Tutte le società per Azione

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Carlo Calenda gongola per il risultato della sua nuova creatura politica al voto comunale: «Dal 10 al 25 per cento». Un’avanzata che però appare assai più modesta, con un côté di candidati dall’effetto «usato sicuro» rispolverati per l’occasione. E che, come ricostruisce Panorama, viene generosamente alimentata dalle donazioni dell’imprenditoria

«Follow the money» suggeriva Gola profonda, che con le sue rivelazioni fece scoppiare il Watergate. Lui si riferiva al più clamoroso scandalo politico della storia, giunto al 50° anniversario. Noi, più modestamente, mutuiamo l’ammonimento per tentare di comprendere le sorti del bipolarismo italico. Seguendo dunque il vil danaro, ovvero le donazioni dei potentoni d’Italia ad Azione, si poteva intuire l’autoproclamato successone di Carlo Calenda alle ultime amministrative? I capitani d’industria avevano fiutato il vento? Oltre 2,7 milioni di euro dal 2019 a oggi: una cifra che surclassa le erogazioni liberali agli altri partiti. Con i migliori nomi dell’imprenditoria tricolore disposti a staccare cospicui assegni pur di sostenere il liberal-progressismo del «Churchill dei Parioli», insuperabile soprannome affibbiatogli dal sito Dagospia.

È soprattutto merito loro se il rivoluzionario fondatore di Azione ha potuto dispiegare la sua strategia politica: l’usato sicuro ripittato di fresco. A dispetto dell’aria giovanile, i «candidati civici» esibiti nei comizi e nelle interviste agli abbacinati giornaloni sono indomiti immortali. A Roma, dove Calenda s’è candidato a sindaco lo scorso autunno sfiorando il 20 per cento, direbbero: «’Ndò cojo, cojo».

Così, all’Aquila si punta su Americo Di Benedetto, già aspirante sindaco del centrosinistra nel 2017. Stavolta, ha raggiunto un lusinghiero 24 per cento. Comunque delle tre liste a supporto, Azione è quella andata peggio: 4,8 per cento. A Palermo correva Fabrizio Ferrandelli, 41enne veterano, alla terza candidatura a sindaco in 10 anni: prima per il centrosinistra, poi con il centrodestra, infine al centro. Incassa il peggior risultato della sua multiforme carriera: 14,2 per cento. Stravince al primo turno Roberto Lagalla, sostenuto da tutto il centrodestra.

Invece Azione e +Europa, i nipotini dei radicali che fiancheggiano lo statista capitolino, raccolgono un sontuoso 8 per cento. Anche a Catanzaro correva un highlander locale: Antonello Talerico, già papabile candidato del centrodestra, arrivato terzo. Azione, però, non ha presentato il simbolo. Stesso escamotage usato a Parma, dove appoggiava Dario Costi: 13,5 per cento, grazie a quattro civiche in suo sostegno.

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Eppure, Calenda esulta come Tardelli ai mondiali dell’82: «È un’affermazione che va dal 10 al 25 per cento, se si considerano i capoluoghi di provincia in cui abbiamo fatto la scelta molto radicale di andare da soli». Peccato abbia presentato una propria lista in appena 24 comuni sui quasi mille al voto. Tanto che Youtrend, inclemente, sottolinea: su base nazionale Azione vale un deprimente 0,4 per cento. D’altronde, l’alfiere centrista omette epocali disfatte come quella di Lucca: il maestro d’orchestra Alberto Veronesi, figlio del compianto oncologo Umberto, ottiene il 3,6 per cento. A dispetto dello sperticato appoggio del leader: «È l’unica vera alternativa a quello che c’è stato, ma è anche una novità assoluta sullo scenario nazionale».

Insomma, l’avanzata è solo un «effetto ottico» derubrica il segretario del Pd, Enrico Letta, costretto suo malgrado a titillarne l’egolatria. Il «campo largo» è già un’aiuola. Il Movimento di Giuseppe Conte rischia l’estinzione. Meglio piantare un nuovo Ulivo. Letta non ha scelta. Rischia di venir annientato dal centro destra. Servono rinforzi. Ma Carletto, ricambiato, detesta Giuseppi. O loro o lui: «Se devono avere i 5 Stelle per forza si comprassero un cane e lo chiamassero 5 Stelle» insolentisce. Enrichetto però non mollerà il giurista di Volturara Appula. Meglio le ambasce dell’alleato che le supponenze del contendente. Fumantino bastian contrario, twittatore compulsivo, polemista inesauribile, Calenda punzecchia quotidianamente sui social il segretario dem. Ormai li accomuna solo l’ossequiosa devozione verso Mario Draghi. Ecco quindi, il piano alternativo: un terzo polo nel nome del premier, che però annuncia di aver altri piani, una volta uscito da Palazzo Chigi.

Resta comunque, in assenza di idee migliori, il feticcio. Il meglio dell’usato sicuro su piazza. La summa del credo calendiano, insomma. Manca meno di anno alle politiche. L’ex ministro dello Sviluppo economico vuole riaccendere le centrali a carbone e tifa per le auto diesel, ma in politica è un intransigente ambientalista, dedito alla meritoria arte del riciclo. In Campania, per esempio, affida il partito a Giuseppe Sommese, già consigliere regionale a sostegno del governatore dem Vincenzo De Luca e riverito figliolo di Pasquale, ubiquo ras elettorale a Nola e dintorni.

