L’ossessione per il “price cap” sul gas nasconde l’impotenza e l’autolesionismo dell’UE

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L’idea di imporre un prezzo a un fornitore monopolista è nel migliore dei casi impraticabile, nel peggiore un pulsante di autodistruzione. Se davvero l’UE vuole calmierare il prezzo del gas, può farlo solo sostenendo essa stessa il maggior costo. A ben guardare, l’attuale dibattito sul price cap portato avanti dalla stampa italiana risponde più che altro alla volontà di nascondere le vere cause dell’esplosione del prezzo del gas e degli altri combustibili fossili. E quelle cause sono molto più vicine all’UE di quanto essa non voglia ammettere.

Luciano Capone su Il Foglio di ieri promuove a gran voce la proposta di Mario Draghi di imporre un price cap, ossia un tetto massimo al prezzo che l’Europa è disposta a pagare a Putin per il gas. L’idea di fondo è che Putin sia ricattabile: non potrebbe permettersi, infatti, di reagire tagliando del tutto le forniture all’Europa, dal momento che esse rappresentano oltre il 50% del suo bilancio statale. Secondo Capone, Putin finirebbe, dunque, per accettare il ricatto, in base al principio secondo cui è meglio incassare poco che non incassare nulla. L’Europa, nel frattempo, potrebbe compensare la perdita del gas russo con altri fornitori (evidentemente Capone non ha mai ascoltato il ministro dell’energia del Qatar e altri analisti di energia e commodities):

La proposta di Draghi per limitare i pagamenti alla Russia e, quindi, il finanziamento alla guerra in Ucraina, è di applicare un tetto al prezzo del gas russo in arrivo dai gasdotti. Si tratta di una misura da manuale, come spiegato dagli economisti Federico Boffa e Giacomo Ponzetto: per reagire a un monopolista come Gazprom, la risposta più adeguata è formare un cartello o un contro-monopolio degli acquirenti in grado di contrastare il potere di mercato del venditore fissando un tetto al prezzo. Naturalmente, come opportunamente propone l’Italia, il price cap va imposto solo sul gas russo in primo luogo perché è quello che vogliamo sanzionare, in secondo luogo perché estenderlo ad altri fornitori sarebbe controproducente: proprio perché l’Europa intende ridurre la dipendenza dalla Russia, è necessario pagare di più gli altri per far arrivare il gas, in particolare quello liquido che è molto più mobile, da altri mercati come l’Asia. Estendere invece il price cap erga omnes porterebbe a un crollo complessivo dell’offerta di gas in Europa: ma ciò che ci interessa è sostituire l’offerta, non ridurla. Ciò non toglie che l’Europa possa trovare ulteriori accordi per mitigare il prezzo con fornitori amici come la Norvegia. La Russia dal canto suo, secondo la ratio della proposta italiana, subirebbe il tetto al prezzo del gas perché nella situazione attuale di prezzi elevati, di un’economia in difficoltà per via delle sanzioni e di spese elevate legate al costo della guerra, è meglio incassare meno che non incassare affatto. Anche perché, essendo legata all’Europa dai gasdotti, la Russia non potrebbe vendere quello stesso gas ad altri (ad esempio in Asia) perché mancano le infrastrutture.

È vero che Gazprom ha già tagliato il gas ai paesi che non hanno accettato lo schema di pagamento “gas per rubli” (Finlandia, Olanda e oggi Danimarca), ammette Capone, ma questo non potrebbe funzionare con i grandi acquirenti come Germania e Italia. Per Capone, Putin fa leva proprio sulla debolezza di Scholz:

Ma allora perché l’Europa non impone il tetto al prezzo? O meglio, perché la Germania non è d’accordo? Il timore di Olaf Scholz è che Putin non reagisca come la razionalità economica suggerirebbe, ma rilanciando con la chiusura dei rubinetti. In questo senso si tratta della partita di ritorno rispetto a quella sulla valuta di pagamento. In quell’occasione, Putin ha tagliato le forniture a paesi che si erano rifiutati di pagare in rubli come la Polonia, la Bulgaria e la Danimarca (e successivamente la Finlandia dopo la domanda di adesione alla Nato) per spaventare i grandi acquirenti come l’Italia e la Germania. E la lezione sembra aver funzionato, viste le paure di Berlino a fare passi in avanti. Sulla questione del pagamento in rubli, poteva anche aver senso non essere andati allo scontro frontale e aver cercato un compromesso. D’altronde in quella vicenda non erano in discussione né i quantitativi né il prezzo del gas russo, ma semplicemente la valuta. In termini economici non è cambiato niente e probabilmente, è ciò che hanno pensato alcuni paesi europei, non valeva la pena rischiare un taglio delle forniture di gas per una questione simbolica e dall’impatto economico nullo.  Il vero problema, quindi, non è di sostanza ma è psicologico: l’Europa è uscita intimorita dal match di andata, ha cioè paura di andare a vedere il bluff di Putin.

Proveremo a spiegare brevemente perché la proposta del price cap è impraticabile e rischia, anzi, di aggravare ulteriormente la situazione energetica dell’Europa anziché mitigarla.

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Perché il gas costa tanto. È davvero colpa di Putin?

