1945 – Eccidio di Schio: i partigiani uccidono 54 fascisti rinchiusi nel carcere

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L’eccidio di Schio fu il massacro compiuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 (due mesi dopo la fine della guerra) a Schio (Vicenza) da un gruppo formato da partigiani del Battaglione “Ramina-Bedin” della Divisione garibaldina “Anteo Garemi” inquadrati quali agenti della Polizia ausiliaria partigiana (istituita alla fine della guerra e composta da ex partigiani).

Il contesto

Schio, nella provincia di Vicenza, aveva pagato cara l’opposizione al fascismo da parte di molti suoi abitanti durante la Seconda guerra mondiale. In quella zona, gli occupanti nazisti e i loro alleati fedeli a Mussolini repressero l’antifascismo in modo particolarmente feroce. Inoltre, la zona divenne un punto di raccolta di truppe tedesche verso la fine del conflitto, provocando fortissime tensioni con la popolazione ed innumerevoli violenze.

Il 14 aprile 1945, le Brigate Nere arrestarono il partigiano scledense Giacomo Bogotto, lo torturarono, gli cavarono gli occhi e forse lo seppellirono vivo (secondo la testimonianza del partigiano Valentino Bortoloso, che trovò il corpo sotto un masso di circa 20-30 kg). Secondo rapporti di parte fascista invece il Bogotto fu trovato morto al mattino seguente all’interrogatorio a causa delle pesanti sevizie. Il 29 aprile quattro fascisti (2 dei quali civili), ritenuti implicati per le torture e l’assassinio di Giacomo Bogotto, furono passati per le armi e i loro cadaveri abbandonati in Valletta dei Frati a Schio. La salma del Bogotto fu riesumata il giorno dopo (30 aprile), davanti agli occhi di una popolazione sconvolta ed inferocita. A maggio arrivarono le notizie della strage di Pedescala: 79 civili, 2 militari ed 1 partigiano uccisi dai tedeschi in ritirata, come rappresaglia di un attacco effettuato dai partigiani mentre i tedeschi cercavano di raggiungere il Trentino. Il 3 maggio 20 prigionieri, prelevati dalle carceri di Schio dai partigiani, furono condotti a Pedescala per essere giustiziati. L’intervento di un ufficiale inglese sembrò sventare il proponimento riportando ad Arsiero i prigionieri. Ma la notte stessa 5 di loro furono di nuovo portati a Pedescala dove 4 vennero barbaramente torturati, mutilati ed uccisi (il quinto riuscì a fuggire).

Il 27 giugno William Pierdicchi, unico sopravvissuto dei 14 antifascisti di Schio deportati a Mauthausen-Gusen e Dachau a causa delle delazioni degli aderenti scledensi alla Repubblica Sociale Italiana, rientrò in città in uno stato miserabile, ridotto al peso di 38 chili, suscitando un forte moto di rabbia popolare: il giorno dopo un’enorme folla si radunò nella piazza principale del borgo chiedendo giustizia.

Vi erano nel carcere mandamentale di Schio persone fermate per indagini su eventuali loro corresponsabilità col regime fascista e con la R.S.I. Alcune erano da tempo imprigionate solo in quanto parenti di militi della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.), altre perché legate sentimentalmente a ricercati. Altre infine per motivi extra giudiziali (ad esempio una delle vittime, Elisa Stella – 68 anni – imprigionata in quanto aveva affittato un appartamento ad un partigiano il quale, non volendo pagare l’affitto, la denunciò come fascista). Tuttavia la maggior parte non era stata coinvolta direttamente in reati. Il capitano Chambers, responsabile alleato dell’ordine cittadino, accese ulteriormente gli animi annunciando che, se non fossero state presentate denunce circostanziate entro cinque giorni, le persone arrestate senza denuncia sarebbero state liberate. In questo clima maturò l’eccidio del 6 luglio.

La situazione politico-militare

Nella zona di Schio durante la Resistenza era stata attivata la Divisione Garibaldi “Anteo Garemi” con i battaglioni “Ramina-Bedin” e “Ismene”, di orientamento prevalentemente comunista. Alla fine della guerra le formazioni partigiane ebbero l’ordine di consegnare le armi e di smobilitare: la maggior parte dei partigiani eseguirono l’ordine, ma alcuni di essi, che avevano lottato non solo per cacciare lo straniero, ma anche per arrivare ad un nuovo ordine sociale, mostrarono molta riluttanza. A Schio nel maggio del 1945 il potere civile era tenuto dal locale CLN e dal nuovo consiglio comunale da esso nominato: sindaco era il comunista Domenico Baron. Il potere militare era detenuto dall’esercito alleato, da reparti dell’esercito Italiano, da pochi Carabinieri della locale stazione e da ex-partigiani delle ex-Brigate Garibaldi ingaggiati nella Polizia ausiliaria partigiana per il mantenimento dell’ordine pubblico.

