Il primo appuntamento è il voto sulla fiducia che il governo porrà al Senato. Martedì Draghi riceverà i sindacati a palazzo Chigi per avviare la ‘trattativa’ su misure come il taglio del cuneo fiscale, il salario minimo, riforma del fisco e pensioni

Potrebbe consumarsi tutto nel giro di una manciata di settimane: il destino del governo rischia infatti di essere legato a doppio filo ad alcuni voti che, tra Camera e Senato, potrebbero decretare la fine anticipata dell’ampia e variegata maggioranza che sostiene l’esecutivo Draghi.

Nodi politici e (preannunciate) barricate su alcuni provvedimenti che stanno mettendo a dura prova la tenuta dell’esecutivo: si va dall’ultimo passaggio parlamentare sul decreto Aiuti fino alle proposte di legge su cannabis e ius scholae, passando per un avviato (anche se negato dai più) confronto sulla legge elettorale, senza dimenticare il fronte aperto sul tema taxi in vista delle nuove norme contenute nel ddl concorrenza, in commissione a Montecitorio.

Sul tavolo, però, anche le nuove misure che il governo dovrebbe mettere in campo per fronteggiare la crisi, con i partiti pronti al pressing per ‘sponsorizzare’ le proprie proposte.

Il primo appuntamento segnato in rosso è il voto sulla fiducia che il governo porrà al Senato a inizio settimana per approvare in via definitiva il decreto Aiuti. L’avvio dell’esame in Aula è previsto martedì pomeriggio, dopo la riunione della conferenza dei capigruppo.

Lì si stabilirà il timing, con la fiducia che dovrebbe essere votata già l’indomani o al massimo giovedì. E molto, se non tutto, dipenderà da come si comporterà il Movimento 5 stelle: votare o uscire dall’Aula.

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Non si tratta solo di un tecnicismo: a palazzo Madama infatti si svolge un unico voto, il che non consente ai 5 stelle di fare come alla Camera, ovvero confermare la fiducia ma poi – è la linea preannunciata – astenersi in occasione del voto sul provvedimento.

Lunedì l’Aula di Montecitorio si riunirà, dopo aver votato giovedì scorso la fiducia, proprio per il via libera al testo del decreto, sul quale permangono le criticità pentastellate per la norma sull’inceneritore di Roma, la stretta sul reddito di cittadinanza (voluta da Lega e Forza Italia e inserita con l’ok in commissione a due emendamenti) e la responsabilità solidale sul superbonus, che i 5 stelle mirano ad eliminare (l’ipotesi è un intervento nel primo provvedimento utile, come il dl semplificazioni fiscali, anche se la misura costerebbe circa 3 miliardi e finora Mef e palazzo Chigi hanno frenato).

Dunque, in base all’atteggiamento dei deputati M5s, lunedì si capirà quanto il Movimento è compatto sulla linea decisa dal leader Giuseppe Conte.

I numeri della maggioranza al Senato, qualora i 5 stelle dovessero decidere di non partecipare al voto di fiducia, non sono a rischio: se anche tutti i 62 senatori pentastellati dovessero uscire dall’Aula al momento del voto, il governo incasserebbe comunque la fiducia.

Il punto è quindi politico: Conte attende la risposta del premier alle questioni poste e contenute nella lettera consegnatagli in occasione dell’ultimo faccia a faccia. E non si esclude che un nuovo round, come del resto ha lasciato intendere lo stesso palazzo Chigi, possa svolgersi proprio a ridosso del voto al Senato.

Ma la tensione resta alta, e non solo per gli altolà di Conte e il pressing interno ai 5 stelle per uscire dall’esecutivo. Anche il centrodestra preannuncia burrasca: la Lega non ha nessuna intenzione di cedere su cannabis e ius scholae.

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Provvedimenti non governativi ma che potrebbero avere ripercussioni sullo stesso esecutivo. Matteo Salvini punta il dito contro il fronte ex giallorosso, che sostiene le due proposte di legge.

Non è certo che l’Aula di Montecitorio riesca a proseguirne l’esame – con tempi contingentati – già la prossima settimana (sono diversi gli argomenti all’odg dell’Assemblea), ma se è vero che la Lega è pronta alle barricate, è altrettanto vero che finora i dem mantengono il punto, difendendo i due testi.

I tempi stringono: in vista della pausa estiva sono infatti diversi i provvedimenti da approvare e quindi alla fine il voto su ius scholae e cannabis potrebbe anche slittare alla ripresa a settembre.

Un’ipotesi che, però, non aiuta a sminare il campo: un altro fronte infatti rischia di deflagrare e riguarda il ddl concorrenza, già al centro di un’aspra battaglia interna alla maggioranza durante l’esame al Senato sulle concessioni balneari e ora a rischio di nuovo scontri sul nodo dei taxi e ncc (con la Lega che chiede lo stralcio della norma, ma perplessità sono state avanzate anche da alcuni dem e Leu).

Il ddl concorrenza è atteso in Aula della Camera prima di fine luglio. Altra questione spinosa per la maggioranza è la norma sulla responsabilità in solido dei cessionari del superbonus introdotta nel decreto Aiuti e che M5s in primis, ma sul punto si sono schierati anche Pd e altre forze, mirano a modificare quanto prima.

Alcuni emendamenti presentati al decreto semplificazioni fiscali che riguardavano la questione sono stati dichiarati inammissibili e i 5 stelle attendono ora una risposta chiara da Draghi.

Il decreto semplificazioni doveva approdare in Aula la prossima settimana, ma la commissione non ha terminato l’esame e quindi tutto è rinviato a quella successiva, comunque entro fine luglio.

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Si inserisce nelle tensioni della maggioranza anche il confronto tra governo e parti sociali sulle misure per fronteggiare la crisi economica, sia a medio che lungo termine.

Martedì Draghi riceverà i sindacati a palazzo Chigi per avviare la ‘trattativa’ su misure come il taglio del cuneo fiscale, il salario minimo (norma ritenuta conditio sine qua non dai 5 stelle), riforma del fisco (tra i nodi la richiesta del centrodestra della cosiddetta ‘pace fiscale’) ma anche pensioni (Salvini ha già messo in chiaro che non accetterà mai il ritorno della legge Fornero).

Tutti temi su cui le forze che sostengono l’esecutivo hanno ricette differenti. Infine, a complicare un quadro già traballante c’è la vexata quaestio della riforma elettorale: ufficialmente in commissione è tutto fermo da tempo.

Ma gli ‘abboccamenti’ tra i partiti si sono rivitalizzati. Sul tavolo c’è l’ipotesi di tornare a un sistema proporzionale, ma permangono le resistenze – ufficiali, meno quelle ufficiose – di Lega e Fratelli d’Italia.

Al momento i dem – sarebbero i più attivi – garantiscono che nulla si muoverà senza una ampia convergenza in Parlamento. E qui entrano in gioco gli equilibri interni alle coalizioni e le mire dei vari leader.