Giornalismo di guerra Vs Giornalismo di pace

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La ragione è la facoltà umana per comprendere il mondo attraverso il pensiero, in contrasto all’intelligenza, che è l’abilità umana per manipolare il mondo con l’aiuto del pensiero. La ragione è lo strumento dell’uomo per arrivare alla verità, l’intelligenza è lo strumento dell’uomo per manipolare il mondo con più successo; la prima è essenzialmente umana, la seconda appartiene alla parte animale dell’uomo. Erich Fromm, 1955

Sulla guerra tra Russia e Ucraina, che si innesta in un quadro globale di scontro tra grandi potenze, abbiamo anche un problema di comunicazione pubblica. La ricerca della contrapposizione tra “fazioni” alimenta le divisioni, riducendo lo spazio per un approccio complesso, articolato e critico, orientato alla pace. In tal modo si scivola facilmente verso un “giornalismo di guerra”, che, più o meno consapevolmente, alimenta ragionamenti semplificatori di natura binaria, facendo terra bruciata del pensiero critico; ovverosia dell’analisi dei processi storico-geografici necessaria alla ricerca di possibili compromessi per riappacificare le parti coinvolte. Il “giornalismo di guerra” marginalizza così la pluralità delle ragioni delle parti ed i contesti entro cui si dispiega la dialettica dei conflitti e delle guerre.

Proprio nelle modalità comunicative tese alla polarizzazione delle posizioni va ricercata la malattia sociale e politica che affligge anche i media italiani. La nostra incapacità di costruire la pace, di mediare senza schierarci, di dialogare tenendo conto di tutti gli interessi in gioco, di tutte le parti coinvolte, senza trasformarci in co-belligeranti, nasce da dispositivi comunicativi ispirati a ciò che nei peace studies viene chiamato appunto “giornalismo di guerra”.

Seguendo il metodo analitico di Galtung, e della letteratura scientifica che ne è derivata, il “giornalismo di guerra” sarebbe alimentato da discorsi e strutture mentali collettive indirizzate da precisi interessi politici, militari ed economici, propri di visioni settarie del mondo. Nella situazione attuale, malgrado la contrarietà dei popoli occidentali ad intraprendere azioni militari contro una delle parti coinvolte, sia pure con il solo trasferimento di armi (benché sappiamo che il coinvolgimento di alcuni paesi vada ben oltre), stiamo seguendo una strategia di guerra fondata su interessi avulsi a quelli comuni della maggioranza dei cittadini. Per questa via la sostanza della democrazia viene lapalissianamente annichilita.

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È doveroso ricordare che i “discorsi collettivi” possono essere definiti come meccanismi sociali di organizzazione di pensieri ed idee che producono determinate visioni del mondo. Quando i discorsi pubblici dominanti sono estremamente semplificatori restituiranno visioni del mondo altrettanto superficiali e profondamente alterate da un certo dogmatismo. Scomparirà, pertanto, la gamma delle differenze e si svilupperanno visioni dicotomiche a favore di categorie “amico-nemico”, “buono-cattivo”, “fedele-infedele”, “democrazia-dittatura” ecc. Si elimineranno appunto le articolazioni e le declinazioni del reale, che, al contrario, mostrano empiricamente una costante compenetrazione degli opposti in una più realistica oscillazione tra gli estremi. In tal modo non si fa altro che favorire il dogmatismo, la chiusura ed il settarismo a discapito della tolleranza, dell’apertura e della critica del reale. Ciò avveniva con Saddam-Bush (tra gli altri casi) ed avviene oggi con Putin-Zelensky. In tal modo, scompaiono i popoli, le loro articolazioni e diversità interne, i loro interessi, gli attori stranieri coinvolti ecc.

Certe visioni del mondo, che si sviluppano in date società ed in determinati momenti storici, sono il risultato delle interazioni e dei rapporti di potere tra governi, media ed istituzioni varie, che possono plagiare ed indirizzare il discorso pubblico, anche quando si nascondono dietro dibattiti solo apparentemente plurali, perché impostati, come detto, su premesse ed approcci iper-semplificatori e polarizzanti. In questo clima è evidente che i discorsi sulla pace vengono marginalizzati a favore di quelli sulla “sicurezza” (corsa al riarmo anche in condizioni di crisi economica) e sulla “democrazia” (anche in condizioni di svuotamento della sua sostanza). L’implementazione dei succitati dispositivi comunicativi avviene attraverso l’accentramento della struttura proprietaria dei media, il rapporto stretto media-governi ed i relativi interessi privati.

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I “discorsi” orientati alla pace sarebbero più democratici perché orizzontali, contrariamente a quelli verticali indirizzati da un’agenda politica specifica e dai relativi interessi strategici. Se il “giornalismo di guerra” mira alla disumanizzazione e demonizzazione del “nemico”, rimane solo l’opzione di sconfiggere ed annientare ciò che viene rappresentato come il “diavolo”. Diversamente, i discorsi sulla pace sono più articolati, cercando di comprendere le origini del conflitto, ampliando la prospettiva ed analizzando gli interessi e gli obiettivi di tutte le parti. Questa sarebbe la strada per trovare alternative efficaci alla guerra ed alla violenza, dando un’opportunità concreta alla costruzione della pace. In altre parole, anche il nostro “giornalismo di guerra” rappresenta una forma di violenza simbolica e culturale che alimenta quella reale, depotenziando alla radice ogni percorso autentico per la pace.

Per contrastare questi processi di costruzione del consenso a favore della guerra è necessario ristrutturare il linguaggio e gli approcci analitici al fine di cambiare le modalità attraverso le quali il pubblico vede il mondo, per tentare di comprenderlo meglio ed avvicinarsi alla verità. Con la ragione.

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