiety Scale ha censito tutti i sintomi dell’eco-ansia: sentirsi nervoso, ansioso o nervoso; non essere in grado di controllare le preoccupazioni; sentirsi spaventati; non poter smettere di pensare al futuro cambiamento e alle perdite ambientali; difficoltà a dormire; difficoltà a godersi le situazioni sociali con la famiglia e gli amici; difficoltà a lavorare e/o studiare; sentirsi ansiosi per l’impatto dei propri comportamenti personali sulla terra e sulle responsabilità personale nell’affrontare i problemi ambientali. Secondo un’indagine pubblicata da “The Lancet. Planetary Health”, tre quarti degli intervistati tra 10mila giovani di età compresa tra 16 e 25 anni di dieci Paesi del nord e del sud del mondo considerano il futuro “spaventoso”. Il 50% di loro si dichiara triste, ansioso, arrabbiato, impotente, persino colpevole della crisi climatica. L’elenco delle patologie conseguenti è vario: attacchi di panico, traumi, disturbi da stress post-traumatico, ansia, depressione, abuso di sostanze, aggressività, ridotte capacità di autonomia e controllo, sentimenti di impotenza, fatalismo e paura, spinta al suicidio.

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Cito autori e testi che non ho letto e mi guardo bene dal farlo; per essere invogliato, infatti, dovrei soffrire di eco-ansia. Ma non rientro tra gli eco-ansiosi bensì nella deplorevole categoria opposta, gli eco-mostri: cioè coloro che per ragioni di età e di ménage sono considerati colpevoli per il degrado ambientale. Ho ascoltato giorni fa un delirante dialogo a radio 24, sull’onda di questi eventi globali dedicati al clima e all’ecologia, che teorizzava proprio questo: gli eco-ansiosi sono malati virtuosi, la loro patologia è seria, fondata e ammirevole, sono sensibili all’ambiente, e si preoccupano più degli altri, intesi come “voi incoscienti” dei destini del pianeta. Infatti l’altra metà del problema è rappresentata dagli adulti che dovrebbero invece nutrire, anche per espiarlo, un giustificato senso di colpa per come hanno ridotto il pianeta. Ora, scusatemi, ma io non avverto sensi di colpa per miei presunti danneggiamenti al pianeta; non ho mai abbattuto mezzo albero, appiccato incendi, gettato lattine di plastica, inquinato, etc. Ma qui la colpa è sempre indiretta, generazionale e generale: se compri libri stampati su carta costata la vita ad alberi, o addirittura li scrivi, o se non ti opponi a chi fa politiche ambientali insostenibili, sei comunque complice e colpevole.

Così l’umanità viene nuovamente divisa in buoni e cattivi, e dopo i no-vax, i no-war, ecco i no-eco: da una parte le vittime, indicate come eco-ansiose, dall’altra i carnefici, che rifiutano il senso di colpa. Il bello di tutta questa drammaturgia ambientale è che non produce alcun effetto concreto sull’ambiente: una volta che hai dichiarato mezza umanità eco-ansiosa e mezza colpevole, non hai prodotto alcun cambiamento nel clima e nell’ambiente. Hai solo usato una ennesima classificazione ideologica per esercitare una forma di eco-razzismo, di eco-discriminazione.

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Quali sono gli effetti reali di questa gigantesca messinscena globale? Creare nuovi bacini di consenso e di consumo, all’insegna dell’eco-sostenibilità. Avete visto come si sono fiondate le aziende alimentari sul nuovo business? Le loro pubblicità non vantano più le qualità dei prodotti ma il fatto che siano eco-sostenibili; possono essere autentiche schifezze, perfino nocive al gusto e la salute dei consumatori, ma sono dotate di buona coscienza ecologica, sono non solo senza olio di palma, ma sono biodegradabili o impegnate a ridurre l’impatto ambientale dei loro rifiuti. I loro pregi non sono più le proprietà che hanno ma quelle che non hanno; e non è più importante la qualità del cibo che mangi ma l’immondizia che produci. All’industria alimentare eco-sostenibile si è aggiunta la moda eco-sostenibile; grandi marchi vendono i loro vestiari, le loro scarpe, le loro griffe, vantando la loro eco-sostenibilità. E non parliamo dei farmaci anti-ansia… Un business pazzesco che non modifica di una virgola i problemi catastrofici dell’ambiente.

Ma tutto questo ha due “utili” aggiuntivi: genera nuove forme politiche di aggregazione e denigrazione per gli anti-ecoansiosi. E genera una gigantesca diversione dai problemi reali ed esistenziali, grandi e piccoli, che ci affliggono ogni giorno: la colpa è del clima, concentriamoci sul riscaldamento globale, il resto è irrilevante o meno urgente. Non pensate più alla società reale, all’economia, alla famiglia, alla religione, alla politica; è in ballo il pianeta. L’eco-ansioso è stato allevato e addestrato a temere la morte del pianeta, non dell’umanità. Così nacque l’eco-idiota planetario.

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