Il prezzo del gas (e dei combustibili fossili in genere) è alto non perché lo ha deciso Putin, ma perché lo ha deciso il mercato. E il mercato non lo ha deciso certo il 24 febbraio, quando Putin ha invaso l’Ucraina. Il prezzo del gas era già esploso nel 2021 e questo essenzialmente perché il Green Deal è stato avviato dall’UE senza un calcolo preciso delle fonti alternative, con obiettivi esageratamente ambiziosi ed entro termini irrazionalmente brevi, creando di fatto una scarsità artificiale di combustibili fossili, che ha avuto come fatale conseguenza l’esplosione dei prezzi. Il sistema Ets dell’Unione Europea, in particolare, ha fatto il resto, facendo schizzare alle stelle il prezzo dei permessi inquinanti che i produttori di carbone devono acquistare per emettere CO2 (dai 30 euro a tonnellata di inizio 2021 si era già passati ai 63 euro a settembre 2021). L’ossessione della Vestager e di altri burocrati europei per ridurre la dipendenza dal gas russo non nasce certo a fine febbraio di quest’anno. Prova ne è la guerra che la signora Vestager e l’UE hanno condotto contro il Nordstream 2. Ma ridurre il consumo di gas importato dalla Russia in mancanza di alternative praticabili ha fatalmente fatto esplodere anche il prezzo del carbone (per compensare la mancanza di gas naturale, devi bruciare più carbone, di conseguenza fai aumentare anche la domanda di permessi e, quindi, il loro costo). La guerra in Ucraina è venuta solo dopo. Ha solo acuito un problema che esisteva già da tempo. Il grafico che segue viene dalla commissione UE e risale allo scorso 14 ottobre.

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Fonte: Commissione Europea

Perché non puoi imporre il prezzo a un monopolista senza farti del male

L’idea di imporre un tetto al prezzo di un bene venduto da un monopolista fa già ridere detta così. Intanto, costituirebbe una violazione unilaterale dei contratti in essere, lo stesso che i leader europei rimproveravano alla Russia a marzo, quando Putin impose lo schema di pagamento “gas per rubli” (lo chiameremo anche noi così per semplicità). In secondo luogo, una mossa del genere si può concepire solo quando si ha disposizione un piano B, che qui non esiste. Puoi imporre un tetto al prezzo del gas russo se hai a disposizione un’alternativa praticabile a un costo comparabile. Viceversa, ti esponi al rischio che il monopolista semplicemente ti chiuda il rubinetto. E a quel punto che fai? L’Europa è davvero pronta a una stretta energetica totale sull’energia russa, che avrebbe come immediata conseguenza un’ulteriore esplosione del prezzo dei combustibili fossili e metterebbe in ginocchio l’intero sistema economico e industriale dell’Occidente? Non è esagerato affermare che uno scenario simile sarebbe la fine per l’Eurozona e, in particolare, per la Germania. Non solo ci troveremmo senza gas nel giro di settimane. La domanda di gas da fonti alternative farebbe esplodere ulteriormente i prezzi, già oggi ai massimi. Una catastrofe.

Perché Scholz non può prendere sul serio la proposta di Draghi

Scholz non può spingersi oltre nel seguire i Verdi (ossia Washington) nella loro crociata russofobica e oltranzista contro Putin. Ha già ceduto sul Nordstream 2 e sull’invio delle armi all’Ucraina. Gli industriali tedeschi sono sul piede di guerra. Sanno bene che cosa rischia la Germania in caso di interruzione o taglio delle forniture del gas russo. Ed è essenzialmente la loro dura reazione che ha finora bloccato Habeck e ha bloccato qualsiasi ipotesi di sanzioni sul gas a livello di UE. Detto in parole più semplici: la Germania è il paese più dipendente dal gas russo, più ancora dell’Italia. Tutti gli altri paesi sono molto meno a rischio. O perché erano già prima della guerra meno dipendenti dal gas russo o perché hanno una popolazione di pochi milioni di abitanti (come Finlandia, Danimarca) e, pertanto, un fabbisogno nettamente inferiore. La Germania, con i suoi 82 milioni di abitanti e un sistema industriale avanzato e complesso da alimentare, semplicemente non può permetterselo. Non si cambia una politica energetica trentennale in due settimane. E le alternative al gas russo o richiedono investimenti ingenti e costi superiori (GNL, rinnovabili) o mettono a rischio gli obiettivi della transizione energetica (ritorno al carbone, riapertura centrali nucleari). Comunque la rigiri, è un suicidio. Ecco perché Scholz ha le mani legate e non può prendere sul serio la proposta di Draghi.

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In conclusione. L’idea del price cap imposto al fornitore è nel migliore dei casi impraticabile, nel peggiore un pulsante di autodistruzione. Se davvero l’UE vuole calmierare il prezzo del gas, può farlo solo sostenendo essa stessa il maggior costo rispetto a un prezzo di riferimento X, anziché scaricarlo a valle su cittadini e imprese aggravando ulteriormente il rischio di recessione. Una scelta dolorosa sul piano finanziario, che certamente solleverebbe il problema di come rendere sostenibile uno sforzo simile negli anni senza contestuali tagli ad altri capitoli di spesa o di finanziamento, ma che almeno porterebbe benefici a milioni di europei nell’immediato evitando la chiusura di migliaia di aziende e l’aumento della disoccupazione e mitigando il peso dell’inflazione. Viceversa è solo una boutade. Non diventa automaticamente una proposta intelligente solo perché l’ha detta Draghi.

L’idea di obbligare Putin a mettere le carte sul tavolo per scoprire il suo bluff, per usare la metafora usata da Capone, può funzionare solo se si hanno in mano carte vincenti. Se, viceversa, sei tu per primo che stai bluffando, rischi solo di perdere la mano. E anche la faccia, come è già accaduto per lo schema “gas per rubli”, dove di fatto l’UE ha dovuto alla fine calarsi le braghe e accettare le richieste di Putin.

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