Nonostante la guerra in Ucraina non sia ancora finita, l’Occidente sta già lavorando per spartirsi il Paese una volta che le bombe avranno smesso di cadere. Incredibile ma vero, a Lugano i rappresentanti delle istituzioni internazionali, uomini d’affari e leader politici si sono dati appuntamento per parlare della ricostruzione delle città devastate dalle bombe russe. E dietro la parola “ricostruzione” si nasconde altro, molto altro. Ad esempio una cartina del Paese, già pronta, con l’assegnazione delle varie regioni ai diversi Stati che sono pronti a spartirsi il bottino. La cosa curiosa? Come sempre l’Italia viene fregata e messa da parte. Ma procediamo con ordine. A spiegare bene come stanno le cose ci ha pensato Maurizio Belpietro nel suo editoriale per La Verità: “Una volta deposte le armi, per tornare alla normalità serviranno centinaia di miliardi. La Kiev school of economics ha stimato che solo per ricostruire gli edifici e le infrastrutture rasi al suolo serviranno 104 miliardi di dollari, ma per recuperare ciò che l’economia ucraina ha perso non ne basteranno altri 500. Insomma, le ultime previsioni parlano di 750 miliardi”. Chi li mette tutti questi i soldi? Se l’area Ue entra in recessione, come a tutti gli effetti sta entrando per il combinato disposto dell’aumento dei prezzi delle materie prime e per il caro energia, come farà a sostenere lo sforzo di rimettere in piedi Kiev e dintorni?

Spiega Belpietro: “La risposta non c’è o per lo meno nel dibattito che si è svolto nel palazzo dei congressi della città ticinese, nessuno si è preso la briga di chiarire quali siano le intenzioni”. Tuttavia, e questo è il nodo drammatico e fondamentale, forse più di molte parole è stata sufficiente un’immagine proiettata sullo schermo alle spalle del premier ucraino, Denys Shndal. “La slide è eloquente, perché sul palco si vede un’Ucraina divisa in regioni e con sopra tante bandierine che rappresentano i Paesi europei e gli alleati. Tanto per fare qualche esempio, ai francesi toccherebbe la città di Odessa, mentre agli svizzeri la regione in cui ha sede la città portuale. I tedeschi si prenderebbero la regione di Chernihiv, mentre ai canadesi spetterebbe la regione di Sumy. A Stati Uniti e Turchia andrebbe la regione di Kharkiv, mentre all’Irlanda finirebbe la regione di Rivne. La Romania si occuperebbe della regione di Mykolaiv, mentre la Norvegia di quella di Kirovohrad”. E l’Italia?

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Fonte: La Verità

Il progetto prevede che l’Italia, insieme ai polacchi, si debba occupare della regione di Donetsk. “Ma come si potrà ricostruire un territorio che è in mano ai russi dal 2014 e che Vladimir Putin vuole conquistare del tutto nelle prossime settimane, in modo da ottenere il pieno controllo dell’area dell’Ucraina dove la concentrazione di risorse minerarie è maggiore? Se le cose resteranno così, la designazione del nostro Paese e della Polonia ha il sapore della beffa, visto l’impegno politico-diplomatico profuso”. Dunque, agli italiani e ai polacchi sarebbe affidata la regione di Donetsk. Cioè il nulla. “Agli austriaci la zona di Zaporizhzhia. La Svezia e i Paesi Bassi supervisionerebbero la regione di Kherson, la Repubblica Ceca, la Finlandia e la Svezia la regione di Lugansk, mentre la regione di Kirovorhrad passerebbe alla Norvegia”.

Ma come funzionerà? “Ufficialmente, a Kiev parlano di adozione, quasi che ogni Paese possa fare la propria parte per sostenere il territorio da ricostruire. Tuttavia, appare evidente, anche se non si parla di cessione di sovranità, che l’Ucraina una volta raggiunta la pace si affiderà all’estero per risorgere e allo stesso tempo quegli aiuti non saranno gratis, perché saranno rimborsati in termini di concessioni. Cioè, per non finire in mano ai russi, Kiev finirà in mano a chi ricostruirà il Paese, concedendo diritti su materie prime o servizi che sono facilmente intuibili. Insomma, l’aiuto non sarà gratis, perché l’impegno finanziario è tale che l’Ucraina impiegherebbe troppi decenni per rimborsarlo”. Dunque, il punto è che all’Italia hanno assegnato il Donetsk, cioè “o una mission impossible o per tagliarci fuori dalla ricostruzione. Forse per tutte e due le ragioni”.

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