L’eccidio

Un gruppo di ex-partigiani appartenenti alla Polizia Ausiliaria Partigiana, armati e mascherati, ex della citata brigata garibaldina, agli ordini di Valentino Bortoloso (nome di battaglia “Teppa”), nella notte del 6 luglio entrò nel carcere mandamentale della città. I capi partigiani Igino Piva, Gaetano Pegoraro e Ruggero Maltauro (capo della stessa Polizia Ausiliaria Partigiana), erano in quel momento ben lontani dalle carceri, per avere a disposizione un alibi (come riportato dallo storico Luca Valente). Non disponendo di elenchi di fascisti, li cercarono ma, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere. Tra questi, solo 5 erano stati indicati al momento dell’arresto come detenuti comuni, mentre 92 erano stati incarcerati come “politici” di possibile parte fascista, sebbene non tutti fossero compromessi con il fascismo ed in molti casi fossero stati arrestati forse per errore, oppure per forzare qualche loro congiunto a costituirsi. In ogni caso nessun procedimento penale era stato avviato.

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Erano infatti ancora in corso gli accertamenti delle posizioni individuali: per alcuni era già stata accertata l’estraneità alle accuse ed era altresì programmata la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche (o, secondo altre fonti, colpevolmente bloccata dall’allora segretario comunale Pietro Bolognesi – ex fascista – poi esponente del C.L.N.). I 5 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme con 2 detenute politiche, che non furono riconosciute come tali in quanto stavano lavando le scale al momento dell’irruzione. Dal gruppo dei detenuti politici invece furono escluse, sulla base di conoscenze personali, altre sei persone: 2 donne da parte del Bortoloso, Carozzi Massimo da parte del partigiano Gaetano Canova, ed altri 3.

Dopo il tentativo di fare una cernita tra i rimanenti, che suscitò contrasti tra gli stessi partigiani, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti o per indurle a testimoniare nell’inchiesta in corso. “Teppa” si oppose dicendo: «Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti», ma non disse da chi provenivano gli ordini (e non fu mai chiaramente accertato, nonostante un processo apposito nel 1956). Nelle confessioni e nei verbali delle testimonianze, alcuni imputati dichiararono che la decisione della strage era stata presa da Igino Piva, Ruggero Maltauro e Nello Pegoraro, e che l’azione era avvenuta sotto il comando di Valentino Bortoloso. Il fatto che ci fossero degli ordini, presume anche l’esistenza di un piano dettagliato e di una premeditazione, cosa che escluderebbe la tesi di un fatto impulsivo dominato dal risentimento di quei giorni. Un altro fatto interessante fu che Igino Piva “Romero”, il pomeriggio precedente la strage, aveva fatto visita al detenuto Giulio Vescovi con il quale si era intrattenuto parecchio tempo. Il Vescovi cercò di giustificare il suo operato amministrativo e politico mentre rivestiva il ruolo di Commissario Prefettizio (come riportato in un articolo di Giorgio Marenghi).

Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, i detenuti e le detenute vennero ammassate in due celle, al piano terra ed al secondo piano delle carceri. Uno dei detenuti, il dott. Giulio Vescovi, capitano e pluridecorato, chiese di parlare da soldato a soldato con il capo partigiano, ma fu da questi respinto e schiaffeggiato. Quindi alle 00:15 vennero uccise a colpi di mitragliatore 54 persone, tra cui 14 donne (4 sotto i 21 anni quindi minorenni), e ne vennero ferite altre 17 (la più giovane 16 anni). Alcuni detenuti (15), coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni, e questo nonostante gli omicidi avessero anche sparato più di un caricatore con i loro mitra (v. verbale del 4° interrogatorio del Bortoloso). Delle donne detenute parecchie sopravvissero poiché i detenuti maschi, in un estremo tentativo di proteggerle si schierarono davanti ad esse. Quando giunsero, i soccorritori trovarono il sangue che colava sulla scala e sul cortile, arrivando fin sulla strada. Un primo gruppo di barellieri, provenienti dal vicino ospedale, fu respinto e minacciato, lasciando nella strada 6 barelle vuote. Solo successivamente i feriti furono trasportati all’ospedale.