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Il futuro s’annuncia ancora più ecosostenibile. In Lazio, alle prossime regionali, è pronto a correre Enrico Gasbarra, ex presidente della provincia di Roma con il Pd. Ma il colpo grosso sarebbe in Lombardia: «C’è un nome che è perfetto per tenere insieme un campo riformista e progressista» annuncia Calenda. Squilli di trombe, rulli di tamburi: «Si chiama Carlo Cottarelli». Mister mani di forbice. Chiamato invano dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per guidare il paese durante lo stallo post elezioni del 2018. Vabbè: gli viene poi preferito l’avvocato del popolo, ma lui rimane un economista coi fiocchi, già commissario alla spending review con Letta premier. Un altro redivivo, ma di extralusso. Che però sembra cascare dal pero: «Nessuno mi ha ancora contattato in proposito».

Candidato a sua insaputa. Come Draghi, in effetti. Chi consapevolmente freme è invece un’altra riserva della patria: Gualtiero Ricciardi, in arte Walter. Il ruolo di consulentissimo del ministro della Salute Roberto Speranza, è agli sgoccioli. Il Covid, nonostante le sue apocalittiche profezie, sembra ripiegare. Ricciardi soffre e s’offre: «L’impegno in politica è la più alta forma di servizio». In ossequio allo spirito che anima Azione, è pronto a reinventarsi: «Ho dato la mia disponibilità, data anche l’ammirazione che ho per Carlo». Del resto, l’ex membro dell’Oms siede nella direzione nazionale del partito. Insomma, un ministro della Salute in pectore. Dopo Speranza, ecco il suo più arcigno suggeritore: Mister Lockdown.

Certo, persino riadoperare costa. Ma Carletto il riciclone riesuma tutto: pure la generosità di vecchi supporter del ramingo Matteo Renzi, anche lui alla vana ricerca del centro di gravità permanente. Come il manager Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli: già munifico con Italia Viva, ha partecipato con 30 mila euro alla causa calendiana. Ma lo scalpo più significativo è Davide Serra, capo del fondo d’investimento inglese Algebris: da sempre principale finanziatore dell’ex Rottamatore, ha donato al partito dell’ex ministro 34 mila euro. L’ultimo bonifico, da 5 mila euro, è del 4 aprile 2022.

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Ma i proseliti tra gli imprenditori vanno oltre i soliti mecenati. Oltre 2,7 milioni di euro dal 2019 a oggi, dunque. Azione, a dispetto delle magre percentuali, negli ultimi anni è stato il partito che ha raccolto di più. Anche nei primi quattro mesi del 2022: 170 mila euro. Soldi che vanno ad aggiungersi al milione di euro incassato nel 2019, agli 850 euro del 2020 e ai quasi 700 mila euro dell’anno scorso. Nell’elenco c’è il meglio del made in Italy. Munifica la Fondazione Giovanni Arvedi, famiglia cremonese che controlla un impero siderurgico: 150 mila euro. Uguale importo arriva da Alberto Bombassei, ex onorevole di Scelta civica e patron della Brembo, società bergamasca di impianti frenanti. Gianfelice Rocca, presidente della multinazionale Techint, versa invece 180 mila euro. L’ultimo bonifico parte lo scorso 24 marzo: 50 mila euro.

Tra gli ultimi contributi spicca anche quello, a febbraio 2022, di Maurizio Marchesini, vice presidente di Confindustria per le Medie imprese: 15 mila euro, che si assommano ai 45 mila elargiti nel 2019. 10 mila euro vengono donati a febbraio 2022 da Alessandro Riello, presidente di Aermec, gruppo veneto di climatizzatori: si aggiungono a un’identica cifra bonificata nel 2021. Lo scorso febbraio, puntuale come sempre, arriva pure il contributo di 25 mila euro della Finregg: il presidente, Fabio Storchi, guida Unindustria Reggio Emilia. Negli ultimi due anni, fanno 75 mila euro. Mentre Carlo Pontecorvo, alla guida di Ferrarelle, versa 35 mila euro.

Ben rappresentata pure la moda. Pier Luigi Loro Piana, re del cachemire, contribuisce con 86 mila euro. Renzo Rosso, sovrano del casual e patron di Diesel, lo scorso dicembre ne scuce 10 mila. Claudio Marenzi, di Herno, ad aprile 2022 eroga 5 mila euro. I cugini Ermenegildo e Paolo Zegna, che guidano l’omonimo gruppo, mettono 10 mila euro a testa. Luciano Cimmino, inventore di Yamamay, devolve 25 mila euro. Nello sterminato elenco, però, c’è di tutto: pastai, avvocati, holding, assicurazioni, consulenti, concessionari, immobiliari, rubinetterie, commercialisti, produttori, cinematografici e nobildonne. «Follow the money». Magari anche gli elettori, un giorno, capiranno.

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