1995 – Leoluca Bagarella, spietato killer mafioso, viene arrestato dalla DIA

Tempo stimato di lettura: 4 minuti

Leoluca Biagio Bagarella, all’anagrafe Luca (Corleone3 febbraio 1942), è un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra, affiliato al Clan dei Corleonesi.

Assassino spietato, “Don Luchino” è stato autore di centinaia di omicidi dagli anni ’70 ai ’90, oltre che diretto responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa Nostra, tra cui la Strage di Capaci e il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo. Ha avuto condanne per omicidio multiplotraffico di drogaricettazionestrage ed è stato condannato all’ergastolo in regime carcerario di 41 bis. È attualmente rinchiuso in carcere.

Biografia

Gli inizi dell’attività mafiosa

Quarto figlio del mafioso Salvatore Bagarella, fratello di Antonietta Bagarella, entrò a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore Calogero era diventato uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio e dei suoi compagni Totò Riina e Bernardo Provenzano. Il fratello Calogero venne ucciso dal boss Michele Cavataio nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca si diede alla latitanza. Nel 1972 anche l’altro fratello Giuseppe viene ucciso in carcere; nel 1974 sua sorella sposò in segreto Totò Riina, seguendolo nella latitanza.

Il 20 agosto 1977 commette il suo primo omicidio “eccellente”, uccidendo il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo con la complicità di Giovanni Brusca; nel 1978 partecipa all’omicidio del boss di Caltanissetta Giuseppe Di Cristina, che prima di morire riesce a ferirlo. Nel gennaio 1979 uccide, in Viale Campania, con 6 colpi di pistola il giornalista Mario Francese, che investigava sugli affari dei Corleonesi, e in particolare, sulla costruzione della diga di Garcia.

Il 21 luglio 1979 Bagarella uccise all’interno del Bar Lux di via Francesco Paolo Di Blasi a Palermo il vice questore Boris Giuliano, capo della Squadra mobile, che stava indagando su di lui dopo essere riuscito a scoprire il suo nascondiglio, un appartamento in via Pecori Giraldi, da dove però Bagarella era riuscito a fuggire in tempo: all’interno dell’appartamento gli uomini del vice questore Giuliano scoprirono armi, quattro chili di eroina e documenti falsi con fotografie che ritraevano Bagarella e i suoi amici mafiosi. Il 10 settembre 1979, due mesi dopo l’omicidio del commissario Giuliano, Bagarella venne arrestato a Palermo ad un posto di blocco dei Carabinieri, a cui aveva esibito documenti falsi.

Leggi anche:   2004 - Inizia in Belgio il processo al pedofilo assassino Marc Dutroux

Il ruolo nella guerra allo Stato

Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 fu di nuovo latitante e dopo l’arresto di Riina, Bagarella prese il comando della fazione stragista di Cosa Nostra, composta da Giovanni BruscaMatteo Messina Denaro e Filippo e Giuseppe Graviano, che era favorevole alla continuazione della cosiddetta “strategia stragista” iniziata da Riina, contrapponendosi a una fazione più moderata guidata e comandata da Bernardo Provenzano e composta da Nino GiuffrèPietro AglieriBenedetto SperaRaffaele GanciSalvatore CancemiMichelangelo La Barbera, i quali erano contrari alla strategia degli attentati dinamitardi; infine prevalse la linea di Bagarella, che mise in minoranza Provenzano, con l’accordo che gli attentati avvenissero esclusivamente fuori dalla Sicilia. Da questo accordo scaturirono gli attentati di Milano, Roma e Firenze.

