Hong Kong ci ricorda qual è il vero volto del Partito comunista cinese

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La scorsa settimana, Xi Jinping si è recato a Hong Kong. Il presidente cinese ha voluto così celebrare il venticinquesimo anno da quando Pechino ha assunto il controllo dell’ex colonia britannica. “Dopo il suo ritorno in madrepatria, i compatrioti di Hong Kong sono diventati padroni dei propri affari, la gente di Hong Kong ha amministrato Hong Kong con un alto grado di autonomia, e quello è stato l’inizio della vera democrazia a Hong Kong”, ha affermato Xi, sostenendo anche la validità del principio “un Paese, due sistemi”.

Peccato che le cose non stiano esattamente così. Al di là del fatto che Hong Kong era blindata dalle forze di polizia per evitare eventuali proteste, la storia degli ultimissimi anni racconta una situazione ben diversa da quella presentata dal presidente cinese. Una situazione in cui il principio dell’“un Paese, due sistemi” è stato progressivamente smantellato dalle autorità di Pechino. A maggio del 2021, è stata non a caso approvata una controversa legge elettorale, finalizzata ad evitare la candidatura di figure considerate “non patriottiche” (cioè sgradite alla Repubblica popolare) e a ridurre il numero di parlamentari direttamente eleggibili. Una legge, fortemente caldeggiata da Pechino, che ha dato i suoi frutti: alle elezioni legislative tenutesi a dicembre, la quasi totalità dei seggi è andata a candidati vicini al governo cinese, mentre l’affluenza si è quasi dimezzata rispetto alle elezioni del 2016.

Ma non è finita qui. Era giugno 2020, quando venne approvata un’altra legge particolarmente controversa, quella sulla sicurezza nazionale. Una norma utilizzata di fatto per imbavagliare il fronte dei dissidenti pro democrazia. È in questo contesto che il giornale d’opposizione Apple Daily è stato costretto a chiudere i battenti, mentre il suo fondatore Jimmy Lai è finito agli arresti (un destino, questo, toccato anche ad altri attivisti, come Joshua Wong). Inoltre, è sempre nella cornice della legge sulla sicurezza nazionale che, negli ultimi anni, sono state vietate a Hong Kong manifestazioni in ricordo della strage di Piazza Tienanmen. Pechino, dal canto suo, suole ripetere che la gestione dell’ex colonia britannica è una “questione interna”, lamentando delle “interferenze straniere”. In realtà, la situazione è ben differente. Il principio “un Paese, due sistemi” era infatti incluso nella Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984. E, come abbiamo visto, nonostante Xi Jinping sostenga di rispettarlo, tale principio è stato progressivamente picconato nel corso degli ultimi anni.

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In questo clima, sono arrivate delle dichiarazioni piuttosto critiche nei confronti di Pechino la settimana scorsa. Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha accusato la Repubblica popolare di aver portato avanti “l’erosione dell’autonomia e lo smantellamento dei diritti e delle libertà dei residenti di Hong Kong negli ultimi due anni”. Critiche sono arrivate anche dal deputato leghista, Paolo Formentini: figura da sempre attenta alle minacce poste dal Partito comunista cinese. “Non è una questione cinese”, ha detto a Panorama.it. “Dopo l’handover del 1997, Hong Kong avrebbe dovuto mantenere un libero mercato, una magistratura indipendente e istituzioni democratiche. Tutto cancellato in venticinque anni da Pechino”, ha proseguito. “Non siamo indifferenti, non ignoriamo ciò che succede nell’Indo-Pacifico: in quei mari si decide l’ordine globale che verrà. ‘We stand with Hong Kong’, ripetevamo convinti: non è bastato. Adesso non lasciamo sola Taiwan. Se Taiwan cade, tramonta l’Occidente”, ha concluso Formentini.

Va da sé che, al di là dell’anniversario, il viaggio di Xi va inserito in un quadro più ampio. Il presidente cinese vuole far leva sulla crisi ucraina per conseguire vari obiettivi: distogliere l’attenzione americana dall’Indo-Pacifico, spaccare il fronte euroatlantico e rendere il più possibile la Russia una provincia cinese. Una serie di elementi, con cui il Dragone spera di riuscire a costruire un nuovo ordine internazionale di cui essere il perno. Una prospettiva che – dietro la retorica del multipolarismo, del terzomondismo e della non interferenza – cela una realtà inquietante. Hong Kong ci ricorda infatti qual è il vero volto del Partito comunista cinese.

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