Anche qui medici, ed infermieri, dediti alla cura dei sopravvissuti feriti subirono minacce. Alcuni feriti dichiararono di essere stati malmenati. Uno di questi, Borghesan Antonio, dichiarò nella sua testimonianza del 27 agosto 1945 che, trovandosi all’interno dell’ospedale essendo ferito, fu avvicinato da un uomo che lo invitò ad uscire dicendo che una macchina lo stava aspettando. Però, nonostante l’uomo fosse vestito come i sanitari dell’ospedale, un altro paziente, l’ingegner Gentilini, lo riconobbe come uno dei partigiani autori della strage. A quel punto fu informato il carabiniere di guardia il quale gli ordinò di non uscire.

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Anche un altro fatto dà l’idea del clima sociale del periodo. Il corteo funebre delle vittime, che andava verso il cimitero, passò davanti all’area dove si trovava il luna park allestito per la sagra del santo patrono di Schio (29 giugno). Mentre passava non furono fermate le giostre, né silenziata la musica.

Il giorno dopo l’eccidio, ovvero l’8 Luglio 1945, morì Germano Baron (“Turco”), capo partigiano della Brigata Marzarotto/Pasubiana, ufficialmente a causa di un incidente in motocicletta avvenuto la stessa notte della strage, le cui circostanze però non furono mai chiarite. (L’incidente fu dichiarato essere accaduto presso Trento ma il Baron, gravemente ferito, fu trasportato all’ospedale di Schio). La sua figura, per l’autorevolezza e per la sua posizione di capo partigiano, era ritenuta di grande interesse dalle autorità alleate, anche per le indagini sulla strage.

Dopo l’eccidio

L’evento ebbe grande risonanza non solo nazionale ma anche internazionale, perché venne utilizzato per dimostrare il pericolo costituito dal persistere di formazioni solo nominalmente dipendenti dal CLN. Su pressione delle autorità di occupazione alleate venne aperta un’inchiesta e nel processo del 1952 risultò che, tra le persone colpite, solo 27 erano affiliate al Partito Fascista. Altre risultarono completamente estranee.

Tuttavia l’azione degli ex-partigiani riscosse un certo sostegno nel paese in quanto molti temevano, dopo il discorso di Chambers, che quelli tra loro che avessero avuto responsabilità fasciste avrebbero facilmente guadagnato l’impunità

«Si può dire che la causa antifascista era più giusta perché si opponeva a un regime fascista che si era affermato con la violenza, l’oppressione e la soppressione dei diritti dell’individuo […] Ma l’episodio di Schio è avvenuto al di fuori del periodo di guerra, quando uccidere era diventato inaccettabile. Questo era un atto fuori legge e fuori dalle regole, portato a termine dai partigiani in aperta sfida anche ai loro stessi superiori.»
(Sarah Morgan Rappresaglie dopo la Resistenza. L’eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda)

Resta da notare, peraltro, che all’indomani dell’evento il CLN, la Camera del Lavoro e il Partito Comunista Italiano condannarono pubblicamente l’accaduto (quest’ultimo definendo gli autori “provocatori Trotskysti”) in quanto la guerra era già finita da nove settimane e si sarebbe dovuto attendere l’inchiesta sulle responsabilità individuali delle persone arrestate. In realtà invece, l’organizzazione del PCI aiutò tre degli assassini ad espatriare segretamente a Praga (vedi successivo capitolo “L’atteggiamento del PCI”), su disposizione dello stesso Togliatti che aveva consultato Secchia e Longo (come riportato da Massimo Caprara, al tempo segretario particolare di Togliatti). Altri otto ricercati ripararono invece nella Jugoslavia (al tempo in mano ai partigiani di Tito), probabilmente tramite gli stessi canali.

I tre processi

Il processo militare alleato

Il governo militare alleato, nella persona del generale Dunlop governatore militare del Veneto, affidò le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder. Lo stesso generale così condannò con parole dure l’eccidio l’8 luglio 1945 al Municipio di Schio:

«“Sono qui venuto per una incresciosa missione, per un anno e mezzo ho lavorato per il bene dell’Italia, la mia opera e la mia amicizia sono state, io lo so, riconosciute e apprezzate, è mio dovere dirvi che mai prima d’ora il nome dell’Italia è caduto tanto in basso nella mia stima, non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al ventre con raffiche di armi automatiche e a bruciapelo. Io prometto severa e rapida giustizia verso i delinquenti, confido che il rimorso di questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la città di Schio ricorderà con vergogna e orrore questa spaventosa notte e con ciò ho detto tutto”»

In due mesi di indagini Valentino e Snyder identificarono quindici dei presunti autori della strage, di cui otto erano scappati in Jugoslavia prima dell’arresto e sette vennero arrestati. Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolse nell’autunno del 1945. La Corte militare alleata, presieduta dal colonnello statunitense Beherens, assolse due degli imputati presenti e condannò gli altri cinque, tre di essi furono condannati a morte, due furono condannati all’ergastolo, altri tre imputati furono condannati in contumacia a ventiquattro e a dodici anni di reclusione (le condanne a morte verranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, il contrammiraglio Ellery Stone).

