Suicìdati e saremo felici

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Il suicidio è una pratica condannata da diverse religioni, quella cattolica compresa, e gesto apprezzato o visto come indifferente presso altre. In determinati casi, la tradizione giapponese lo vede come un atto onorevole. Molti secoli fa, in certe circostanze, era addirittura un privilegio riservato ai condannati a morte di riguardo.

Tecnicamente, il suicidio è la soppressione di una vita: nel caso specifico, la propria. A questo punto, si potrebbe obiettare che, se la vita è la mia, mi appartiene. Quindi, se è mia, ne faccio ciò che più mi aggrada. Sotto questo aspetto, per quanto mi riguarda e per quanto conti la mia opinione, io non ho nulla da dire.

Ciò che mi sento di dire è che, in ogni caso, il suicidio è l’atto estremo della disperazione, cioè dell’assenza di qualunque speranza. Per questo, la fuga dalla vita appare come l’unica possibile soluzione, così come, a livelli di gran lunga più bassi, è il ritiro da una competizione sportiva.

Così, io non mi sento di condannare i suicidi, ma provo solo una pena profonda per la loro infelicità. Chi li condanna genericamente non pratica la virtù della misericordia, parola che, etimologicamente, significa avere pietà con il cuore, laddove è il cuore ad essere toccato dall’infelicità altrui.

Spero di non essere malinteso dai soliti lettori frettolosi: io non sponsorizzo il suicidio. Cerco solo di capire e sospendo il giudizio per la troppa scarsità d’informazioni sul caso specifico.

Ciò che si sta sponsorizzando, invece, e con la fattiva complicità dei mezzi di cosiddetta informazione e dei cosiddetti politici, è il suicidio di massa. In estrema brevità, l’idea che viene fatta passare, a quanto pare con successo, è che questo pianeta sia troppo affollato. Dal che risulta immediatamente che va sfoltito.

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Non si creda che sia facile diffondere un concetto di questa importanza. Occorre tempo, occorre capacità, occorre denaro: tutte dotazioni quasi illimitatamente disponibili a chi ora, dopo decenni, si accinge a raccogliere i frutti del suo impegno.

Nel 1955 Walt Disney, massone, pubblicò il cartone animato “The Lemming with the Locket”. Senza ripercorrere la trama, in quel film, ovviamente dedicato ai bambini, si mostrano folle di lemming, piccoli roditori che abitano le zone artiche del Pianeta, che si suicidano gettandosi nel mare.

Tre anni dopo, lo stesso Disney pubblicò un documentario intitolato “White Wilderness” (“Artico Selvaggio” per noi italiani), in cui si vedono scene girate “dal vivo” di quei suicidi di massa.

Da allora, che i lemming sfoltiscano volontariamente la loro popolazione gettandosi nel mare fa parte del “sapere” comune, e viene dato per scontato.

Peccato che sia un falso: a nessun lemming verrebbe mai in mente di suicidarsi, e, tanto per la precisione, le scene “dal vivo” furono girate in Canada. Solo nel 1983 si scoprì che, ad inscenare il “suicidio” degli animali, furono i tecnici della Disney. Acquistati nella provincia del Manitoba, i roditori furono trasportati a Calgary, nella provincia dell’Alberta, dove furono girate le scene preparate e montate ad arte, inserendo sequenze girate nella Baia di Hudson.

Questo è solo un paio degli esempi possibili del progetto che ha origini annose, e oggi siamo arrivati vicino alla meta, con “politici” e “potenti” che ci dicono con chiarezza, direi quasi con onestà, che la loro intenzione è di uccidere gran parte della popolazione mondiale, rendendo schiava quella sopravvissuta. “Non avrai niente, e sarai felice” è uno degli slogan che, per palesemente demenziali che siano, stanno riscuotendo assensi da una popolazione ormai privata delle facoltà più elementari di critica oltre che di cultura. “Non avrai niente” – lo dico per chi fosse distratto – significa che non avrai nemmeno la vita, una vita che, se avrà continuità biologica, sarà quella di schiavi decerebrati. Sulla felicità di quella condizione, non credo sia necessario perdere tempo.

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Da parte mia, una domanda: perché chi decanta il suicidio come soluzione per i problemi del mondo non dà il buon esempio andando avanti per primo?

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