Nel 1992 ricomincia a compiere delitti: è uno dei responsabili dell’omicidio dell’esattore Ignazio Salvo; uccide il boss di Alcamo Vincenzo Milazzo e la sua compagna Antonella Bonomo (la donna era incinta di 3 mesi) e il 14 settembre dello stesso anno insieme a Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano tenta di assassinare il commissario di polizia Rino Germanà ma il suo kalashnikov si inceppa e l’attentato fallisce, anche grazie alla prontezza di riflessi del commissario che riesce a sfuggire ai killer. Nel 1993 viene ufficialmente indagato come mandante della Strage di Capaci insieme a Giovanni BruscaDomenico Ganci e Antonino Gioè. Nel marzo 1995 uccide Domenico Buscetta, nipote del collaboratore Tommaso Buscetta ed è il mandante di altri omicidi tra cui quello del giovane fioraio Gaetano Buscema e del dottor Antonio Di Caro, strangolato e sciolto nell’acido.

Leggi anche:   1983 – Attentato a Rocco Chinnici, magistrato vittima di mafia

Arresto e condanne

Fu arrestato dalla DIA il 24 giugno 1995 in Corso Tukory, affollata via di Palermo che collega la Stazione Centrale al campus universitario. Gli inquirenti lo individuarono grazie ad un suggerimento del collaboratore di giustizia Tullio Cannella, il quale gli consigliò di seguire un suo “autista”, Antonio Calvaruso (detto Tony), titolare di un negozio di abbigliamento, che verrà pure lui arrestato e diverrà collaboratore di giustizia. Da allora è sottoposto al regime di 41 bis nel carcere dell’Aquila.

Nel 1997 la Corte di cassazione conferma per Bagarella la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Boris Giuliano, e conferma anche l’ergastolo per la Strage di Capaci, per la quale l’intera cupola di Cosa Nostra viene in pratica condannata. Nel 2002 viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, che venne strangolato e sciolto nell’acido. Sempre nel 2002, durante un’udienza a Trapani alla quale Bagarella partecipa tramite videoconferenza, legge un comunicato di protesta verso il sistema del carcere duro, indirizzato al mondo politico.

Nonostante il regime di carcere duro, sono stati segnalati alcuni episodi di violenza da parte sua nei confronti di altri detenuti: in uno di questi, Bagarella lancia olio bollente contro un altro carcerato, un boss della ‘Ndrangheta minacciandolo di morte e subendo un’ulteriore condanna ad 1 anno di carcere. A seguito degli episodi di violenza, viene trasferito nel carcere di Parma. Bagarella fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del vicebrigadiere Antonino Burrafato, oltre che ad un ulteriore ergastolo per l’omicidio di Salvatore Caravà.

Leggi anche:   1994 – Fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma

Nel marzo del 2009 una sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha condannato, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca, all’ergastolo i capimafia Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, boss del paese in cui fu commesso il delitto per l’assassinio di Ignazio Di Giovanni, ucciso nel suo cantiere per essersi rifiutato di cedere alcuni sub-appalti che aveva ottenuto. Nel luglio del 2009 subisce un’ulteriore condanna all’ergastolo, questa volta per l’omicidio avvenuto nel 1977 di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, uccisi per futili motivi. È stato condannato anche a 30 anni di reclusione in contumacia con Totò RiinaMichele Greco e Madonia, per l’omicidio del giornalista Mario Francese da lui stesso assassinato, per il suo zelo sul lavoro.

Trattativa Stato-mafia

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all’indagine sulla trattativa Stato-mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Bagarella e altri 11 indagati accusati di “concorso esterno in associazione mafiosa” e “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”. Gli altri imputati sono i politici Calogero ManninoMarcello Dell’Utri, gli ufficiali Antonio SubranniMario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni BruscaTotò RiinaAntonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche “calunnia”) e l’ex ministro Nicola Mancino (“falsa testimonianza”). Il 20 aprile 2018, dopo 5 anni di processo, viene condannato a 28 anni di carcere. Il 23 settembre 2021 la Corte d’assise d’appello di Palermo, riqualificando il reato in tentata minaccia a Corpo politico dello Stato, dichiara le accuse parzialmente prescritte riducendogli la pena a 27 anni.

Questo post ti è piaciuto? Condividilo:

Lascia un commento