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Furono emesse condanne:

La pena effettivamente scontata dai cinque condannati presenti al processo fu tra i 10 e i 12 anni.

Ruggero Maltauro ed Igino Piva (latitanti), pur sospettati di essere i capi, non vennero giudicati in quanto il processo è stato celebrato con rito anglosassone, il quale non prevede giudizi in capo agli imputati assenti. Il Maltauro sarà poi condannato all’ergastolo dal processo italiano del 1952, dopo essere stato estradato dalla Jugoslavia (v. successivo paragrafo). Il Piva invece rientrò in Italia, dopo l’ennesima amnistia, nel 1974 senza scontare neppure un giorno di carcere.

Il processo penale italiano

Altri autori dell’eccidio furono individuati successivamente e fu istruito un secondo processo, condotto da una corte italiana. Il secondo processo si tenne a Milano e la sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Milano, il 13 novembre del 1952, con otto condanne all’ergastolo. Tuttavia uno solo sarà presente, gli altri sette erano fuggiti nei paesi dell’Est dove trovarono protezione (come molti altri autori di stragi, ad esempio Francesco Moranino):

  • Ruggero Maltauro, estradato dalla Jugoslavia dopo la rottura con il Comintern, condannato all’ergastolo, ma che in seguito godrà di uno sconto della pena.

Il terzo processo

Nel 1956, undici anni dopo l’eccidio, si tenne a Vicenza un terzo processo. Erano da accertare due fatti, le eventuali responsabilità del ritardo a dare esecuzione all’ordine di scarcerazione di una parte dei detenuti, emesso a Vicenza e trasmesso per competenza a Schio ma non eseguito, e l’individuazione della catena gerarchica da cui era partito l’ordine di eseguire la strage. Si trattava di individuare eventuali responsabilità nel ritardo dell’esecuzione dell’ordine di scarcerazione, ritardo costato la vita a varie persone, e individuare i mandanti della strage, indicati dal Maltauro, alla corte d’Assise di Vicenza. Erano imputati Pietro Bolognesi, segretario comunale e Gastone Sterchele, ex vicecomandante della Brigata Garibaldi Martiri della Val Leogra. Sterchele fu assolto con formula piena, Bolognesi per insufficienza di prove; in appello fu anch’egli assolto per non aver commesso il fatto.

L’atteggiamento del PCI

L’Unità aveva definito i responsabili dell’eccidio “provocatori trotskisti”: in realtà, i partigiani che avevano condotto l’eccidio al carcere di Schio erano legati al Partito Comunista e alle ex-Brigate Garibaldi, essendo tutti affiliati al Battaglione “Ramina-Bedin” unità garibaldina della Divisione “Garemi”. Tre di loro infatti, sfuggiti alla cattura, si recarono a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia per conferire con Palmiro Togliatti, che all’epoca guidava il dicastero dal quale dipendeva il carcere di Schio, che inoltre era nello stesso tempo segretario del PCI.

Li ricevette in via Arenula, allora sede del Ministero, il segretario del ministro, Massimo Caprara. Il Ministro della Giustizia incaricò la Direzione del partito di provvedere e su richiesta della direzione del partito i tre partigiani, coautori dell’eccidio, vennero aiutati dall’organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga. Durante una visita nella capitale cecoslovacca di Togliatti e Caprara, essi ebbero un incontro casuale e ringraziarono per averli aiutati. Di questo episodio Caprara, che materialmente accolse e trattò con gli omicidi per conto del ministro Togliatti, fece una dettagliata descrizione nel suo famoso libro La strage di Schio. Riportò tra l’altro la reazione di Togliatti alla notizia dell’eccidio. “Disgraziati” disse stizzito.

Nel 1946 fu approvata la cosiddetta amnistia Togliatti, di cui beneficiarono migliaia di fascisti e collaborazionisti, ma anche partigiani autori di eccidi e di moltissimi altri casi simili di giustizia sommaria.

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